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Renzi e l'Università: oltre la banalità, il vuoto

Al Politecnico di Torino tra le contestazioni il Premier ci ha regalato altre perle del suo profondo pensiero sull'Università.

19/02/2015
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Il Presidente del Consiglio ci ha abituato a dichiarazioni pirotecniche su temi di cui non ha alcuna conoscenza. Sull'Università in particolare già aveva avuto occasione di manifestare le sue opinioni, generalmente corrispondenti a quella classiche espresse dal peggior pensiero conservatore cucinato in salsa italiana: gli atenei non sono tutti uguali, bisogna premiare le eccellenze, questo è un mondo che sa solo lamentarsi...

Rispondiamo a queste colossali balle solo con qualche dato che testimonia i problemi reali delle nostre università. Oggi il nostro paese si colloca ben al di sotto della media europea per finanziamenti, per numero di studenti iscritti e laureati, per numero di ricercatori e dottori di ricerca in rapporto alla popolazione.

La spesa cumulativa per studente universitario ci vede sedicesimi su 25 nazioni considerate; il corpo docente dell'università è diminuito del 22% negli ultimi dieci anni. I corsi della medesima percentuale. Gli iscritti delle nostre università al primo anno erano 338.482 nell’anno accademico 2003/2004 si sono ridotti a 260.245 nell'anno accademico 2013/2014. In compenso le tasse di iscrizione sono aumentate in media del 50%, passando da 632 a 948 euro per anno e diventando tra le più alte in Europa. Come risulta dal rapporto Oecd Education at Glance abbiamo solo il 21% di laureati nella fascia 25-34 anni, occupando il 34esimo posto su 37 nazioni. Un indicatore che rimane stabile da alcuni anni mentre continua a crescere in tutto il mondo. In Corea del Sud hanno raggiunto il 64% nel 2011. Erano il 37% nell’anno 2000 e meno del 10% nel 1980. In Giappone sono il 59%, in Canada e in Russia sono il 57%, in Gran Bretagna il 47%, in Francia il 43%.

Negli ultimi 10 anni su 100 ricercatori precari l’università ne ha espulsi più di 93 e l’unico modo in cui ha superato il de-finanziamento è stato attivando altri contratti precari: mediamente tra i 13 ai 30 per ogni singolo ricercatore in meno di 10 anni. Il nostro corpo accademico è composto oggi per il 48,35% da docenti e ricercatori strutturati e per la restante parte da assegnisti di ricerca (17,4%), dottorandi (28,1 %), ricercatori a tempo determinato (6,2%). Nel solo 2014 ci sono stati 2324 pensionamenti mentre sono stati attivati solo 141 contratto a tempo determinato in tenure track.

Al pirotecnico Presidente del Consiglio rispondiamo che non esiste alcuna eccellenza definita a priori, non esiste eccellenza nel deserto. Al nostro paese servono più ricercatori, più offerta universitaria e rifiuto delle categorie suicide di adeguamento alla domanda del mercato e di eccellenza. Non riduzione dell'offerta universitaria ma sua qualificazione attraverso investimenti mirati con una regia nazionale. Bisogna costruire un sistema universitario non competitivo ma cooperativo partendo dalle aree territoriali dove maggiore è il ritardo nello sviluppo, attraverso la creazione di reti reali tra gli atenei accompagnate da una progettazione infrastrutturale conseguente.

Il resto sono solo chiacchiere che nascondono l'assoluta mancanza di idee tranne quella di svalutare il lavoro e tagliare i diritti. Per questo le Università non servono.

Sappia il Presidente del Consiglio che saremo in campo contro questo ennesimo attacco alle università ma soprattutto per rivendicare ciò che davvero serve ai nostri atenei, alla nostra ricerca pubblica ai nostri studenti.

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