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La storia ed il compito formativo dei lettori e collaboratori ed esperti linguistici (cel) di madrelingua nelle università italiane

Convegno “L’Europa delle Lingue”, del 6 novembre 2007

21/11/2007
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Al Convegno organizzato a Firenze da Proteo Fare Sapere e FLC Cgil Toscana il 6 novembre 2007si è parlato dell’insegnamento linguistico nelle Università italiane nonché della storia e del compito formativo dei lettori e cel di madrelingua durante gli ultimi tre decenni e si sono ricercate soluzioni pratiche da poter intraprendere subito per migliorare l’insieme della formazione linguistica universitaria.

Come risulta dagli atti del convegno, se si vuole affrontare la questione della formazione linguistica nell’università italiana non si può prescindere dalla questione dello status giuridico e del trattamento normativo ed economico dei cosiddetti lettori di madrelingua. Storicamente l’insegnamento delle lingue nelle università italiane è stato sempre per la maggior parte la responsabilità di questi insegnanti di madrelingua straniera, quasi sempre all’interno di corsi di lingua e letteratura straniera dove il titolare del corso era un professore di letteratura mentre la glottodidattica rappresentava una specie di cugino povero della letteratura, con le lingue insegnate dai lettori , figura storica prima equiparata all’assistente universitario dalla Legge 349 del 1958 e in seguito disciplinata dalla Legge 382 per la Riforma della Docenza universitaria nel 1980.

A causa del trattamento discriminatorio previsto a livello normativo ed economico per questi insegnanti stranieri, negli anni si sono accumulateinnumerevoli sentenze della magistratura italiana, fra le quali una sentenza della Corte costituzionale del 1989, e ben 5 sentenze di condanna dell’Italia da parte della Corte di Giustizia europea (nel 1989, 1993, 1997, 2001 e 2006), oltre a 3 risoluzioni di condanna del Parlamento europeo (nel 1995, 1996, 2000).

Nel 1995 il Parlamento italiano ha approvato la Legge 236 che ha tentato di circoscrivere le varie sentenze della giurisprudenza italiana ed europea sopprimendo la figura del lettore di madrelingua e creando ope legis una nuova figura con il nome di collaboratore ed esperto linguistico (cel).Nonostante tutti i pronunciamenti delle istituzioni europee e le sentenze passate in giudicato, in Italia permane ancora oggi una situazione di discriminazione contro questa categoria di circa 2.000 insegnanti universitari, in gran parte stranieri e di cui circa un quarto sono ancora dei lavoratori precari con contratti a tempo determinato in palese violazione dell’art. 4 della Legge 236/95.Inutile evidenziare i seri danni recati alla formazione linguistica degli studenti universitari in questo paese a causa del persistere di questa situazione di incertezza e sofferenza da più di venticinque anni.

Nel 1999 il Parlamento ha approvato la legge 509 per la Riforma della Didattica con l’istituzione del sistema cosiddetto “3 più 2”, con la nuova laurea triennale e quella specialistica biennale.Finalmente l’Italia segue l’esempio del resto dell’Europa (e del mondo) e separa la lingua dalla letteratura, almeno per la maggior parte delle lingue straniere che così diventano corsi di lingua e traduzione. Con i nuovi ordinamenti per la prima volta la conoscenza (e la relativa verifica) orale e scritta di almeno una lingua europea è richiesta da tutti i nuovi corsi di laurea.Si parla poi dell’“l’europeizzazione” dei curricula universitari in Italia,dell’internazionalizzazione delle formazioni offerte dalle università italiane. Tuttavia - ed incredibilmente - nella nuova riforma della didattica non appare mai la parola lettore/cel di madrelingua nonostante il fatto che quella figura sia indispensabile per raggiungere gli obiettivi didattici previsti dalla riforma nel settore della formazione linguistica.Ancora oggi questi ca. 2.000 insegnanti svolgono dal 70 al 90% dell’insegnamento linguistico nelle università italiane, svolgendo autonomamente i loro corsi nelle facoltà e nei centri linguistici in corsi di lingua ad ogni livello, sia di lingua generale che di lingua specialistica,inclusa la relativa programmazione, didattica e valutazione, e partecipando alle commissioni d’esame per gli esami di profitto nelle facoltà di lingue, lettere e filosofia, economia, scienze politiche e scienza della formazione e agli esami di idoneità linguistica nelle facoltà scientifiche.

Si tratta di una figura di mediatore linguistico e culturale non solo altamente specializzato nella glottodidattica e nell’insegnamento delle lingue, ma anche di una specie di ambasciatore che da anni porta la propria cultura, la cultura del proprio paese di origine, all’interno degli atenei italiani e favorisce così la “contaminazione” interculturale fra gli studenti italiani e stranieri e gli insegnanti di madrelingua stessi. Come scrive Antonella Fucecchi, studiosa della didattica interculturale nel campo dell’insegnamento linguistico:“l’insegnamento e l’apprendimento di una lingua straniera costituisce già di per sé un’esperienza interculturale (…) perché permette di conoscere un’altra lingua e di entrare in contatto con un’altra realtà.” Questi insegnanti di madrelingua hanno un importante e prezioso contributo da offrire anche in questo senso.Ma per la Legge 509 sono invisibili.

In risposta a questa grave mancanza della Legge 509 del 1999, lo stesso anno più di mille docenti universitari, tra cui diversi rettori e numerosi presidi e presidenti di consigli di corso di laurea, hanno firmato un appello da parte della docenza universitaria per riconoscere la professionalità e la dignità del lettore di madrelingua come personale insegnante.Ma a tutt’oggi, nel 2007, questa figura - che dedica circa un milione di ore di didattica ogni anno alla formazione linguistica negli atenei– si trova ancora senza un profilo professionale definito, né per legge né per contratto nazionale di lavoro, una figura ancora oggi - dopo più di 25 anni - sottopagata e mortificata con un trattamento normativo ed economico del tutto disomogeneo a livello nazionale – un trattamento discriminatorio che non esiste per nessun altra categoria di lavoratori in Italia. Lo stipendio suggerito dal contratto nazionale mette loro ben al di sotto della “soglia di povertà “ indicata dai dati ISTAT.Ed è normale che quando un insegnante non ha la possibilità di percepire uno stipendio decoroso e si trova in uno stato di precarietà perenne, quando vede mortificata la sua dignità professionale ed umana da oltre 20 anni, non ha quella tranquillità di esistenza assolutamente necessaria per poter dare il meglio di sé nelle aule delle università italiane.Avviene una sorta di instabilità occupazionale istituzionalizzata. Ovviamente questo stato di cose non può che avere una ripercussione negativa sulla formazione linguistica fornita agli studenti.

Quindi oggi ci troviamo in uno stato permanente di emergenza per ciò che riguarda la situazione della formazione linguistica negli atenei italiani.La riforma “3 più 2” prevede la conoscenza di almeno una lingua europea per tutti i nuovi corsi di laurea nonché, per alcuni corsi di laurea triennale come la Classe 11 in Lingue e culture moderne o la Classe 12 in Mediazione linguistica, la padronanza di due lingue straniere e la conoscenza anche del patrimonio culturale delle civiltà di cui queste lingue sono espressione, oltre ad un’eventuale sufficiente competenza scritta e orale in una terza lingua.Anche nelle lauree specialistiche sono previsti simili requisiti.Ma poi nella pratica, a volte a causa della mancanza dei titolari dei corsi di lingua, anche per via del mancato riconoscimento giuridico del lettori/cel di madrelingua, a volte per altri motivi, vengono tagliati i crediti previsti per i corsi di lingua, contribuendo così al crollo delle competenze linguistiche degli studenti se paragonati ai risultati ottenuti con le vecchie lauree quadriennali.L’Italia dovrebbe assicurare il raggiungimento dei parametri previsti dal Quadro Comune Europeo di riferimento per le lingue del Consiglio d’Europa ma purtroppo siamo ancora lontani come dimostrano tutte le statistiche in merito.

L’Università pubblica dovrebbe garantire tutte le condizioni affinché tutti gli studenti universitari italiani possano avere la giusta preparazione linguistica e le stesse opportunità dei loro coetanei europei.Invece troppo spesso si ricorre all’esternalizzazione, dando in appalto all’esterno la formazione linguistica e anche le verifiche, alle scuole private di lingua, alle agenzie formative, alle fondazioni, alle convenzioni, dove non si può garantire il controllo e la qualità che la formazione pubblica dovrebbe assicurare.

In alcuni atenei invece si tenta di risolvere il problema della titolarità degli insegnamenti con il ricorso ai professori a contratto.Questi contratti con figure estranee agli atenei e sottopagate non possono offrire il numero di ore di didattica che viene offerto da un contratto di lettorato e spesso vengono stipulati con persone non di madrelingua e comunque di norma con persone (p.e. i nostri studenti neo-laureati o chi non è riuscito ad entrare in graduatoria come insegnante) che non possiedono il patrimonio di esperienza didattica e scientifica dei lettori.

Ma la questione della titolarità dei corsi di lingua non dovrebbe rappresentare più un problema dopo l’invio di due note nell’estate del 2006 da parte del Ministero dell’Università e della Ricerca a tutti gli atenei italiani per informarli che i lettori hanno diritto a partecipare ai concorsi per gli affidamenti dei corsi.Questa novità rappresenta una importantissima occasione per il miglioramento della offerta di formazione linguistica negli atenei italiani, novità che potrebbe risolvere in gran parte la mancanza di professori e ricercatori di lingua nelle facoltà e che potrebbe superare la pratica fallimentare dell’utilizzo di contratti di insegnamento a personale esterno per le esigenze di formazione e verifica linguistica nei corsi di laurea. Già dallo scorso anno accademico atenei in Piemonte, Liguria, Puglia ed altrove hanno iniziato a coprire i loro corsi di lingua - sempre previa autorizzazione dei relativi organi decisionali - con affidamenti ai propri lettori/cel.Tuttavia troppi atenei, la maggioranza, continuano ad escludere a priori i lettori/cel dai conferimenti di affidamenti e supplenze in palese contrasto con le indicazioni del Ministero.

Purtroppo l’atteggiamento verso i lettori/cel dell’attuale Segretario Generale della Conferenza dei Rettori (CRUI) il Prof. Marco Mancini (Rettore di Viterbo) non promette bene.In un suo intervento al V Convegno annuale dei direttori amministrativi delle università (CODAU), a Napoli il 27-30 settembre 2007, il Prof. Mancini ha espresso l’auspicio che nel prossimo contratto nazionale di lavoro “sia chiaramente definito lo stato giuridico ed economico di questa categoria che, pur facendo parte del personale tecnico-amministrativo delle Università, continua ad essere oggetto di contenziosi onerosi e interminabili su tutto il territorio nazionale."E purtroppo sembra che la richiesta del Prof. Mancini sia stata recepita dall’atto di indirizzo del Comitato di settore per le prossime contrattazioni nazionali con l’ARAN per il comparto università.

Bisogna senz’altro dare una definizione dello stato giuridico dei lettori/cel dopo più di 25 anni, ma quella definizione non potrà certamente prescindere dal pieno riconoscimento professionale della funzione didattica svolta da questa figura, il cui compito primario è l’insegnamento della propria lingua madre come lingua straniera.Come già riconosciuto dagli organi europei, non si tratta della figura di un lavoratore tecnico-amministrativo ma bensì di un insegnante.L’accanito rifiuto di riconoscere questa semplice verità continuerà a portare seri danni alla formazione linguistica a livello universitario – e non solo lì, se consideriamo, per esempio, il ruolo che quella formazione gioca nella preparazione degli insegnanti di lingua nelle nostre scuole di domani. Il rapporto annuale dell’OECD per il 2007 intitolato “Education at a Glance” sottolinea il nesso fra l’investimento nel sistema formativo e i vantaggi ottenuti sul piano dello sviluppo economico.Ebbene, una prima misura da intraprendere per migliorare la situazione insostenibile dell’insegnamento delle lingue negli atenei sarebbe la modifica della Legge 63 del 2004, per arrivare a un trattamento economico minimo per i lettori/cel pari a quello del ricercatore confermato a tempo pieno.Infatti il parametro di una figura a tempo parziale, che poi secondo la Legge 63/04 andrebbe applicato in soli sei atenei, rappresenta una beffa da parte del precedente governo ed una situazione da rimediare quanto prima.

Poi bisogna stabilizzare i circa 500 lettori/cel precari (fonte MIUR, 2003), la stragrande maggioranza con contratti che violano l’art. 4 della Legge 236/95 che prevede di norma il rapporto di lavoro a tempo indeterminato e solo per esigenze temporanee la possibilità di contratti a tempo determinato.Il Decreto del Ministro Nicolais che riguarda l’attuazione della Legge Finanziaria per la stabilizzazione dei lavoratori precari nelle università ci fornisce lo strumento necessario:adesso bisogna verificare la reale volontà degli atenei di migliorare l’offerta formativa linguistica stabilizzando i troppi lettori/cel precari.

Il 27 giugno scorso è stata firmata l'"Intesa per un'azione pubblica a sostegno della conoscenza" dal Ministro per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica Amministrazione, dal Ministro dell'Economia e Finanze, dal Ministro dell'Università e della Ricerca e dalle Organizzazioni Sindacali.Quella Intesa dovrebbe rappresentare un programma per l’intera legislatura che prevede, fra le altre cose, delle strategie di riforma del sistema universitario e di revisione degli ordinamenti didattici.L’Intesa impegna il Governo ed i sindacati ad assumere la conoscenza come elemento strategico per lo sviluppo del Paese ed a mettere in atto le iniziative concrete che sono necessarie per attuare tale scelta.

Successivamente il Patto per l’Università e la Ricerca sottoscritto il 2 agosto fra i Ministri Mussi e Padoa Schioppa dovrebbe indicare un concreto impegno da parte del governo nei confronti del sistema universitario.

Quindi sembrerebbe che finalmente ci siano tutte le premesse necessarie per dimostrare una vera volontà di affrontare il declino del sistema universitario in Italia e in particolar modo anche la grave crisi della formazione linguistica che allontana l’Italia da quel plurilinguismo che caratterizza il resto dell’Unione europea.Il problema dei lettori/cel di madrelingua è solo un aspetto di quella crisi ma certamente è emblematico e come anello nel ciclo formativo è un aspetto assai vitale. Tutti i vari governi negli ultimi anni hanno tanto parlato dell’importanza dell’insegnamento linguistico per una Italia competitiva a livello europeo e mondiale. Vedremo se con questo governo ci sarà veramente la volontà concreta di trovare finalmente le risposte e le soluzioni necessarie.

Roma, 21 novembre 2007