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Il Ministro Gelmini interviene a gamba tesa sui requisiti necessari per l’offerta didattica delle università

Il nostro commento alla nota del MIUR del 4 settembre.

21/09/2009
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In questa nota del Ministro, indirizzata a tutte le Università e permeata da preoccupanti accenti di neo centralismo, vengono preannunciate nuove misure, tese a rendere più stringenti gli attuali requisiti necessari per l’erogazione della didattica.

Le Università, che hanno appena messo in campo l’adeguamento dell’offerta formativa al DM 270/2004 e alle nuove classi di laurea, vengono invitate a tenere conto degli obbiettivi che il Governo intende perseguire con tali misure, generando con ciò confusione e disorientamento negli Atenei.

Il documento sembra perseguire tre macro obiettivi di fondo:

  • sostenibilità dell’offerta formativa

  • eliminazione degli ostacoli alla libera circolazione degli studenti

  • erogazione di un servizio qualificato in coerenza con la dichiarazione di Bologna e con l’Agenda di Lisbona

Il primo punto è sicuramente quello che viene considerato prevalente.
Il secondo va sostanziato per davvero con risorse aggiuntive consistenti, di cui ad oggi non c’è traccia.
Il terzo obbiettivo è in sé rilevante ed associato a misure condivisibili quale ad es. la limitazione al riconoscimento dei crediti extra universitari.
Siamo però in assenza di risorse dedicate ed aggiuntive al FFO, con il prevedibile risultato di premiare e sostenere le eccellenze abbandonando al loro destino le altre parti del sistema.

Rispetto alla sostenibilità dell’offerta formativa, risulta marginale la preoccupazione per la sostenibilità didattica, e prevalente quella per la sostenibilità economica. In pratica si intende imporre alle Università l’adeguamento del servizio didattico ai tagli previsti dalla legge 133 dello scorso anno. Le misure previste dal Ministro Mussi nel 2007 per i requisiti necessari dei corsi di studio ed applicate per la prima volta nell’anno accademico 2008-2009 vengono modificate, rendendole molto più restrittive, senza che sia stato ancora possibile valutarne gli effetti. Ad esempio vengono resi più restrittivi i limiti di copertura degli insegnamenti di base e caratterizzanti (dal 50 al 70%). L’effetto combinato di tali restrizioni con i tagli di organico previsti dalla legge 133 potrebbe risultare insostenibile, rischiando di produrre un drastico ridimensionamento dell’offerta formativa di sistema. In realtà, ciò che appare chiaro è che le martellanti polemiche di questi mesi (l’Università assorbe troppi fondi; l’Università ha troppi corsi di laurea; l’Università ha troppi docenti) sono solo destinate a fare da giustificazione per i tagli e il ridimensionamento del sistema deciso dal Governo. Non perché non vi siano in diversi casi corsi pletorici o privi di significato che possono essere chiusi senza danni; ma perché è ai fatti e ai dati che occorre guardare: quest’anno sono già stati soppressi oltre 700 corsi rispetto all’anno accademico precedente, portandoli da 5587 a 4842. Se si guarda ai confronti europei si scopre che la Francia ne aveva 4878, la Germania 8955, il Regno Unito 5009. E di questi dati, in Paesi normali, nessuno mena scandalo.

Non vi è dubbio che negli ultimi anni sia cresciuto a dismisura il numero dei professori a contratto, e nondimeno occorrerebbe interrogarsi sul perché di questo fenomeno.
La mancanza di risorse economiche, e quindi il ricorso sempre più frequente a docenti “gratuiti” o quasi e la quasi totale assenza di meccanismi fisiologici di ricambio generazionale ha reso oggi questo fenomeno così abnorme.

La risposta deve per noi essere in questi due punti:

  1. un piano straordinario di reclutamento di giovani ricercatori

  2. ricondurre ad un’unica figura di docente in formazione la pletora di figure precarie oggi esistenti introducendo l’istituto del tenure track.

L’attuale situazione dell’Università italiana non è sicuramente immune da sprechi ed inefficienze e su questo punto la FLC Cgil è pienamente disponibile al confronto ed alla discussione per trovare possibili sbocchi positivi. Ma la soluzione non può essere un modello di sistema universitario drasticamente ridimensionato rispetto ad oggi nei suoi parametri dimensionali complessivi.

Rischiamo di allontanarci dagli standard degli altri paesi industrializzati, e questo non solo in termini di finanziamenti alle università, ma anche per il numero stesso delle Università, dei docenti, dei corsi e degli insegnamenti impartiti, e conseguentemente anche per il numero di studenti, se si vogliono mantenere a livello degli altri paesi il parametro qualitativo del rapporto docenti/studenti e le dimensioni ottimali delle popolazioni studentesche delle sedi universitarie.

Roma, 21 settembre 2009

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