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«Ci bloccano il futuro, blocchiamo l’Eurostar»

I manifestanti: la rabbia è cresciuta, adesso anche i prof sono con noi

01/12/2010
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Il Messaggero

Raffaella Troili

ROMA - Ha una faccia pulita, anche se il suo è un lavoro sporco. «Ci toccano la ricerca, la formazione... Se non protestano gli studenti, chi lo fa? La gente che lavora, che ha famiglia non può fare più di tanto, tocca a noi scendere in piazza». Ma sente la radio, guarda la tv e non si dà pace Stefano, che voleva fare «una manifestazione pacifica» e invece a fine giornata si è trovato a occupare perfino i binari della Stazione Termini. «Se ci facevano entrare a Montecitorio noi ce ne stavamo buoni buoni e i treni sarebbero passati in orario...».
Ha 22 anni, studia Chimica a Tor Vergata, è un contestatore a modo, come tanti vicino a lui. «Ci dispiace per il disagio ai cittadini ma non abbiamo scelta. Perché dobbiamo esser costretti a scappare dall’Italia?».
Per non scappare dall’Italia hanno cercato di farsi sentire tutto il giorno per le strade di Roma. In serata si radunano alla Stazione Termini causando pesanti disagi ai viaggiatori. C’é chi vuole occupare a oltranza e chi tornare nelle facoltà. Alla fine si decide per lo sgombero dei binari. «Ma il 9 blocchiamo la città. Quando il ddl dovrà passare al Senato speriamo che arrivino in forze delegazioni da tutta Italia», sogna Paolo, 24 anni, studente di Archeologia. Non cercavano scontri, un po’ di caos quello sì. Dicono che è l’unico modo per farsi ascoltare. «Me state a fa’ fa’ tardi, però bravi», ha gridato loro qualche automobilista e ne vanno fieri. Si sentono meno soli, anche se avvertono di avere comunque poche chance.
«Le nostre alternative sono la diaspora o la fame. Eppure in noi c’è la volontà di restare in questo paese» aggiunge Andrea, 22 anni, iscritto a Ingegneria. Pacati, lucidi e stanchi, ciondolano per i sotterranei della Stazione Termini borbottando ancora «perché ci hanno negato qualsiasi accesso» e pensando ai colleghi dell’Aquila «siamo solidali con loro, vorremmo che lo fosse anche il Governo». E’ quello con la faccia più cupa Niccolò, 20 anni, studente di Filosofia. «La nostra è una manifestazione ideologica. Unisce le fasce, quelle più deboli, che il Governo Berlusconi ha sempre attaccato: lavoratori, studenti, ricercatori». Intanto i treni per un’ora sono tutti fermi, ad essere occupati sono nove binari. Da una parte le forze dell’ordine: in tenuta anti sommossa sono schierate all’inizio del binario 1. Dall’altra i manifestanti: urlano dai megafoni «è iniziata l’era del conflitto» e «se ci bloccano il futuro noi blocchiamo l’Eurostar». In “mezzo”, un muro di gente si assiepa neanche troppo agitata (dopo una giornata del genere, a che serve?) davanti ai pannelli elettronici. Gli altoparlanti della Stazione annunciano ritardi di treni, 10-20-30 minuti, molti vengono dirottati a Tiburtina e Ostiense, e avvisano i viaggiatori dell’occupazione. Anche Manuel e i suoi amici di Scienze della comunicazione arrivano in ritardo. Restano sulla banchina, ascoltando su Radio popolare l’esito della votazione. «Siamo contro il decreto perché sospende le borse di studio legate al reddito e perché con l’apertura agli esterni dei cda universitari prevede una sorta di privatizzazione a danno dell’indipendenza degli atenei».
Sui binari vuoti si accende un fumogeno giallo, Irene Masala, 24 anni, si guarda intorno, ripensa a tutta la giornata, si tormenta. «Il problema è che nessuno ci ha dato la possibilità di manifestare, di dialogare, di esprimersi. Era tutto blindato, come se volessero spingerci al disordine. Hanno costretto gli studenti a fare qualcosa qui alla Stazione». Francesca Licata la pensa come lei. «Che paura questa città militarizzata. Forse, chissà, si sono accorti che non è la solita vecchia protesta ma che la situazione di disagio sociale è forte. Ma in questo modo non viene garantito il nostro diritto a manifestare, ci costringono a lanciare uova, occupare». Tutto per farsi sentire. Stefano Mazzara, 24 anni, milanese, anche lui di Scienze della comunicazione, vorrebbe mettersi nella testa della gente: «Oltre a pensare che sì, ti ho fatto perdere il treno, pensa anche al perché l’ho fatto». E confida: «La rabbia è cresciuta, anche i prof sono con noi. Questa non è una riforma è solo un taglio: alle borse di studio, ai ricercatori, a tutto ciò che l’università dovrebbe essere».
 


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