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Il fantasma del gender che si aggira nelle scuole

CHI ha parlato e continua a parlare di gender nella scuola compie una truffa culturale ». È con queste parole che il Ministro Giannini ha illustrato ieri i contenuti di una circolare inviata alle scuole dopo le polemiche sulla cosiddetta “ideologia gender” degli ultimi tempi.

17/09/2015
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la Repubblica

Michela Marzano

video e documenti che da mesi circolano sulle mailing list, le chat, facebook e whatsapp, si è d’altronde diffusa tra i genitori l’idea che ormai, a scuola, non si parli più di “padre” e di “madre”, ma di “genitore 1” e di “genitore 2”; che, con la scusa di educare alla parità, non si faccia altro che spiegare ai più piccoli che si può cambiare sesso a piacimento; che nella scuola elementare, e persino negli asili, si insegni la masturbazione precoce. Ma dove nascono questi rumori? Di cosa si sta realmente parlando? Esiste veramente un’ideologia gender?

Tutto, in realtà, nasce da un equivoco. Anzi, da una serie di equivoci. Visto che lo scopo di chi vorrebbe educare alla parità e all’affettività le nostre ragazze e i nostri ragazzi è quello di combattere le discriminazioni, sconfiggere il bullismo e la violenza di genere e decostruire gli stereotipi sessisti e omofobi. Ma ormai basta la parola “genere” — che è poi la traduzione italiana del termine “gender” e che è presente nella legge sulla buona scuola quando si parla della necessità di prevenire le violenze di genere — per suscitare paura e angoscia. Come se evocare le differenze che esistono tra sesso (ossia l’insieme della caratteristiche fisiche e biologiche che distinguono i maschi dalle femmine), genere (ossia l’insieme dei comportamenti associati agli uomini e alle donne), e orientamento sessuale (ossia l’attrazione emotiva e sessuale che ci porta verso persone dell’altro o dello stesso sesso) significasse inevitabilmente colonizzare la mente dei più piccoli e confondere loro le idee. E se invece le idee confuse le avessero gli altri, coloro che pensano che una bambina, perché bambina, deve per forza sognare di diventare una principessa e un bambino, perché bambino, deve per forza giocare con i soldatini e amare il calcio? Se la confusione fosse quella di chi, pensando che l’omosessualità sia una malattia da curare nonostante la comunità scientifica sia concorde nel considerarla come un orientamento sessuale equivalente all’eterosessualità, considera uno scandalo l’equiparazione degli orientamenti sessuali?
Ma forse è bene cominciare dall’inizio. Ricordando ai genitori che, ancora oggi, si considera normale che la mamma metta il grembiule per cucinare e che il papà indossi giacca e cravatta per andare al lavoro; ancora oggi, accade che una ragazza che sia attratta da un’altra ragazza venga talvolta insultata, sbeffeggiata e umiliata; ancora oggi, un bambino che ama il rosa, viene emarginato e considerato sbagliato solo perché il rosa è un colore tradizionalmente femminile. Ecco perché, quando si chiede ai più piccoli di scegliere gli aggettivi da attribuire al genere maschile, molti non esitano a elencare “sicuro”, “coraggioso”, “serio”, “onesto”, “pensieroso”, “concentrato”, “fiero”, “saggio”, “audace”, “egoista”; mentre nel caso delle bambine arrivano di solito “bella”, “carina” “buona”, “antipatica”, “pettegola”, “invidiosa”, “smorfiosa”, “civetta”, “apprensiva”, “debole”, “paurosa”, “paziente”, “docile”. E tutti quei bambini timidi e insicuri, perché ci sono anche loro, e non sono “sbagliati” in quanto tali? E le bambine disubbidienti e fantasiose? C’è un errore di fabbrica, oppure gli stereotipi imprigionano veramente?
La lista dei pregiudizi è lunga. E quella degli sforzi che si dovrebbero fare per combattere gli stereotipi lo è forse ancora di più. Ma per questo bisognerebbe essere capaci di spiegare a tutte e tutti, sin da piccoli, l’esistenza dell’alterità. Insegnando così, anche a scuola, che è sempre dall’incontro con le differenze che si struttura la nostra identità, anche quella di genere.
Contrariamente ai fantasmi di chi se la prende con l’insegnamento del gender, l’educazione all’affettività e alla tolleranza nei confronti delle tante differenze non ha come scopo quello di spingere i “maschietti” a diventare femmine o le “femminucce” a diventare maschi. Esattamente come non si insegna a un eterosessuale a diventare omosessuale o a un omosessuale a diventare eterosessuale. Lo scopo è favorire il rispetto di chiunque, indipendentemente dalla propria identità e dal proprio orientamento sessuale. Anche semplicemente perché non è vero che un gay o una lesbica siano sbagliati; esattamente come non è vero che se una bambina gioca con i soldatini e un bambino con le bambole ciò sia sbagliato. Educare, d’altronde, non significa anche aiutare i più piccoli a trovare le parole per qualificare quello che vivono affinché imparino a resistere di fronte alla violenza di chi, spesso in nome del bene, è incapace di accettarli così come sono?

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