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La Repubblica: Prof universitari né baroni né impiegati di Ortensio Zecchino

Prof universitari né baroni né impiegati

09/12/1999
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Prof universitari né baroni né impiegati (9/12/1999)

di ORTENSIO ZECCHINO

In un'acuta lettera di un dirigente sindacale mi viene ricordato che Cavour quando aveva contrasti con il Parlamento, per prendere tempo, faceva presentare da fedelissimi proposte sulla docenza universitaria. La mossa era infallibile: il Parlamento si incartava in dibattiti inconcludenti.

Ho già sottolineato in altre sedi che la proposta di modifica dello stato giuridico dei docenti è ineludibile nel quadro delle riforme in corso, imposte da antiche necessità e da recenti impegni internazionali.

Esse sono incentrate su questi obiettivi. 1. Autonomia didattica delle università (da conciliare con il valore legale dei titoli che impone a tutti standard minimi di qualità).

2. Nuova organizzazione degli studi con una didattica più pensosa delle esigenze degli studenti e con la previsione di due titoli: la laurea triennale (che dovrà conciliare la formazione di base con l'immediata utilizzabilità del titolo nel mondo del lavoro) e l'eventuale successiva laurea biennale.

3. Accelerazione del processo di superamento degli squilibri disciplinari e territoriali (sedi povere di risorse, strutture e docenti).

4. Introduzione di incentivi e sanzioni legati alla valutazione della ricerca e della didattica di ciascuna università, delle sue singole strutture e dei docenti. Su questo sfondo si sono imposte anche le due scelte più sofferte: quella di cancellare l'indiscriminato accesso all'università (sostituito con la verifica della adeguatezza formativa dello studente rispetto all'itinerario universitario prescelto e con una serie di sussidi in suo favore) e quello appunto di rivedere doveri e diritti dei docenti. Si è da taluni gridato alla riduzione degli stessi ad impiegati vincolati alla sola didattica. Da altri all'opposto s' è invece parlato di restaurazione baronale.

La proposta in realtà prevede che i docenti dedichino cinquecento ore annue a tutte le attività didattiche (lezioni, esercitazioni, seminari, esami, tesi di laurea, partecipazione ad organi collegiali, orientamento e tutorato in favore degli studenti): molto meno di quanto già fa un buon numero di docenti! C'é solo da chiedersi se i critici di questa proposta sappiano fare di conto: poco più di un'ora e mezza al giorno per dieci mesi. É possibile sostenere che questo tempo bruci ogni spazio per fare ricerca e preparare lezioni originali?

Questo modo di presentare le cose rende un pessimo servigio ai docenti perché insinua il dubbio che tra essi ci sia chi intende dedicare al complessivo impegno soltanto quella limitatissima porzione della giornata. La ricerca deve restare attività prioritaria che non tollera vincoli sul come e sul quando del suo svolgimento.

Questa sacrosanta libertà va però bilanciata da una valutazione quadriennale (ampiamente praticata altrove) che avrà ad oggetto anche l' impegno didattico. Sul difficile tema delle attività professionali si è scelta la strada delle libertà e della responsabilità. Adempiuti tutti i doveri i docenti - ai quali sarà assicurato il raggiungimento di livelli stipendiali almeno pari alla media europea - potranno svolgere attività esterne compatibili. In caso di giudizio negativo nella valutazione subiranno, con altre sanzioni, l'interdizione dall' esercizio dell'attività professionale.

Queste sono le linee di fondo. C'é poi una serie di statuizioni pure rilevanti, tutte aperte all'esito del dibattito in corso: la stessa importantissima questione del numero delle fasce, i modi di reclutamento dei giovani, i contratti esterni, i poteri dei dipartimenti, il tetto massimo per i professori ordinari che rappresentano il più alto livello di qualificazione scientifica (previsione discutibile, che vuole comunque segnalare due esigenze: quella di evitare in alcuni casi il rischio reale della piramide capovolta, con più ordinari che professori di seconda fascia e quella di favorire un "riequilibrio" verso le sedi e le discipline più povere di ordinari, con indubbio vantaggio per gli studenti).

Non è mai superfluo infine ricordare che va tenuta ferma nell'agenda la indifferibile necessità di maggiori risorse finanziarie.

Ortensio Zecchino è ministro dell'Università e della Ricerca scientifica e tecnologica

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