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Lo sciopero dei docenti italiani sulla stampa spagnola.

Spagna, Ottobre 2000

05/10/2000
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Ottobre

Lo sciopero dei docenti italiani sulla stampa spagnola. "I docenti italiani iniziano le lezioni con proteste per il proprio salario. Le lamentele provocarono lo scorso anno scolastico la caduta del precedente ministro." Così El Pais titola le sue pagine settimanali sull’educazione sull’edizione del lunedì . L’articolo da Roma, a firma Lola Galan dice:

" Gli insegnanti italiani hanno cominciato l’anno scolastico più o meno come hanno terminato il precedente: sul piede di guerra. I sindacati che raggruppano circa 290.000 insegnanti su un totale di 750.000, hanno dissotterrato "l’ascia delle rivendicazioni" convocando uno sciopero per oggi. Le proteste generali che provocarono la caduta del precedente ministro dell’educazione, Luigi Berlinguer, minacciano ora il suo successore, il linguista Tullio De Mauro.
Gli insegnanti italiani considerano un vero insulto l’aumento salariale offerto dal ministero: 30.000 lire in media (circa 2.500 pesetas). Una cifra ridicola che è stata respinta energicamente da tutti i sindacati, dal maggiore, Cgil, fino a quelli marginali come i Cobas, passando per la cosiddetta Gilda.
La offerta di De Mauro è caduta come una doccia fredda sui docenti, che si considerano già una specie di appestati dentro l’amministrazione. L’aumento insignificante si somma inoltre alle basse retribuzioni che percepiscono (tra le 170.000 e le 280.000 pesetas al mese). Per i docenti ciò dimostra che la società italiana non li valorizza e disprezza un lavoro cruciale nella formazione delle nuove generazioni.
‘Gli italiani considerano la professione docente come un lavoro da mogli’ , si lamenta una docente che lavora in una scuola media di Roma. Un po’ di ragione dovrebbero averla se, secondo un’inchiesta realizzata per la rivista l’Espresso, il 46% dei consultati considerano ‘giusti’ i salari degli insegnanti e un 14% li considera addirittura ‘eccessivi’. Di questa opinione è, per esempio, il filosofo Umberto Galimberti, il quale ha lavorato quindici anni come insegnante e per il quale la remunerazione che ricevono è esagerata se si tiene conto che molte volte svolgono un lavoro part-time.
‘Il problema degli insegnanti è che la grande maggioranza non fa il suo lavoro, non possiede le doti psicologiche di prudenza, equilibrio, saggezza e pazienza per educare. E noi scopriamo che le scuole sono piene di matti, di nevrotici e di gente risentita’ commenta Galimberti in alcune dichiarazioni alla medesima rivista.
Comunque sia, l’unica realtà è che il governo non può soddisfare le richieste salariali di un collettivo di proporzioni gigantesche. Se si moltiplicasse l’aumento richiesto per i 750.000 docenti esistenti, i conti statali salterebbero in aria. E’ da tempo che questa cifra favolosa ha finito di essere necessaria ‘Il rapporto insegnanti/alunni è di uno a nove, uno dei più bassi d’Europa’ spiega Benedetto Vertecchi, direttore dell’Istituto Nazionale di Valutazione del Sistema di Istruzione. ‘Gli investimenti italiani nell’educazione sono equivalenti a quelli degli altri paesi circostanti, ma con questo numero eccessivo di insegnanti la spesa va a finire quasi completamente nei salari’. A breve termine, sono poche le soluzioni che si scorgono, sebbene la riforma della scuola approvata di recente faciliterà un po’ le cose.
Il nuovo piano di studi accorcerà di un anno la scuola media, cosa che cancellerà, secondo Alessandro Ameli, coordinatore della Gilda, 80.000 docenti dagli organici. Questo senza contare che il numero delle scuole diminuirà dalle attuali 11.000 a 9.000, con la chiusura di tutti gli istituti con meno di 500 alunni. Anche così tutti concordano col ritenere che la vera riforma la farà il tempo. Più o meno nel 2006 raggiungerà l’età di pensionamento il grosso dei professori oggi in attività, che hanno una media di 45 anni ( con un grosso contingente intorno ai 51 anni).
Il ricambio generazionale permetterà allo stato di disfarsi del peso che oggi rappresenta l’eccesso di insegnanti. Il rischio, tuttavia, è che le giovani generazioni non si sentano attratte da una professione poco considerata e peggio pagata. Allora sì che il Ministero dovrà mettere mano alla borsa e pagare offrire buoni stipendi agli aspiranti.
A prima vista, i professori di scuola media sono quelli che guadagnano di meno se si calcola il potere d’acquisto reale del loro salario. Fino a un 40% in meno dei loro colleghi tedeschi, un 30% in meno degli inglesi, un 25% in meno degli spagnoli, un 13% in meno dei francesi. Tuttavia i le statistiche si moderano quando si introduce un altro fattore: il tempo di lavoro. Il calcolo per ora di lavoro situa gli italiani alla pari dei portoghesi, comunque al di sotto di francesi, danesi, olandesi, spagnoli, britannici e tedeschi."
All’articolo è aggiunto un riquadro in grassetto dal titolo "I peggio pagati" che dice:

" Tutti in Italia mettono il dito nella medesima piaga: la bassa retribuzione dei professori, i peggio pagati dell’Unione Europea. Un professore di scuola media italiano riceve un salario che oscilla, nel corso della sua vita professionale, tra i due milioni e i due milioni e ottocentomila di lire mensili ( tra le 170.000 e le 238.000 pesetas). Tanto i Cobas che la Gilda reclamano un aumento che collochi le retribuzioni rispettivamente sui tre - quattro milioni. Ma questi aumenti di stipendio sono impossibili quando si moltiplica la somma per l’astronomico numero dei docenti. La cifra supera abbondantemente la capacità di investimento dello Stato Italiano, affermano alcuni analisti.
Le differenze con i colleghi tedeschi e francesi sono abissali, assicurano i rappresentanti dei docenti. E i dati dell’Ocse danno loro ragione."

Alunni chiusi in scuola durante l’intervallo. La Comunità autonoma di Madrid ha proibito agli alunni di uscire dalla scuola durante l’intervallo. La cosa ha destato polemiche soprattutto da parte degli alunni: il Sindacato degli Studenti minaccia agitazioni. Se ne deduce che in Spagna durante l’intervallo gli alunni potevano uscire da scuola durante l’intervallo. In realtà le cose stavano così: era in uso tale possibilità nella scuola secondaria superiore (14-18 anni), ma con l’introduzione della Educazione secondaria obbligatoria (Eso) ai corsi di secondaria superiore sono stati aggregati i corsi Eso (11-14 anni). Questo ha determinato preoccupazioni soprattutto per gli alunni più giovani e ciò ha fatto scoppiare il problema. I difensori civici si sono pronunciati affinchè gli alunni che escono abbiano almeno il permesso dei genitori, ma capi di istituto e docenti dicono che è impossibile distinguere tra maggiorenni, che a rigor di legge possono fare ciò che voglioni, e minorenni. Una disposizione del genere esisteva già in Galizia, mentre Asturie, Andalusia, Cantabria e Castglia-La Mancha lasciano alle scuole la facoltà di decidere. L’intenzione di Madrid è quella di introdurre in futuro differenze tra primo biennio della Eso e secondo biennio e tra maggiorenni e minorenni. Ma per ora nella capitale la misura è drastica: tutti dentro!