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Sulle priorità dell’Università, nel Piano nazionale di ripresa e resilienza e non solo…

A proposito della lettera dei 150 docenti a Draghi.

15/02/2021
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In questi giorni ha fatto la sua apparizione un “Decalogo delle riforme”, diffuso sotto forma di appello a Draghi dall’associazione Lettera150, composta da docenti universitari, attivi e non, alti funzionari dello Stato e financo tre Rettori, tra i quali uno solo di un ateneo pubblico.

La crisi politica in corso, la necessità di prendere atto della fase eccezionale in cui si trova l’Italia, l’occasione del Recovery Plan e il suo intervento sulle politiche di sistema: tutto questo impone sicuramente una rivisitazione dei vari elementi che contribuiscono al funzionamento Paese. Tra questi quello dell’alta formazione e della ricerca è sicuramente uno dei più rilevanti. Da una parte per il ruolo sempre più fondante che la conoscenza, a tutti i suoi livelli, può assumere nella nostra società sia nel ridurre che nell’accentuare diseguaglianze e differenze sociali. Dall’altra per la funzione che la ricerca e la formazione svolgono con sempre maggior impatto nella strutturazione del sistema produttivo e del lavoro.

È questo quindi il momento, con la nascita del nuovo esecutivo e con la definizione degli interventi del PNRR, in cui nuovi approcci e vecchi progetti appaiono sulla scena, premendo in questa o in quella direzione, talvolta nel nome di un’ineluttabilità che si fonda su ipotetiche certezze ed assolute verità dall’impronta decisamente ideologica.

Le indicazioni dei 150 mescolano infatti elementi di puro buon senso (ciò nonostante, ripetutamente negati negli ultimi vent’anni), a slanci poderosi verso un nuovo modello universitario “di servizio” all’attività produttiva. La prima richiesta dell’elenco (perché i 150 “chiedono”) è infatti quella di più fondi per il settore (Fondo Finanziamento Ordinario; Fondo Ordinario per gli Enti e le istituzioni della ricerca, edilizia): una domanda basilare, a fronte di un decennio di significativo disinvestimento che ha rattrappito Università ed Enti di ricerca.

I punti che seguono delineano però una radicalizzazione di quella competizione, nella logica del new public management, strutturata dalla cosiddetta riforma Gelmini (legge 240 del 2010): semplificazione delle procedure e maggior autonomia degli atenei (sciogliere i lacci e lacciuoli dell’inquadramento pubblico), valorizzazione dei dipartimenti “più innovativi” (ben oltre i ludi dipartimentali dell’ultimo decennio), meritocrazia e chiamate dirette negli Atenei (superiamo la noia dei concorsi pubblici), focalizzazione sulle necessità dell’impresa nella formazione (corsi di laurea e dottorati) e nella ricerca (trasferimento tecnologico e brevetti). Un crescendo rossiniano che ricalca in fondo l’impianto di altri testi di questi mesi, dal recente ma già quasi dimenticato Piano Colao ai punti sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che Italia Viva ha consegnato al governo uscente.

In realtà, come quei documenti, questo decalogo non è particolarmente innovativo, dato che ripete per l’ennesima volta indicazioni che da lungo tempo circolano sull’onda della riforma gelminiana, volti appunti a tranciare gli ultimi “lacci e lacciuoli” che caratterizzano un Sistema nazionale universitario pubblico e unitario e che assegnano a questo Sistema un ruolo molteplice, che risponde non solo (e non prioritariamente) alle necessità delle imprese, ma sia a bisogni sociali complessivi, sia al supporto di processi più generali di cambiamento della stessa struttura sociale.

Della funzione sociale complessiva della ricerca e dell’alta formazione ai firmatari di questa lettera pare infatti importare poco o nulla. Aspirano in fondo a una visione elitaria ed esclusivista della formazione superiore, secondo uno schema che ha accompagnato - con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti - le politiche universitarie degli ultimi lustri e che in forza anche dei soli danni provocati dovrebbe essere rigettata. Forse non è un caso che fra i protagonisti di quella stagione ci sia proprio il capofila dei firmatari del Decalogo, già Senatore della Repubblica, già relatore in aula della legge 240 del 2010 (la “Gelmini”), già Capo Dipartimento alta formazione e ricerca del Ministero dell’istruzione, università e ricerca, prof. Giuseppe Valditara. 

Altro invece, a nostro parere, sarebbe oggi indispensabile per il sistema universitario italiano. In primo luogo, sarebbe fondamentale partire da ciò che risulta sostanzialmente dimenticato dal Decalogo (se non per un vago accenno): gli studenti. L’università italiana è piccola (in confronto a quelle europee) e in questi anni si è appunto rattrappita (perdendo oltre 120mila iscritti dopo la crisi del 2009, non ancora completamente recuperati, con uno dei più bassi tassi di laureati nei paesi OCSE). Tanto più a fronte di una recessione inedita per dimensioni e durata, diventa allora prioritario sostenere l’accesso alla formazione superiore, garantendo e anzi rilanciando quell’unitarietà del sistema universitario italiano che è già, di fatto, un’eccellenza al mondo. Basti considerare a questo proposito, tra i tanti discutibili ranking, l’indagine che ha mostrato come sulle decine di migliaia di atenei nel mondo, il 40% di quelli italiani rientrino tra i primi mille secondo le liste Qs e The: un dato migliore di Stati Uniti, Cina e Francia, con meno del 10% delle loro università, ma anche di Regno Unito, Germania e Spagna.

Per questo, allora, è necessario in primo luogo garantire come in Francia o Germania una soglia di accesso all’istruzione superiore la più bassa possibile, abbattendo le più alte tasse universitarie della UE e sostenendo un reale diritto allo studio (borse, collegi, mense, ecc.). Allo stesso tempo è però necessario invertire il processo di disarticolazione del sistema universitario, che rischia come negli Stati Uniti di determinare una gerarchizzazione di classe nei percorsi e nei titoli formativi (university, college, community college con costi e livelli diversi). Per questo è necessario rilanciare il suo impianto nazionale e carattere unitario (a partire da ordinamenti didattici e inquadramenti del personale), rivedendo la Legge 240 del 2010, il sistema di valutazione (a partire da ANVUR, ASN e VQR), i criteri di distribuzione delle risorse (FFO e DL 49/2012). Garantire cioè stabilità e sicurezza a tutte le università e al suo personale, rinnovando il contratto nazionale (riconoscendo la professionalità e l’impegno di lavoratori e lavoratrici anche sul piano salariale), offrendo una stabilizzazione per i precari moltiplicatisi nell’ultimo decennio nella didattica, nella ricerca e nel personale tecnico amministrativo (come abbiamo chiesto con un piano straordinario quadriennale) e re-internalizzando appalti e servizi, riportando nel perimetro pubblico i centri cresciuti in questi anni all’esterno (dall’IIT a Human Technopole) ed evitando la loro moltiplicazione (come tratteggiato nelle prime bozze del PNRR).

Si tratta di due modelli diversi, se non opposti, di università e in fondo anche di società. Vedremo su quale dei due punterà il nuovo governo Draghi…