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Nuova audizione presso la VII commissione del Senato sugli schemi di decreto applicativi della legge 240/10

In un quadro finanziario drammatico si conferma l’involuzione autoritaria e la cancellazione dell’autonomia.

21/09/2011
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Si è svolta ieri l’audizione presso la VII commissione del Senato sugli schemi dei decreti ministeriali inerenti il piano straordinario per la chiamata di professori universitari di seconda fascia (Atto n. 393) l’introduzione della contabilità economico-patrimoniale, della contabilità analitica e del bilancio unico (Atto n. 395) e l’introduzione del sistema di accreditamento delle università (Atto n. 396).

L’insieme di questi tre decreti conferma, allo stesso tempo, l’ideologia di fondo della legge 240 e le sue contraddizioni. Gli atti 395 e 396 rappresentano una profonda negazione dell’autonomia universitaria e disegnano una organizzazione interna ancora più accentrata nella figura del rettore e del direttore generale rispetto a quanto già intuibile dalla legge. Una sorta di catena di comando di stampo taylorista parte dal Miur e arriva fino alle singole università, dove i dipartimenti, che stando alla retorica gelminiana avrebbero dovuto essere il centro della nuova governance, vengo privati di qualunque autonomia di spesa attraverso l’abrogazione degli articoli 86 e 87 del Dpr 382/80. Il bilancio unico diventa lo strumento per un commissariamento permanente. Ogni atto dovrà essere vagliato e autorizzato dall’amministrazione centrale. Una burocratizzazione esasperata che accentuerà la paralisi del sistema e, se confermata, abolendo l’autonomia dei dipartimenti andrà oltre la delega contenuta nella stessa legge con evidenti profili di incostituzionalità Inoltre, il meccanismo della contabilità economico patrimoniale - in sé neutro - calato in una realtà che produce “beni” molto particolari come la ricerca e l’insegnamento se non viene contemperato da elementi che permettano di valorizzare la produzione scientifica e l’attività didattica rischia di ridurre la valutazione delle poste produttive e improduttive a modalità che mortificheranno la stessa mission degli atenei. Solo l’introduzione del bilancio sociale, come da noi proposto all’indomani dell’approvazione della legge e previsto dalla direttiva per la rendicontazione sociale nelle pubbliche amministrazioni del 2 maggio del 2006, potrebbe rappresentare un utile contrappeso a questa deriva verticistica e aziendalista.

Il decreto sull’accreditamento (Atto 396) disegna il vertice della gerarchia affidando ad un’Anvur snaturata nelle sue funzioni un ruolo strumentale inaccettabile per una agenzia che deve avere un indiscutibile carattere di terzietà. In realtà per non dire che sarà il Miur a decidere si utilizza l’Anvur come foglia di fico. Il decreto rinviando ad un atto successivo la definizione dei parametri per l’accreditamento rende impossibile un giudizio su questo aspetto fondamentale. L’ipertrofia normativa e l’ossessione regolatoria raggiungono l’apice. Anche in questo caso si arriva al punto di mettere in discussione esplicitamente l’autonomia degli atenei con una lesione evidente dell’articolo 33 della costituzione. Inoltre il riferimento contenuto all’atto fondativo del processo di Bologna e alle linee guida in esso contenute circa gli standard qualitativi di riferimento dovrebbe contestualmente richiamare l’attenzione sui livelli di finanziamento delle università degli altri paesi ben altri rispetto ai nostri.

L’atto 393 relativo all’utilizzo delle risorse per le chiamate dei professori di seconda fascia umilia e deprime in modo irragionevole le università, che hanno superato il rapporto finanziamento/stipendi, che costituiscono ormai circa la metà dell’intero sistema e sono destinate ad aumentare alle luce dei tagli che interesseranno il fondo ordinario anche quest’anno; discrimina tra le aspettative di soggetti con pari dignità e diritti, sacrificando quelle di molti, penalizzati e sostanzialmente colpevolizzati senza alcuna loro responsabilità e in palese violazione della parità di trattamento; contraddice, infine, una programmazione equilibrata del complesso delle università. Infatti lo schema di decreto destina le risorse soltanto alle università che non hanno superato il limite del 90 per cento delle spese fisse per il personale rispetto ai trasferimenti statali sul fondo di finanziamento ordinario. Questo rapporto, come si sa, è da tempo in discussione perché condizionato, spesso in misura decisiva, dall’entità degli stanziamenti del bilancio statale e dalle normative, sempre di provenienza statale, relative agli stipendi del personale universitario. Recentemente è venuta anche meno, per calcolarlo, la detrazione che, tradizionalmente negli ultimi anni, era operata per le università con le facoltà di medicina e chirurgia. Per questo motivo sono risultati d’improvviso sopra il limite anche atenei che avevano oculatamente programmato e operato per restarne al di sotto. Queste considerazioni hanno indotto il legislatore a prevedere e porre in cantiere, con una delega apposita, una riconsiderazione di questo criterio. L’art. 5 lettera e) della legge, che pure lo schema di decreto richiama, prevede in proposito una “determinazione di un limite massimo all’incidenza complessiva delle spese per l’indebitamento e delle spese per il personale di ruolo e a tempo indeterminato, inclusi gli oneri per la contrattazione integrativa, sulle entrate complessive dell’ateneo, al netto di quelle a destinazione vincolata”. Anche da questo intervento risulta evidente che si è consapevoli che il criterio del 90 per cento non è più valido e che è opportuno e urgente un suo ripensamento.

In questa situazione, adottarlo, sia pure in via transitoria, ma in una fase quanto mai delicata e attesa per la selezione e progressione dei ricercatori più giovani e meritevoli, ed impedire ad un numero cospicuo di università la possibilità di reclutarli, appare irragionevole e lesivo della loro immagine e funzionalità. Certamente ne umilia l’autonomia, ne compromette le prospettive, senza peraltro aver valutato con attenzione le ragioni, magari confrontandole anche con l’ateneo, che hanno determinato una condizione finanziaria che può avere origini e cause del tutto diverse e non necessariamente negative, rispondendo magari ad una consapevole logica di investimento consentita da risorse ulteriori di diversa provenienza. Del resto, le cause di una esposizione finanziaria eccessiva per gli oneri del personale possono ricadere su responsabilità ministeriali per la diminuzione dei finanziamenti e per l’aumento delle retribuzioni; voci sulle quali le università non hanno possibilità di intervento.

La soluzione che propone il decreto è la peggiore tra quelle possibili perché sposa la spaccatura dell’unitarietà del sistema senza tuttavia dichiararlo apertamente, persegue questo obiettivo in maniera surrettizia e senza la consapevolezza delle conseguenze e degli eventuali interventi che, quanto meno, ricerchino e prospettino una razionalità ed efficacia di questo assetto.

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