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Atenei  telematici ma non per tutto

I nuovi limiti alla formazione online

13/01/2020
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la Repubblica

di Alberto Melloni

L’ultimo

decreto firmato dell’ex ministro Lorenzo Fioramonti ha suscitato pochi giorni fa un entusiastico comunicato del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi: il decreto viene definito «una importante vittoria per la professione», che corona gli «sforzi per dare dignità alla formazione» dei futuri operatori della cura e si rivendica all’ordine il merito di aver avviato il processo giunto a termine. La conferenza dei rettori delle Università – con una lettera firmata da Gaetano Manfredi, che ne era presidente ed ora è ministro al posto di Fioramonti – aveva già sottolineato il 18 dicembre l’urgenza, per mettere in sicurezza la formazione delle professioni che operano «con persone che per la loro età o condizione vivono in stato di vulnerabilità». E la Camera dei deputati. qualche settimana prima, aveva votato un ordine del giorno sostenuto dalla neo-ministra Lucia Azzolina, che chiedeva proprio un provvedimento per garantire l’affinamento vocazionale delle figure che lavorano con «i bambini nella fascia 0-6 anni, le persone in stato di povertà educativa, i portatori di disabilità o di sofferenze disabilitanti, con il fine di abbattere ogni forma di diseguaglianza ai sensi dell’articolo 3 della Costituzione».

Cosa c’è di così importante nel decreto Fioramonti? C’è una specificazione, piccola ma decisiva. In Italia non tutto può essere insegnato in modalità telematica, cioè la modalità nella quale lo studente vede tutte o molte delle lezioni su piattaforme web. Quel decreto ha precisato che dal prossimo anno accademico, i corsi che preparano a diventare insegnanti del nido, educatori sociali, psicologi, assistenti sociali, insegnanti della scuola primaria, potranno essere svolti solo in un aula reale e non virtuale. I corsi telematici per quei mestieri andranno ad esaurimento e non si potranno iscrivere online nuovi studenti.

Potrà sembrare strano, ma prima era possibile che ci si potesse preparare ad accudire un bimbo di 14 mesi, a dare parere tecnico al tribunale dei minori sulle violenze famigliari, a gestire maltrattanti o maltrattati, a misurarsi con disagi sociali o disturbi, iscrivendosi ad una laurea telematica, che grazie al valore legale del titolo di studio era indistinguibile dalle altre.

Adesso non più.

Sui mestieri della cura s’era infatti allargata la tipologia di “offerta formativa” (solo in Italia il sapere si chiama come una merce...). Sia attraverso università telematiche dichiaratamente profit e organizzate come Spa sia attraverso società interne agli atenei tradizionali che godono del vantaggio di muoversi sul piano fiscale in una zona grigia.

Le une e le altre più “leggere” degli atenei che vivono in rapporto stabile con una città e un territorio. Le une e le altre più spregiudicate nel marketing (una ha arruolato come testimonial Cristiano Ronaldo). Le une e le altre legittimate ad agire da una lacuna normativa che il ministero ha oggi colmato con un provvedimento indifferibile e col plauso di chi vi vede, come gli psicologi, una «vittoria». È possibile che qualche università o società telematica sia scontenta. La saggezza dovrebbe dissuadere proprio loro dall’ingresso in un contenzioso dagli esiti imprevedibili, che spingerebbe il Paese a farsi domande rinviate da anni (le telematiche sono tutte uguali? E i corpi docenti? Perché ad Harvard sei crediti erogati online ne valgono due e in Italia sei?). Ma a chi minaccia ricorsi contro il decreto Fioramonti va detta una cosa più elementare: ed è che anche qualcuno dei loro figli o nipoti andrà in un nido; anche alcuni dei ragazzi che conoscono e amano avranno bisogno di un supporto psicologico; che le città dove vivono avranno bisogno di servizi efficaci. E quel giorno avere a disposizione persone formate con la stessa cura e modalità con cui si preparano i medici, gli sembrerà un bene.