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Università: i gruppi di lavoro del Ministero e l’inverno che sta arrivando

Il MUR prepara un intervento che ribalterà le università, per attrezzare gli atenei al nuovo grande taglio di risorse previste dal governo.

08/07/2024
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La scorsa settimana nelle università e negli ambienti accademici è circolato un inatteso decreto della Ministra dell’Università e della Ricerca, che ha istituito un nuovo gruppo di lavoro per l’analisi di adeguati interventi di revisione dell’ordinamento della formazione superiore, al fine di incrementare il livello di efficienza della governance istituzionale, delle logiche di reclutamento e di gestione del personale docente nonché di razionalizzare l’offerta formativa.

In primo luogo, colpisce la finalità di questo gruppo, per la sua generalità ed incoerenza, ma anche per il suo esplicito obbiettivo volto alla riduzione dei costi. In pratica, il gruppo di lavoro dovrà elaborare e proporre interventi sulla governance degli atenei (Rettore, DG, Consiglio di amministrazione), lo stato giuridico della docenza universitaria (il reclutamento ma anche la sua gestione), l’offerta formativa degli atenei (classi di laurea, ordinamenti didattici, requisiti di accreditamento). Cosa colleghi questi tre ambiti non è chiaro, al di là di due termini impropri che vengono inseriti nel testo: l’efficienza (quando si parla della governance istituzionale) e la razionalizzazione, quando si parla dell’offerta formativa. Due termini, cioè, che pongono al centro di un nuovo intervento sistemico sull’università la necessità di ridurre le sue strutture e moltiplicare i suoi risultati. Un obbiettivo sorprendente, considerando che il sistema universitario italiano è appena uscito da un decennio che ha visto il suo deciso rattrappimento (la perdita tra il 2010 ed il 2015 di quasi il 20% delle risorse e del personale di ruolo, docente e tecnico amministrativo, oltre che di metà dei dottorandi e quasi il 10% di studenti e studentesse): solo quest’anno, dopo un lento recupero, si è raggiunto un numero di iscritti ai corsi di laurea (1,9 mln) e dimensioni del Fondo di Finanziamento Ordinario (8,5 mld) paragonabili al 2010. Il personale di ruolo è invece ancora ridotto rispetto al 2010: quello tecnico amministrativo è rimasto intorno ai 50mila, quello docente nonostante i piani straordinari è ancora intorno ai 55.500 (con i tenure track), contro i 63mila prima della crisi. L’obbiettivo dell’efficienza e della razionalizzazione è tanto più sorprendente in quanto l’istruzione terziaria in Italia è ben lontana dagli obbiettivi posti a Lisbona e dalla media europea sui giovani laureati (intorno al 27%, a fronte del 41% atteso e del 47% degli altri paesi) e, soprattutto, ha una spesa per questo livello di istruzione tra le più basse dei paesi OCSE (sotto all’1% del PIL, a fronte dell’1,5 medio; intorno ai 12mila dollari per studente, nonostante i suoi pochi iscritti, contro i 18mila medi). In questo contesto, porsi oggi questi obbiettivi non solo non sembra prioritario per il paese, ma appare decisamente surreale.

In secondo luogo, colpisce la composizione di questo gruppo. La ministra Bernini si è già fatta notare, nei mesi scorsi, per aver già attivato un gruppo di lavoro sul pre-ruolo molto discutibile, che ha prodotto una proposta che moltiplica il precariato, sollevando perplessità persino negli ambienti CRUI e CUN. Questo nuovo gruppo di lavoro si presenta come estremamente ristretto (in nome dell’efficienza?), senza il coinvolgimento non solo delle tante soggettività del settore (sindacati, associazioni, società scientifiche, ecc), ma neanche dei suoi vertici istituzionali (Rettori, CUN, CNSU, ecc): i protagonisti di questa commissione, infatti, sono sostanzialmente singoli, a partire da Ernesto Galli della Loggia (suo presidente, negli ultimi anni molto attivo nel proporre una visione reazionarie e revanscista di scuola e università) e da Alberto Mingardi (ordinario in un ateneo privato e direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni – idee per il libero mercato, un centro studi che promuove le politiche liberiste di Friedman e Buchanan). Come è avvenuto per il pre-ruolo, cioè, la stessa presidenza e composizione del gruppo di lavoro è un evidente delle intenzioni del ministero.

Ci si potrebbe chiedere le ragioni di queste scelte: la ratio di rilanciare e radicalizzare oggi una logica di tagli e politiche neoliberiste nelle università in questa stagione. In fondo, dalla grande razionalizzazione degli atenei eravamo appunto usciti negli ultimi anni, con la ripresa del Fondo di Finanziamento Ordinario, la crescita degli iscritti, i piani straordinari di assunzione che avevamo l’esplicito obbiettivo di allargare il perimetro delle università (uscire dai limiti delle facoltà assunzionali, secondo il gergo amministrativo in voga negli atenei). Certo, la dinamica in corso è ancora lontana dalle esigenze che lo stesso governo aveva individuato nella relazione di accompagnamento alla legge di bilancio 2022, che indicava come sarebbero necessari 40mila nuovi docenti di ruolo per raggiungere il livello medio degli altri sistemi universitari europei. Però, ci si stava muovendo in qualche modo in questa direzione. I significativi finanziamenti del PNRR all’università e alla ricerca (oltre 14 mld di euro), poi, in questi anni hanno creato l’impressione (forse l’illusione) di una nuova stagione di espansione, che non si sarebbe dovuta concludere nel 2026 con la chiusura del PNRR (questo, in fondo, l’appello pubblicato dall’Accademia dei Lincei, lanciato da Ugo Amaldi, Luigi Ambrosio, Luciano Maiani e Angela Santone, che riprendeva il precedente Piano Amaldi del 2020, chiedendo 10 miliardi di investimento ulteriore sulla ricerca in Italia).

Le scelte di questo governo sono però diverse e questa realtà sarà presto evidente. Il nuovo patto di stabilità europeo impone un ritorno a politiche di bilancio segnate dall’austerità e dai tagli: i prossimi sette anni dovranno gestire manovre economiche con una riduzione dei conti pubblici di almeno 10 miliardi all’anno. Le politiche economiche e sociali di questo governo, nel solco di quelli della destra durante la crisi del 2009, stanno allora mettendo nuovamente università e ricerca al centro dei propri interventi rivolti all’efficienza e razionalizzazione. Ancora una volta, cioè, in controtendenza rispetto a larga parte del mondo, si farà cassa tagliando sulla formazione, l’istruzione, l’università e la ricerca. Quest’anno si prevede un nuovo taglio del Fondo di Finanziamento Ordinario delle università: una riduzione probabilmente significativa nella sua entità (4/500 mln di euro?), ancor di più a fronte dell’aumento in questi anni dei costi di funzionamento per l’inflazione e dei salari, per i recenti rinnovi contrattuali, le indennità di vacanza e i relativi adeguamenti ISTAT. Se le risorse stagnano e i costi aumentano, aumenterà allora la pressione sui bilanci degli atenei: alcune proiezioni ci dicono che nel 2026 oltre la metà delle università statali del paese avrà problemi a chiudere i propri conti. Molte sedi, anche grandi e prestigiose, hanno già iniziato a fare i conti con questa prospettiva ed hanno iniziato a sospendere il turn over: cioè, per il momento non bandiscono nuovi posti per sostituire il personale che va in pensione o lascia l’ateneo, in attesa di capire se e come avrà la risorse per farlo. E in questa contingenza, non è da escludere il ritorno ad una nuova fase di aumenti significativi della tasse studentesche (come è già stato negli anni ’90 e nel 2010/15), unica fonte da cui attingere rapidamente le risorse necessarie. In ogni caso, tutto questo non sarà sufficiente a gestire questo nuovo inverno.

Allora, questo gruppo di lavoro ha una ratio: elaborare gli strumenti per gestire questa nuova stagione di crisi negli atenei. Esiste anche un veicolo normativo già approntato per concretizzare queste razionalizzazioni: il Disegno di Legge Delega approvato dal governo il 31 maggio scorso [Misure per la semplificazione normativa e il miglioramento della qualità della normazione e deleghe al Governo per la semplificazione, il riordino e il riassetto in determinate materie]. Questo DDL, presto alle Camere, prevede all’articolo 11 una delega praticamente in bianco al governo, che gli permette di intervenire con decreti legislativi nei successivi 18 mesi sul riordino e la razionalizzazione dell’assetto organizzativo e governance delle università; delle procedure di reclutamento e di abilitazione scientifica nazionale; della normativa in materia di stato giuridico ed economico del personale universitario con particolare riferimento all’individuazione degli obblighi didattici e di ricerca; dei principi generali a tutela dell’autonomia didattica degli atenei, oltre che la revisione dello stato giuridico per AFAM e Enti di Ricerca. È un rilancio dell’impianto della legge 240 del 2010 e anche oltre.

Si annuncia, cioè, una nuova stagione di cambiamento strutturale degli atenei, come nel 2010 parallela ad una nuova stagione di tagli dei fondi universitari. Questo gruppo di lavoro ne indica gli assi: la razionalizzazione e l’efficienza, nell’ambito di un impianto di riferimento di massima liberalizzazione e al contempo riaffermazione dell’università verticista e autoritaria di altri tempi storici. Se guardiamo al recente passato, non è un impianto sconosciuto: nel 2019 lo delineava un allora dirigente del ministero, professore ordinario a Torino e già estensore degli assi principali della legge 240 del 2010. Giuseppe Valditara tracciava già allora, in un articolo e una prima proposta ministeriale, la proposta di radicalizzare l’autonomia universitaria, dando la possibilità agli atenei di delineare proprie forme di governance, costruire rapporti di lavoro individuali con i docenti (stipendi e orari), disciplinare in modo autonomo le società di spin off, derogare ai vincoli posti per le amministrazioni pubbliche. Quell’impianto fu allora insabbiato, in una fase che aveva altre dinamiche (sebbene diverse proposte puntuali di quel testo siano comunque state attuate in questi anni, come l’autonomia differenziata dell’art 1 comma 2 della legge 240/2010, l’iscrizione contemporanea a due corsi di laurea, la moltiplicazione di spin off e fondazioni con il PNRR). Oggi questa prospettiva torna attuale, in quella legge delega e in questo gruppo di lavoro.

I prossimi mesi saranno allora cruciali: si prospetta un radicale rilancio delle divergenze e delle disuguaglianze che sono cresciute in questi anni, dalla sperequazioni nella distribuzione dei fondi allo sviluppo delle università telematiche, mettendo a rischio la stessa tenuta del sistema universitario nazionale. Ad esser minacciate sarebbero le sue funzioni sociali, le condizioni di lavoro, i meccanismi di rappresentanza e forse anche aspetti centrali della loro essenza, come la libertà di didattica e di ricerca (già oggi messi in discussione su molteplici fronti). Per questo, riteniamo importante che nell’insieme della comunità universitaria cresca la consapevolezza sulle dinamiche in corsi e si attivi una nuova stagione di attenzione, attivazione e mobilitazione in difesa del sistema universitario nazionale. Su questo ci impegneremo nei prossimi mesi.

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