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Lettera al Direttore de "La Repubblica" e del "Corriere della Sera" sul disegno di legge che istituisce la terza fascia del ruolo dei professori universitari

Lettera al Direttore de "La Repubblica" e del "Corriere della Sera" sul disegno di legge che istituisce la terza fascia del ruolo dei professori universitari

14/12/1999
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Lettera al Direttore de "La Repubblica" e del "Corriere della Sera" sul disegno di legge che istituisce la terza fascia del ruolo dei professori universitari. (14/12/1999)

Al Direttore de "La Repubblica"

Al Direttore del "Corriere della Sera"

p.c. ai proff. Martinotti, Tranfaglia, Vattimo

Caro Direttore,

ho assistito con estremo disagio personale al crescendo rossiniano che ha scandito in questi giorni la campagna contro l'approvazione della legge che istituisce la terza fascia del ruolo dei professori universitari.

I maggiori organi di informazione hanno dato ampio spazio ad autorevoli colleghi che hanno dato fondo a tutto il repertorio tradizionale, dall'indignazione per l'azione nefasta dei Sindacati alla accorata preoccupazione per le sorti dell'Università e del Paese.

Nella improbabile eventualità che questa lettera sia pubblicata, vorrei provare a confutare alcune affermazioni di questi miei colleghi.

Almeno quelle più macroscopicamente infondate.

Si è detto che la legge "viola i precetti costituzionali e promuove indiscriminatamente come professori i quasi 20 mila ricercatori". Il primo comma del primo articolo del ddl recita: "I ricercatori e le figure equiparate, ai quali continuano ad applicarsi le norme rispettivamente vigenti in materia di trattamento economico e di stato giuridico, salvo quanto previsto dal presente articolo, assumono la denominazione di professori di terza fascia".

Non sono previsti benefici di natura economica. Le uniche variazioni di stato giuridico sono relative al conferimento dei diritti di elettorato attivo (per tutte le cariche accademiche: rettore, preside, presidente di corso di studi etc..) e passivo (con esclusione delle cariche di rettore e preside). Una larga parte degli Statuti degli Atenei italiani contiene già, in toto od in parte, queste norme.

Le legge viene considerata "una colossale promozione sul campo che bloccherebbe per decenni l'accesso alla docenza universitaria di generazioni di giovani, accentuando l'invecchiamento del nostro sistema".

Che si tratti di una promozione sul campo mi sembra assolutamente falso: come si può considerare promozione un puro e semplice cambiamento di nome, unicamente associato alla conquista di pochi diritti politici elementari?

Che l'accesso a giovani meritevoli sia bloccato mi sembra assolutamente vero. E non da oggi.

Che lo sia per colpa dei 20.000 ricercatori si sembra per lo meno opinabile.

È ovvio che se si sopprimessero tutti i ricercatori in servizio si aprirebbero brillanti possibilità per il reclutamento. Ma la cosa funzionerebbe altrettanto bene se si adottasse la "soluzione finale" per tutti gli associati e/o per tutti gli ordinari attualmente in servizio.

Il blocco del reclutamento è conseguenza di altri fattori del tutto indipendenti dalla legge in discussione. Essenzialmente, dal mancato rispetto delle cadenze concorsuali (tre invece della diecina previste per legge, negli ultimi venti anni) e dalla mancanza di fondi.

Segnali positivi si stanno avendo a partire da quest'anno con l'attivazione di circa quattromila concorsi, di cui la metà a ricercatore.

Che i ricercatori siano figuri "che scientificamente e didatticamente poco o nulla hanno fatto (o hanno fatto tutt'altro)" mi sembra una pericolosa generalizzazione. L'università italiana è popolata da personaggi di questa non nobile indole. A voler essere molto generosi nei confronti dei miei colleghi ordinari, essi sono equamente distribuiti tra le varie fasce della docenza.

D'altra parte, e purché venga loro offerta l'occasione, i ricercatori mostrano brillanti capacità didattiche e scientifiche: più del 90% dei concorsi a professore associato sono vinti da appartenenti a questa categoria.

Non vorrei che l'indignazione nascesse in larga misura dal desiderio di preservare ad ogni costo situazioni indifendibili come quella della Facoltà di Giurisprudenza di Roma (27.000 studenti, 83 ordinari, nessun associato, 131 ricercatori, 5 assistenti).

Mi sembra si stia facendo un'opera di sistematica disinformazione rispetto ad un disegno di legge il cui unico vero limite è rappresentato dall'eccessiva pavidità con la quale si affronta il problema di una profonda revisione dello stato giuridico della docenza universitaria.

Sarebbe necessario introdurre l'unicità delle funzioni docenti, l'esclusività del rapporto di lavoro con l'Università, una carriera scandita da verifiche periodiche ed obbligatorie sull'attività scientifica, didattica e di servizio effettivamente svolta da ciascuno (indipendentemente dal livello di carriera raggiunto), un maggiore tempo trascorso all'interno delle strutture universitarie, confrontabile con quello dedicato dai colleghi di tutti i Paesi civili.

Quello che mi stupisce dolorosamente è il constatare come a questa campagna abbiano dato il loro appoggio colleghi illustri e noti per le loro posizioni, certo non conservatrici.

Prof. Ing. Guido Greco

Ordinario di Principi di Ingegneria biochimica

Università "Federico II" di Napoli

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