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La FLC CGIL sull’abilitazione nazionale

Abilitazioni e valutazione: l’altra faccia dei tagli alla spesa?

06/07/2012
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Dopo una lunga e difficile gestazione, ha preso avvio il percorso per l’abilitazione nazionale degli aspiranti docenti universitari di I e II fascia previsto dalla legge 240/2010. Al pari della legge da cui discende, le procedure abilitative previste dal MIUR e dall’Anvur appaiono fortemente burocratiche, in molti aspetti incerte e portatrici di un approccio ingenuo e rigido alla bibliometria che ne mina alle fondamenta l’aspirazione a selezionare gli studiosi migliori nei propri rispettivi campi di ricerca. In esse, viene confermato e rafforzato il ruolo dell’Anvur che non solo non costituisce un'agenzia autonoma dal ministero, come le migliori prassi internazionali imporrebbero, ma scavalca lo stesso MIUR nella definizione di linee d’indirizzo politiche nei processi di valutazione e di reclutamento.

Nel merito delle procedure abilitative appare evidente come la definizione di mediane di settore calcolate sulla base dei dati volontariamente inseriti dai docenti sulle banche dati Cineca, in assenza di una vera anagrafe della ricerca, produrrà indicatori distorti e lacunosi. Ancora, le mediane saranno costituite sulla base della produzione scientifica di settori concorsuali anche molto articolati per tradizione e cultura al loro interno, ed in questi casi il percorso per la eventuale formazione di più mediane per singolo settore concorsuale è segnata da forte ambiguità, discrezionalità e incertezze.

In questo quadro l’autonomia delle commissioni nazionali sembra azzerata a favore di indicatori che costituiscono requisiti necessari ma non sufficienti per l'attribuzione ai candidati dell'abilitazione. Più correttamente gli indicatori di qualità e produttività scientifica dovrebbero valere quali elementi di riferimento per la valutazione informata da parte della commissione tenuta ad esprimere un giudizio di merito sui singoli candidati.

Il percorso di classificazione delle riviste in classi di merito prevista per i settori non bibliometrici sulla base di processi di negoziazione tra Anvur e società scientifiche, da svolgersi in tempi estremamente ristretti, non solo stabilisce un indicatore che svilisce il valore degli articoli pubblicati rispetto alla presunta qualità delle riviste, ma vincola la valutazione del ricercatore ad un parametro con valore retroattivo rispetto al momento della pubblicazione.

In generale, il riferimento rigido alle classi di merito delle riviste – che non ha equivalenti in nessuna parte del mondo - rischia di rafforzare processi di concentrazione editoriale, nonché di favorire il consolidamento della collocazione editoriale dei gruppi scientifici più numerosi, maggioritari, o meglio strutturati a discapito di aree scientifiche e culturali accademicamente minoritarie ma non per questo di minor valore. In sostanza, mina alle fondamenta il pluralismo scientifico e culturale dell’università e dell’editoria italiana.

In definitiva, il percorso per l'ottenimento dell'abilitazione nazionale insieme con la VQR, piuttosto che valutare il complesso mondo della ricerca scientifica nel rispetto del suo pluralismo, tenderanno a schiacciare la ricerca italiana intorno standard che impongono, a ben guardare, un sostanziale conformismo culturale e scientifico nonché la drammatica riduzione degli incentivi a favore di ricerche originali, innovative e interdisciplinari. Alla sostanziale mancanza di fiducia nella capacità della comunità scientifica di valutarsi e di valutare, si risponde con automatismi procedurali e bibliometrici che faranno del nostro paese un caso unico e risibile nel panorama internazionale. Come rilevato da autorevoli associazioni scientifiche, l’uso automatico di parametri bibliometrici e strumenti statistici per la valutazione dei candidati e dei commissari di concorso non è accettabile ed è stato condannato dalla comunità scientifica internazionale, al punto da essere ora bandito in molti paesi scientificamente all’avanguardia.

Tutto ciò avviene in un contesto in cui le nuove discipline di bilancio, i tagli già previsti per il prossimo anno al FFO, e la condizione già drammatica delle finanze degli atenei renderanno il numero degli abilitati che potranno effettivamente essere chiamati esiguo. Un numero certamente molto al di sotto di quello degli effettivi meritevoli e delle esigenze della tenuta del livello di qualità scientifica media italiana che, in rapporto al numero di ricercatori e ai finanziamenti alla ricerca, e a dispetto delle dichiarazioni di qualche opinionista mal informato, è al di sopra della media dei paesi OCSE.

Assunta la debolezza strutturale di questo percorso e il rischio concreto che vengano bloccati contenziosi e conflitto, la FLC CGIL ribadisce la necessità di garantire un finanziamento adeguato al sistema universitario italiano e la cancellazione dei vincoli al turn-over, senza i quali alle abilitazioni non seguirà alcun reclutamento. Abbiamo più volte segnalato una nostra proposta alternativa e transitoria: quella di indicare, come criterio unico per l’identificazione dei commissari candidabili all’estrazione per la composizione delle commissioni la presenza di una soddisfacente produzione scientifica certificabile tramite Cineca. Quindi di utilizzare gli indicatori per aree disciplinari definiti dal CUN come requisiti minimi per l’ accesso alle selezione per l’abilitazione nazionale riconoscendo autonomia valutativa alle commissioni nazionali come previsto dalla legge.

Questo permetterebbe di avviare in tempi rapidi sia le formazione delle commissioni, sia il compimento dei lavori delle stesse nei tempi indicati dalla legislazione. Inoltre in questo modo sarebbe possibile nella prima parte del 2013 il reclutamento nei singoli atenei, restituendo autonomia e responsabilità alla comunità scientifica.

Riteniamo, infatti, che il ruolo crescente che la valutazione sta assumendo nel nostro sistema possa e debba essere un' opportunità di rinnovamento e di crescita. Per essere tale, tuttavia, essa deve essere rispettosa dell’autonomia, del pluralismo, dell’indipendenza e dell’originalità della ricerca scientifica ed avere come obiettivo la valorizzazione del lavoro dei nostri ricercatori e l’innalzamento progressivo della qualità media del nostro sistema, già peraltro di alto profilo nel panorama internazionale. Per contro, sembra prendere corpo un pericolosissimo processo di chiusura scientifica e di disciplinamento culturale che si affianca e giustifica la progressiva riduzione dei finanziamenti, delle strutture, degli organici.

In una condizione di difficoltà estrema degli atenei italiani, non possiamo permettere che le opportunità di reclutamento e di progressione di carriera per i tanti ricercatori precari, ricercatori di ruolo, professori di seconda fascia che da anni vedono frustrate le loro aspettative, vengano nuovamente deluse da procedure abilitative inefficaci e assenza di risorse.