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La Repubblica: Contro i nemici dell'Università

Nella polemica sul silenzio degli "intellettuali di sinistra" intorno ai problemi della riforma dell'università e della scuola - aperta sul "Corriere della Sera" da Angelo Panebianco - abbiamo ascoltato, da un lato e dall'altro, molti buoni argomenti.

16/01/2000
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di Aldo Schiavone

Nella polemica sul silenzio degli "intellettuali di sinistra" intorno ai problemi della riforma dell'università e della scuola - aperta sul "Corriere della Sera" da Angelo Panebianco - abbiamo ascoltato, da un lato e dall'altro, molti buoni argomenti. In linea di massima, condivido la sobria replica di Umberto Eco. Ci sarebbe solo da aggiungere un particolare forse non trascurabile, sfuggito (mi sembra) agli interlocutori: che una "cultura di sinistra" - come soggetto in qualche modo unitario, cui si possa attribuire una responsabilità collettiva - in Italia da tempo non esiste più, e che accusare un morto di tacere è operazione di cui è difficile capire il senso.

È invece un'altra l'assenza che si sta rivelando sempre più grave e determinante. Mentre sulla scuola e sull'università è in corso una partita decisiva per il futuro del paese, tutto si sta consumando nel generale disinteresse dell'opinione pubblica, che sta lasciando completamente senza controllo le forze politiche al lavoro sul problema, sia di governo, sia di opposizione: le quali, a loro volta, e com'era da aspettarsi, non stanno usando al meglio la libertà di movimento guadagnata a causa di questo vuoto, e rischiano di ridurre una questione essenziale per il nostro avvenire a un piccolo ginepraio fra tecnica e potere, fra corporazioni rissose e giungle di interessi precostituiti.

Diciamolo con chiarezza, allora. Quello che è oggi in gioco, quando si parla di università, è né più né meno che la possibilità stessa di rilanciare un sistema pubblico di istruzione superiore degno di questo nome, e di opporsi alla tendenza, già in atto da anni, a fargli assumere un profilo così basso, da ridurlo a semplice produttore di qualificazioni professionali sempre più scadenti, sino a obbligarlo a lasciare ad altri circuiti, non pubblici o non italiani, la vera formazione d'alto livello per le nostre giovani generazioni, e la parte più impegnativa della ricerca e dell' innovazione. Insomma: il meglio - la qualificazione e la selezione delle élites italiane - ai privati e all'Europa (o all'America); il resto, che lo gestisca pure lo Stato, come può: un progetto, questo, che comincia a farsi strada (sia pure in formulazioni meno brutali), e ad avere molti seguaci, anche insospettabili.

E tuttavia, l'impianto riformatore che si va delineando - dalle nuove regole per i concorsi, all'autonomia degli atenei, alla trasformazione degli ordinamenti didattici, al nuovo stato giuridico dei docenti - non va affatto demonizzato: al contrario, contiene tratti che vanno accolti con favore. Ma quasi sempre questi elementi positivi, che pure si intravedono, finiscono poi - per svariate circostanze e contraddizioni - con l'essere esposti a ombre pesanti, che ne riducono fortemente il significato, quando non rischiano addirittura di rovesciarne il segno. Così è per l'autonomia: un principio sacrosanto, che richiede però aumento delle risorse e diffusa efficienza amministrativa - due requisiti essenziali, ma per ora completamente ignorati. Così è per i nuovi concorsi, le cui regole riflettono l'azzardato compromesso legislativo che le ha appena viste nascere: è stato finalmente sostituito un sistema di reclutamento mai abbastanza deprecato; ma si è finito col dare un peso eccessivo alle scelte locali, fino a ridurre in molti casi il lavoro delle commissioni a un semplice avallo di decisioni già prese. Così sta accadendo per la riforma degli ordinamenti didattici, in via di attuazione. Essa presuppone - anche se completata al meglio, il che è tutto da vedere - un forte aumento nella qualità dei servizi offerti agli studenti, soprattutto nei grandi atenei: e richiederebbe disponibilità di strutture e di energie, adeguamenti funzionali e investimenti di cui non si vede alcuna traccia. Mentre si fa forte la tendenza a darne un'interpretazione riduttiva e minore: come di una via per avere meno studenti fuori corso, e un maggiore numero di laureati, per giunta dopo solo un triennio - sia pure al prezzo di una incontrollata semplificazione degli studi e di una sconnessione definitiva tra didattica e ricerca. È così infine per il disegno di legge sullo stato giuridico dei professori, che intreccia anch'esso elementi positivi e scelte difficili da accettare.

La prima e forte novità del provvedimento è senza dubbio quella di stabilire la regola della valutazione permanente e progressiva all'interno delle carriere accademiche: una strada che va condivisa con convinzione. Come è da approvare il principio di tener ferma la distinzione dei docenti in due "fasce", nonostante le molte spinte verso il cosiddetto "docente unico". Ma il progetto prevede anche l'introduzione di un numero chiuso per i professori ordinari, fissato in un quinto del totale dei componenti delle due fasce. E qui l'adesione viene meno. La quantità è inadeguata; e poi l'idea stessa di un tetto rigido finisce con il risultare una violazione delle regole dell'autonomia. Si voleva forse creare così un ristretto livello d'eccellenza, da riservare ai migliori? Bene: ma la strada è impropria, e bisogna cercare altre soluzioni. È invece apprezzabile la possibilità che i professori stipulino con le università contratti individuali per un trattamento integrativo rispetto a quello stabilito per legge: si andrà verso un regime di maggiore competitività, a vantaggio sia della domanda, sia dell'offerta. Mentre di nuovo mi sembra da respingere la proposta di sottrarre alle Facoltà il compito della chiamata dei professori, attribuendolo ai Dipartimenti. Si perde in tal modo lo spazio di una indispensabile valutazione collegiale, legata alla funzione didattica, che oltrepassi il giudizio più strettamente disciplinare. E soprattutto, ancora una volta si ha l'impressione di trovarsi di fronte a un quadro ambiguo, che enfatizza il ruolo dei professori come insegnanti, ma non dice una parola sulla loro attività di ricerca (andrà forse svolta altrove, e dove?); che cancella privilegi inattuali, ma non costruisce un autentico ruolo di "eccellenza" per i più dotati. Come se, in altri termini, fosse il testo stesso a riflettere il dubbio di cui dicevamo, circa il posto e la funzione di un'università ancora pubblica in una società e in una cultura che sembra non saper più affidare allo Stato se non ruoli minimi, di pura salvaguardia di un territorio ridottissimo di pari opportunità e di uguaglianza.

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