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Corriere-Genitori sempre giovani e figli che non crescono

Genitori sempre giovani e figli che non crescono Ho ricevuto e pubblicato, nella rubrica in rete che porta questo nome ("Italians"), una lettera affascinante. L'ha scritta Gianluigi Melesi ...

30/05/2002
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Corriere della sera

Genitori sempre giovani e figli che non crescono

Ho ricevuto e pubblicato, nella rubrica in rete che porta questo nome ("Italians"), una lettera affascinante. L'ha scritta Gianluigi Melesi (gmelesi@hotmail.com) , e si apre così: "Un bel sabato mattina di qualche settimana fa, passando davanti all'università Bocconi di Milano, si poteva notare un nutrito gruppo di genitori in attesa dell'uscita dei propri figli, intenti ad affrontare gli esami d'ammissione. Dobbiamo dunque concludere che a diciott'anni uomini grandi e grossi, adulti e in età di voto, vanno ad affrontare il mondo "accompagnati dai genitori", come si diceva una volta?". Colpiti, affondati: bravo Melesi. Lei non ha descritto un episodio. Lei ha riassunto, in poche righe, uno dei più strabilianti fenomeni italiani: la lunghissima adolescenza dei figli, che accompagna - e, in qualche modo, giustifica - l'interminabile gioventù dei genitori.
Lo vediamo ogni giorno. Le città italiane sono piene di ultraquarantenni che si fanno chiamare "ragazzi", e scimmiottano i ganzi-con-pizzetto della pubblicità Tv. Le mamme sono più caute: ma troppe sembrano uscite da un telefilm. E' evidente che, per queste e quelli, la maturità dei figli rappresenta una silenziosa minaccia, perché è la prova del tempo che passa. E il tempo non si può tingere, a differenza dei capelli.
Li ho visti, i coetanei che giocano a fare gli amici dei figli. Se è un modo di passare un po' di tempo con loro, va bene. Ma spesso è un tentativo goffo di marcarli stretti, e specchiarsi nella loro gioventù. Mettiamocelo in testa, cari coetanei: i nostri figli non hanno bisogno di nuovi amici (ne hanno in quantità). Hanno bisogno di padri e madri. E se non sono nuovi, meglio.
Ho avuto diciott'anni nel secolo scorso, è vero. Ma vi assicuro che nel 1975 nessuno di noi avrebbe voluto i genitori all'uscita della maturità, o in attesa dopo un esame all'università. E i genitori non si sarebbero mai sognati di apparire in occasioni del genere. Non eravamo meglio; né avevamo genitori migliori. Ma credevamo - noi e loro - che i ruoli andassero rispettati. Altrimenti come si fa a diventar grandi, a questo mondo?
Sia chiaro: non sto invocando "il metodo americano", secondo cui i figli escono di casa a diciott'anni, per non tornarci più. Credo che vivere in casa coi genitori possa essere una soluzione intelligente, in attesa di prendere decisioni (di lavoro, di famiglia). Ma le decisioni vanno prese. Rimandare sempre non si può. O meglio: si può, ma è sbagliato. E si comincia a sbagliare proprio intorno ai diciott'anni, come ha intuito il mio lettore. Donne fatte e ragazzoni robusti vegliati da genitori apprensivi. Secondo voi, chi ha bisogno di chi?
Se vogliamo creare una "generazione di burro", avanti: questa è la strada giusta. Lo dice un italiano quarantacinquenne, esponente della "generazione di latta": l'ultima che ha avuto giocattoli che s'arruginavano e tagliavano (poi è arrivata la plastica). Una generazione che - come ho scritto in un libro - "ha ricevuto un'educazione di ferro da genitori con nervi d'acciaio". Discutibile, perfettibile. Ma, almeno, era un'educazione. Non una forma di estenuante baby-sitteraggio.
Considerate questo, ora che viene l'estate: molti di noi hanno potuto viaggiare all'estero, tra i diciotto e i vent'anni. Treni, auto, motociclette, furgoncini: bastava partire. Nordeuropa, Grecia, Spagna, chi poteva America: era sufficiente avere una meta. Quando ho attraversato per la prima volta gli Stati Uniti con cinque amici e un camper - estate '77, venticinque anni fa - sono certo che i genitori, a casa, qualche apprensione ce l'avevano. Ma hanno capito, e mi hanno lasciato andare. E i rischi che ho corso in quel viaggio erano poca cosa, rispetto a quelli che corre oggi un ventenne il sabato notte, mentre batte le strade d'Italia, passando da una discoteca all'altra.
Questo dovrebbero impedire - se possono - i genitori del 2002. Dovrebbero battersi contro le tragedie evitabili; non contro l'inevitabile maturità dei figli, e la propria auspicabile mezza età.
www.corriere.it/severgnini


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