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Università: il Ministro Manfredi pensa alla fase 2 e 3, e non fa tesoro degli errori commessi nella prima fase dell’emergenza

A breve invieremo al Ministro dell’Università e della Ricerca la richiesta di un incontro per definire ruolo e ambiti del confronto e per consentire la tutela sindacale del personale che opera negli atenei.

17/04/2020
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In questi giorni in molti Atenei gira un documento, ora ripreso dalla stampa, a firma del Ministro MUR Gaetano Manfredi, indirizzato a CRUI, CUN e CNSU, consistente in una proposta relativa alle modalità con cui affrontare il dopo “Fase 1 c.d. lockdown” attraverso l’individuazione di due fasi successive per garantire la riapertura progressiva delle strutture universitarie.

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Si rileva che il Ministro ha previsto una prima fase (c.d. “fase 2”) che inizierebbe in una non precisata data di maggio fino al mese di agosto ed una successiva fase (c.d. “fase 3”) che si realizzerebbe nel periodo compreso tra settembre e gennaio 2021.

Seguono, per ogni fase, una serie di previsioni per garantire le attività didattiche e/o amministrative che saranno programmate nella forma “in presenza” e/o “in accesso telematico”, con attività didattiche in presenza e blended, con la “flessibilità” necessaria ad “adeguare la ripresa delle attività “al costante evolversi della situazione sanitaria ed alle differenti specificità dei diversi contesti di riferimento ed all’autonomia delle singole università”.

Non viene però previsto nessun criterio comune all’insieme del sistema universitario (in termini di sicurezza, modalità di erogazione della didattica e degli esami, garanzia per il diritto allo studio, ecc.), come non vengono tenuti in nessun modo in considerazione i problemi relativi all’erogazione delle prestazioni lavorative in questa prolungata fase di emergenza, sia per il personale docente sia per il personale tecnico amministrativo e CEL (nel quadro delle relative normative e del CCNL).

Rileviamo inoltre che non si fa mai riferimento all’attività di ricerca, come se questa non esistesse nelle Università o come se questa proseguisse come se nulla fosse, quando invece sappiamo per esperienza e dalle prime indagini effettuate, che anch’essa per larga parte è sostanzialmente bloccata o fortemente rallentata.

Si evidenzia poi la totale mancanza di alcun riferimento alla consistenza numerica del personale in servizio in sede e alle tipologie di tutela che dovranno essere garantite per l’incolumità del personale stesso (TA, CEL, docente e della ricerca; di ruolo, precario e in appalto) oltre che dell’utenza.

Sul metodo:

Ancora più rilevante emerge come problema la metodologia scelta dal Ministro che, per affrontare, più in “dettaglio il dispiegarsi della successione delle due fasi, interloquisce direttamente con la CRUI, CUN e CNSU. Da una parte non ci si rivolge direttamente alle Università (comprese quelle non aderenti alla CRUI), impostando quindi una relazione istituzionale distorta con i diversi Atenei, dall’altra, non viene minimamente avvertito il bisogno di confrontarsi con le Organizzazioni Sindacali sulle decisioni da prendere in relazione alle indicazioni di sistema che ricadono sull’insieme di lavoratori e lavoratrici e si scavalca conseguentemente anche il ruolo degli RLS (Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza) negli atenei. Ci si dimentica, inoltre, della presenza e del ruolo nei nostri Atenei dei CEL, così come dell’articolato e multiforme precariato della ricerca, così come ci si è dimenticati dell’importante ruolo svolto dal personale universitario in attività socio-sanitaria, che è in prima linea nella lotta all’epidemia ma che è “scomparso” dal novero dei soggetti da tutelare e incentivare secondo l’ultimo decreto del Governo “cura Italia”.

Per quanto riguarda il metodo seguito dal Ministro, non stupisce anche se preoccupa sempre più, dato che nel primo e unico incontro avuto con lui il 19 febbraio, il Ministro si è detto consapevole dell’importanza di un confronto costante con le parti sociali ed ha anche preso l’impegno di attivare specifici tavoli di confronto sui principali temi. In quell’incontro abbiamo rappresentato le urgenze e le priorità dei nostri settori e la necessità di una svolta rispetto al ruolo che il Ministero a nostro avviso dovrebbe svolgere, sia rispetto alle scelte delle priorità strategiche, sia da un punto di vista contrattuale.

La realtà è che ad oggi constatiamo amaramente che non ha mantenuto l’impegno preso e che sta mancando il confronto su tutto! Incredibile poi, che a poca distanza da quell’incontro, nella conversione in legge del DL che ha diviso in due l’ex MIUR, su uno dei principali temi di confronto, il precariato, abbia preso l’iniziativa di intervenire senza alcun confronto o informativa, senza quindi minimamente tener conto degli impegni assunti, determinando oltretutto una ingiusta penalizzazione per il personale degli EPR, ai quali non si applica quanto previsto nel “milleproroghe” relativamente all’ampliamento dei termini previsti rispetto ai requisiti necessari per la stabilizzazione in base all’art. 20 del Dlgs 75/2017. Temi non relativi a questo momento emergenziale, ma che non possono e non devono essere dimenticati. Non possiamo non riprendere la discussione sui temi del personale, dal precariato e reclutamento al tema sulle risorse contrattuali, dai lettori-CEL al personale dei policlinici universitari e sull’istituzione della figura del tecnologo a tempo indeterminato nell’università.

Sempre più evidente appare l’eccessiva ossequiosità all’autonomia universitaria, un comportamento che nuovamente scarica sui singoli Rettori la responsabilità delle decisioni da prendere e che, in assenza di indicazioni ministeriali, hanno determinato nella c.d “fase di lockdown” l’adozione in diverse sedi di scelte altamente rischiose, quali ad esempio quelle di alcuni atenei (sia al sud che al nord) che ancora alla data del 19 marzo (due giorni dopo l’uscita del DPCM) richiedevano la prestazione lavorativa “in presenza”.

Il Ministro dovrebbe sapere che solo a partire dall’ultima settimana di marzo in tutti gli atenei d’Italia si sono adottate le condizioni di lavoro adeguate all’epidemia grazie, solo ed esclusivamente, all’incalzare dell’azione sindacale che in qualche caso è dovuta arrivare alla minaccia di sciopero.

La FLC CGIL non acconsentirà passivamente che si ripeta quanto avvenuto nella fase 1. e considera estremamente grave questo modo di procedere da parte del MUR che, se confermato e reiterato, produrrà un’inevitabile rottura delle relazioni sindacali, non priva di conseguenze anche nel prossimo futuro. Per questo stiamo per inviare al Ministro la richiesta di un incontro urgente, per definire ruolo e ambiti del confronto e per consentire la tutela sindacale dell’insieme del personale operante negli Atenei italiani, sia a livello nazionale che nella contrattazione di secondo livello.

Da parte nostra faremo tutto quanto è possibile per esercitare a pieno il ruolo che ci compete, per ottenere la massima sicurezza della intera comunità universitaria, per la salvaguardia del diritto fondamentale alla salute pubblica e individuale e per evitare che nella post-emergenza si determino soluzioni che alla fine, in un contesto economico che sarà particolarmente difficile, penalizzino il complesso del sistema universitario, già allo stremo dopo 10 anni di politiche sbagliate e di tagli forsennati, i lavoratori e gli studenti.