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Classi ‘bonsai’ e classi ‘pollaio’: tertium non datur?

Quando il pedagogista di turno contraddice il proprio auspicio iniziale con lo sviluppo del ragionamento e perde l'occasione di testimoniare la propria contrarietà a questa “economia che uccide”...

28/08/2020
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Sergio Ventura
www.vinonuovo.it

Tra pedagogisti e gli insegnanti il rapporto non è dei più rosei – un po’ come tra teologi e preti. Le teorie dei primi, salvo rari casi, sono ritenute dai secondi come impraticabili, se non dannose, perché valutate come nate lontane da ogni contatto con la materia che dovrebbero formare. Ovviamente i pedagogisti (come i teologi) ricambiano volentieri il giudizio, ritenendo le pratiche degli insegnanti (o dei preti) come talmente abituate al ‘si è fatto sempre così’ da essere refrattarie ad ogni nuovo modello di pensiero e azione.

Per questo mi aveva colpito positivamente l’incipit dell’articolo del pedagogista Daniele Novara pubblicato di recente su Avvenire. Un richiamo forte affinché, in merito alla riapertura delle scuole, si ribaltasse quella che all’autore sembra l’attuale indebita «inversione di ruoli tra le competenze scolastico-educative e quelle sanitarie» – tutta a vantaggio di queste ultime. Con conseguente invito alle istituzioni scolastiche di stabilire loro «le modalità di ripresa con una precisa caratterizzazione educativa e pedagogica» e solo dopo consultare il sistema sanitario «per garantire la necessaria sicurezza rispetto alle possibili riprese di contagio e di epidemia». In altri termini «è l’organizzazione scolastica, con i suoi vertici, a dover prendere l’iniziativa e quindi chiedere conferma all’autorità sanitaria rispetto ai pericoli che potremo ancora correre», perché «se la scuola e la pedagogia non fanno sentire la loro voce si rischia di prendere alla lettera ogni sorta di indicazione medica».

Benissimo! Ne abbiamo più volte scritto: che la comunità scolastica faccia sentire la propria voce e che venga altrettanto ascoltata. Solo così si possono evitare «scelte ancora oscure» e  «continui allarmismi» che, secondo Novara, stanno gettando il mondo della scuola in una «confusione (…) sovrana» e in «uno stato di precarietà».

Dopodiché, però, il nostro pedagogista si era avventurato in opinioni decisamente discutibili, affermando che «in nessuna parte del mondo la riapertura delle scuole ha prodotto effettivi aumenti di contagi», quando in realtà quelli che mancano sono proprio i «dati concreti» sulla trasmissibilità del virus tra i minorenni e – soprattutto – da essi alle famiglie, mentre abbiamo almeno un caso di incauta riapertura – quella di Maggio in Israele – che ha contribuito ad una nuova esplosione di contagi e conseguenti restrizioni: da qui un normale e sano stato di preoccupazione che attraversa la comunità scolastica, senza che quest’ultima sia preda del «panico» o vittima del «terrorismo psicologico» paventati da Novara.

Ma le perplessità maggiori destate dalle riflessioni del pedagogista sono in me emerse quando ho letto il passaggio dell’articolo in cui Novara bollava come «equivoco» ulteriore «la necessità della riduzione del numero degli alunni nelle classi», sostenendo che «sul piano strettamente didattico le classi bonsai, piuttosto che le classi pollaio, non sono un vantaggio perché la didattica si nutre del gruppo, ossia di un’interazione sistematica tra gli alunni (…) Si impara dai compagni, e un gruppo troppo piccolo riduce l’indice di apprendimento sociale rendendo poi difficili i processi evolutivi».

Spero vivamente che Novara, con ‘classi bonsai’, volesse riferirsi alla soluzione che si sta sperimentando nel resto d’Europa e di cui si è parlato sui quotidiani: spezzettare il gruppo classe in piccoli gruppi, chiamati anche “bolle” o “pods” (La Repubblica, 23/08/2020). Se così fosse, però, avrebbe dovuto esplicitarlo meglio e con maggior chiarezza, perché chi ha una visione d’insieme del nostro contesto culturale sa benissimo che parlare di riduzione del numero degli alunni nelle “classi pollaio” non significa affatto proporre delle “classi bonsai”.

Infatti, se c’è una proposta che da anni proviene dalla voce della scuola in tutte le sue componenti è proprio quella di tornare a un numero di studenti in classe adeguato: per poter lavorare degnamente con le nuove generazioni (alle prese con una serie di nuovi problemi, tra cui – su tutti – la tenuta della concentrazione) e con i sacrosanti obiettivi di inclusione di tutti i nuovi bisogni educativi (BES) e disturbi di apprendimento (DSA), oltre che per le ovvie esigenze di non lasciare indietro nessuno quanto a conoscenze e competenze e di permettere che veramente tutti partecipino al dialogo educativo (soprattutto durante lezioni svolte con le cosiddette nuove modalità, rigorosamente nominate in inglese: cooperative learning, debate, flipped classroom, project based learning, etc.).

Ora, nessuno ha mai chiesto di aver 15 (o meno) alunni per classe, anche se non è un caso che in scuole di frontiera come quelle napoletane della rete “Dalla parte dei bambini” le classi non superino i 16 alunni (La Stampa, 25/08/2020). Chiunque ha lavorato qualche anno come insegnante sa benissimo che andrebbe bene anche attestarsi intorno ai 20 alunni, rispetto al minimo di 27 che nelle scuole superiori è richiesto per le classi iniziali del primo e secondo biennio.

È una proposta che ha avanzato il 18 maggio lo stesso Consiglio superiore della pubblica istruzione, il quale – pur con tutti i limiti già segnalati qui – anche in tal modo sta cercando di dare voce a determinate esigenze didattico-pedagogiche del mondo della scuola. Ed è la proposta che avrebbe, tra tutte, garantito meglio la riapertura delle scuole in presenza e in sicurezza, quindi con quell’«entusiasmo» e «motivazione» che giustamente Novara auspica.

Di tutto questo però il nostro pedagogista sembra non essersi accorto, finendo per contraddire l’auspicio iniziale (quello di valorizzare e ascoltare la voce della scuola) con lo sviluppo del proprio ragionamento (che finisce per negare esattamente ciò che tale voce reclama a gran voce). Certo Novara è in buona compagnia del ministero dell’istruzione (MI), che su questo problema è almeno un decennio che procede in modo del tutto opposto a quello che Papa Francesco chiama l’apostolato dell’orecchio: evidentemente sempre per gli stessi problemi di bilancio che motivarono all’epoca della riforma Gelmini la fissazione dei limiti numerici di studenti per classe.

Come allora si ottennero risparmi alla spesa pubblica diminuendo il fabbisogno di insegnanti attraverso l’aumento del numero di alunni per classe, così oggi ridurre il numero di alunni per classi significherebbe incrementare la spesa pubblica. Eppure, in base alle ultime dichiarazioni di Mario Draghi, questo sarebbe esattamente un caso esemplare di debito “buono”, una di quelle occasioni in cui, non procedendo in tal senso, si realizzerebbero le parole di Papa Francesco: «peggio di questa crisi, c’è il dramma di sprecarla».

Ecco, in un tempo in cui dal MI, avallato da importanti opinionisti come Galli della Loggia, si accusano improvvisamente i sindacati di voler sabotare la ripartenza della scuola; in un tempo in cui il sistema sanitario, contrariamente a quanto scrive Novara, fa tutto tranne che «mettere continui ostacoli alla riapertura delle scuole con sempre nuove e impreviste restrizioni» (ma anzi, dopo le eccezioni previste dal verbale del CTS del 12 agosto, forse cominciando a peccare per difetto), ci saremmo aspettati dal quotidiano Avvenire un editoriale in cui l’esortazione ad avere «il coraggio del ricominciare a vivere la scuola» fosse collegata all’invito di creare del debito “buono” per diminuire il numero degli alunni per classe. Non certo l’esatto contrario, attirandosi così le decise critiche dei commentatori, leggibili sulla pagina facebook del quotidiano cattolico.

Occasione persa, quindi, per testimoniare realmente la propria contrarietà a questa “economia che uccide”. Peccato…


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