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Carriere in salita e pochi posti: così vivono i geni da laboratorio

Se si può disporre di un farmaco per curare una malattia, anche se rara, utilizzare la tecnologia sempre più all'avanguardia per la riabilitazione motoria, oppure, addirittura, scoprire com'è composto un virus potenzialmente letale, come hanno fatto tre ricercatrici dell'Istituto nazionale malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, lo si deve agli scienziati, spesso sconosciuti, precari e sottopagati. 

04/02/2020
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Il Messaggero

ROMA Se si può disporre di un farmaco per curare una malattia, anche se rara, utilizzare la tecnologia sempre più all'avanguardia per la riabilitazione motoria, oppure, addirittura, scoprire com'è composto un virus potenzialmente letale, come hanno fatto tre ricercatrici dell'Istituto nazionale malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, lo si deve agli scienziati, spesso sconosciuti, precari e sottopagati. 
IDENTIKITSi tratta di studiosi, con un'alta specializzazione, eppure ai margini del sistema sanitario. Hanno un'anzianità media prossima ai dieci anni, con contratti atipici, e un'età media intorno ai 40. E non sono affatto una piccola minoranza. «I ricercatori biomedici sia stabili che precari presenti negli Irccs (Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico) e negli Iza (Istituti zooprofilattici sperimentali), nei Policlinici Universitari, talvolta in aziende ospedaliere - precisa Alberto Spanò, responsabile del settore dirigenza sanitaria dell'Anaao Assomed (associazione dei medici dirigenti) - sono intorno ai 7.500. Di questi, circa 4mila sono inquadrati con rapporti atipici» 
Pur trattandosi di medici, biologi, chimici e farmacisti, e lavorando a volte anche 10 ore al giorno, spesso percepiscono circa 1200 euro al mese. E fino a pochi anni fa non si sapeva nemmeno definire il loro ruolo. Solo nel 2016 è stata infatti istituita in Italia la figura del ricercatore e del collaboratore del ricercatore. Solo da pochi anni dunque queste figure professionali cominciano a uscire da una sorta di lavoro sommerso e in prospettiva potrebbero arrivare a ottenere persino una certa stabilità. 
IL PERCORSOIl percorso che dovranno compiere però non è affatto breve, e soprattutto non del tutto automatico. «Con l'adozione delle misure previste dalla finanziaria e con la connessa decretazione e sottoscrizione del contratto - sottolinea Spanò -, sono in corso le procedure per il reclutamento a tempo determinato per il previsto percorso di 10 anni, diviso in due periodi da cinque». 
In sostanza, con la cosiddetta Piramide della ricerca, alcuni ricercatori precari potranno ottenere un contratto a tempo determinato per cinque anni, per poi rinnovarlo per altri cinque. Dopo 10 anni, dunque, potrebbero ottenere un contratto a tempo indeterminato. E cioè, vista l'età media dei ricercatori, potrebbero finalmente uscire dalla precarietà intorno ai 50 anni. E nel frattempo percepire 1200 euro se si tratta di collaboratore della ricerca e circa 1400-1500 se si è ricercatori. 
Ma il condizionale è d'obbligo. La cosiddetta stabilizzazione dei precari, secondo i dati dell'Arsi (Associazione ricercatori in Sanità), va ancora a rilento, e non sempre in modo omogeneo in tutte le Regioni. «In totale, infatti, i nuovi contratti a tempo determinato avviati nel mese di dicembre sono stati circa 1400». E così i ricercatori chiedono al ministro della Salute Roberto Speranza, di modificare il decreto legge 162 del 2019. «Chiediamo che venga sanata la situazione di colleghi che non possono ottenere il tempo determinato - spiega il presidente dell'Arsi Leonardo Caporali -, e che sia avviato un attento monitoraggio per garantire che i fondi distribuiti siano utilizzati con le stesse modalità in ogni istituto. Infine, chiediamo che si pongano le basi per iniziare un vero processo di stabilizzazione dei precari degli Irccs e Izs dato che il contratto attualmente proposto e firmato da noi ricercatori e collaboratori alla ricerca rimane comunque un contratto a tempo determinato». 
Caporali, 40 anni, da 13 ricercatore dell'Istituto di Scienze neurologiche di Bologna, dove si occupa di genetica delle malattie rare, non demorde. «Spesso ci dicono che un lavoro comunque ce l'abbiamo e non siamo autorizzati a lamentarci più di tanto». Poco importa però se «quello che facciamo tutti i giorni, a volte ha poi un risvolto nella vita quotidiana di tutti».
Graziella Melina


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