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"Università: la mobilità dei docenti, ricercatori e studenti". Il Seminario di Londra dell’IE

Nel mese di febbraio si è svolto a Londra un importante seminario dell'Internazionale dell'Educazione, cui la FLC aderisce, indetto dal Comitato Permanente per l'Educazione Superiore e la Ricerca.

21/03/2007
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Il seminario dell'IE dello scorso 8 e 9 febbraio è destinato ad inserirsi nel percorso che porterà i Ministri dell'Università e Ricerca dei Paesi aderenti al Processo di Bologna ad incontrarsi a Londra nel mese di maggio, come accade con cadenza biennale dal 1999, per verificare l'andamento del Processo stesso, proporre risoluzioni, aggiornamenti e correttivi eventuali del Processo.
Il "Processo di Bologna" è il termine tecnico con il quale si individua l'accordo intervenuto inizialmente tra 4 Paesi (Italia, Francia, Germania, Inghilterra) a Bologna nel 1999, successivamente esteso a tutta l'Unione, e che oggi comprende 47 Paesi aderenti, che definisce l'impegno comune a strutturare l'Educazione superiore su 3 cicli: laurea, Master (in Italia Laurea Magistrale) e Dottorato di Ricerca. Il tema principale del Processo è la concreta formulazione del modello di offerta formativa, che in Italia ha assunto, in volgare, la denominazione di 3+2, ma che in realtà si differenzia nei vari Paesi con cicli di durata diversificata. L'impegno comune, oltre all'esistenza dei tre cicli, è costituito dal rispetto di una serie di linee-guida e di obiettivi formativi che devono consentire la comparabilità e l'omogeneità sostanziale dei percorsi formativi. Il tema, come si comprende facilmente, è di straordinaria complessità, e investe un'ampia gamma di sub-tematiche, che spaziano dal diritto allo studio al finanziamento dei sistemi, alla loro natura pubblica, alla libertà di ricerca e di insegnamento, al ruolo dell'Unione in rapporto ai singoli Paesi, ecc. Un tema, quindi, che praticamente identifica in modo ampio un modello di Università e ne connota tutti i principali aspetti funzionali.
L'argomento affrontato nel seminario di Londra era: " Fare di Bologna una realtà: la mobilità dei docenti, ricercatori e studenti".
Si tratta di un argomento che ha ampie intersezioni con alcuni aspetti cruciali dell'organizzazione universitaria, in particolare la possibilità di docenti e studenti di muoversi nella rete degli Atenei, realizzando esperienze e collaborazioni che arricchiscono le persone e le istituzioni; la necessità di individuare vincoli alla mobilità e soluzioni mirate; e, per Paesi come l'Italia, di affrontare il cosiddetto "brain drain", la fuga dei cervelli che escono e non ritornano.

Un tema apparentemente marginale nella macro-agenda del "Processo di Bologna", ma che in realtà porta allo scoperto alcuni dei nodi più delicati del funzionamento dei sistemi universitari: dietro alla mobilità si nascondono alcuni degli aspetti più cruciali, dal punto di vista politico, di potere e di governo del sistema. Non è un caso infatti che, sebbene la mobilità fosse, fin dal 1999, elencata tra gli obiettivi fondativi del Processo di Bologna, e sebbene essa sia stata ripresa in tutti i successivi incontri inter-ministeriali, poco o niente è stato fatto nei Paesi interessati su questa materia. Non si tratta evidentemente di distrazione: il fatto è che parlare di mobilità porta immediatamente con sé la necessità, ad esempio, di mettere mano ad un compiuto sistema di riconoscimento reciproco dei percorsi e dei crediti relativi tra Paesi e Atenei; ad una compiuta valutazione, ad un'apertura di barriere tra "mercati" della formazione che rompe i monopoli nazionali, di fatto oggi accessibili ad una parte minoritaria della platea interessata. E' un tema che richiede risorse, e mette in causa anche aspetti politici lontani dall'Università, come la politica dell'immigrazione. E’, tutto sommato, perfino più semplice occuparsi prioritariamente dell'architettura dei corsi di studio e dei curricula, come si è fatto con il 3+2 ed i suoi omologhi stranieri, che entrare in una compiuta dimensione di circolarità delle persone, dei saperi correlati e di oggettiva confrontabilità quotidiana dell'attrattività dei sistemi. Non è un caso che tra i più convinti assertori della mobilità vi siano le Università britanniche, che ospitano un numero di studenti e ricercatori stranieri incomparabile con gli altri Paesi del Processo, che ne hanno fatto un forte elemento di arricchimento culturale e, da non trascurare, anche un consistente business dell'accoglienza.
I materiali del seminario sono pubblicati sul sito dell'Internazionale dell'Educazione . Per arrivarci più semplicemente, andare al sito dell'educazione superiore e cliccare sull'icona "Bologna Process, London 8-9 February".

Il seminario è stato introdotto dalla presentazione di una ricerca europea sulla situazione delle Università sotto tutti i principali profili analitici, dall'offerta formativa alle retribuzioni, passando per le principali normative nazionali (vedi sul sito alla voce Studies il contributo di Conor Cradden "Education International Study"), e da una ricerca sulla mobilità degli studenti prodotta dall'Unione Europea degli studenti (sempre a Studies, ESIB Study).
La prima ricerca, in particolare, individua dall'analisi dei dati presentati una serie di ipotesi di lavoro e di ambiti di intervento possibili, sia sul terreno normativo sia su quello gestionale, utili a costruire le condizioni per la realizzazione della mobilità, ipotesi che verranno in parte riprese nelle conclusioni. E' in ogni caso un contributo sul tema specifico di ottimo livello.
E' seguita una serie di comunicazioni sugli aspetti specifici del tema a cura degli organizzatori (vedi Speeches/Presentations). Il seminario si è poi articolato in 4 gruppi tematici, che hanno affrontato rispettivamente i seguenti temi:
1) Diritti sociali e condizioni. Strumenti o ostacoli?
2) Mobilità-Dimensione esterna. Brain drain
3) Riconoscimento delle qualifiche
4) Mobilità degli studenti, fattore di crescita economica e sociale
Anche i rapporti finali dei 4 gruppi sono sul sito alla voce "Recommendation according to workshops"

Per quanto ci riguarda, il seminario riveste una notevole rilevanza, poichè consente di dare una dimensione di impegno europeo ad un problema che da noi si presenta sotto la duplice accezione di:
a) una scarsa mobilità virtuosa, nel senso dell'insufficienza delle condizioni che consentano a docenti e studenti una mobilità temporanea bi-direzionale. La percentuale di italiani che vanno all'estero per un periodo, e di stranieri che vengono a studiare e insegnare in Italia, è davvero molto bassa, e disegna un sistema rigido, povero di opportunità, fortemente ingessato dalla burocrazia. Ne soffrono le persone e le istituzioni;
b) un'eccessiva mobilità malata, nel senso di export netto di risorse intellettuali che, non trovando qui gli spazi e le opportunità necessari, portano il loro contributo altrove, senza prospettive di rientro. In ogni caso, le modalità della mobilità sono quasi sempre affidate a rapporti personali o di ambiti ristretti, non certamente ad una programmazione diffusa e coerente.
E' perciò importante che il tema assuma il respiro di un impegno sovranazionale, e che entri a pieno titolo nell'Agenda di Bologna, come finora non è accaduto. Da questo punto di vista, è impegno della FLC portare adeguatamente alla luce, nell'ambito del confronto con il MUR, questo tema, sintonizzandoci con le azioni e volontà europee.

Le conclusioni generali del seminario , nella traduzione italiana, sono state sintetizzate in schemi argomentativi da Ann Fritzell, dell'Associazione Svedese dei Docenti Universitari (SULF), che, proprio per la loro schematicità espositiva, rendono ben conto dell'ampiezza del tema e delle sue complesse interconnessioni

Roma, 21 marzo 2007