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Il Ministro Gelmini presenta alla Commissione cultura della Camera il suo programma

Audizione del Ministro Gelmini sull'Università.

20/06/2008
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La relazione sul programma per l'Università presentata dal Ministro alla Commissione presenta molte affermazioni di principio del tutto condivisibili: il riconoscimento della centralità del sistema di alta formazione e ricerca per lo sviluppo del Paese, la scelta di puntare sull'autonomia delle istituzioni, la volontà di valorizzare i giovani ed incrementarne il numero. Nel merito delle scelte annunciate è positiva l'intenzione di attuare un rigoroso monitoraggio del 3+2 e proseguire nella definizione di standard di sostenibilità e qualità dei corsi di laurea; di incrementare la mobilità di docenti e ricercatori a livello internazionale; di ricercare un più stretto collegamento delle lauree triennali con il mondo del lavoro, che costituiva uno degli obiettivi originari del 3+2.

Sulle risorse, si riconosce la situazione di sottofinanziamento dell'Università e si assume l'impegno ad incrementarne il finanziamento, ad una gestione più oculata delle risorse, a vincolare parte del FFO alla valutazione del merito e della qualità. Si ricorda la forte esposizione finanziaria di diversi Atenei, e si propone la necessità di piani di rientro pluriennali per risanarne i bilanci. Ricordiamo al Ministro che questa medesima impostazione, condivisa dal precedente Governo, è già stata oggetto, nel 2007, di un'intesa tra Miur e Ministero dell'Economia. L'intesa prevedeva anche l'aggiornamento dei criteri di distribuzione del FFO secondo lo schema proposto dal CNVSU, uno schema che punta a premiare in modo crescente la qualità: si tratta solo di darvi applicazione.

Sull'autonomia la relazione assume il riferimento dell'autonomia responsabile, coniugata con un'idea di competizione interna al sistema scientifico e didattico; e qui nascono i primi problemi, laddove la relazione recita: “la natura pubblica del sistema non presuppone la natura statale dei soggetti che vi partecipano”, affermazione francamente spericolata, corredata dall'ulteriore affermazione che “…l'approdo da auspicare è la parità delle condizioni finanziarie delle strutture pubbliche e private…”. Questa pudica definizione
ha trovato successivamente traduzione, ad opera dello stesso Ministro, in occasione del convegno organizzato dal C.U.N. il 17 giugno, in cui il Ministro ha dichiarato la volontà di spingere le Università verso la trasformazione in Fondazioni. E, il giorno stesso, il Consiglio dei Ministri ha varato la norma che consente la trasformazione degli Atenei in Fondazioni di diritto privato ; si noti: la trasformazione, non la partecipazione o la costituzione di Fondazioni. In tal caso, alla Fondazione viene trasferito l'intero patrimonio dell'Università (ci permettiamo anche qualche dubbio di legittimità, nel regalare patrimonio pubblico ad un soggetto privato); la Fondazione non è più sottoposta alle regole di bilancio e rendicontazione del pubblico. E il contratto del personale tecnico-amministrativo resta quello dell'Università solo fino alla scadenza del contratto in vigore. Dopo, ci si può immaginare, sulla scorta di esperienze precedenti, quello del commercio o dei metalmeccanici, o chissà che altro.

Il primo atto di governo del nuovo Ministro è dunque una scelta gravissima sul piano degli orientamenti di fondo e sul piano delle potenziali conseguenze: lo scardinamento radicale della natura pubblica (che in questo caso significa proprio statale) dell'Università. Altro che autonomia responsabile.

La relazione si sofferma poi sulla valutazione, proponendo una riscrittura del decreto sull' ANVUR , i cui compiti e modalità di funzionamento sono stati anche da noi giudicati eccessivamente complessi, sul welfare studentesco, in cui si ripropone tra l'altro l'erogazione dei prestiti d'onore, che non possono essere considerati strumento efficace e condivisibile di welfare, sulla governance degli Atenei, rispetto alla quale sostanzialmente si afferma la necessità di un'ampia libertà delle Università nell'organizzarsi, ed un alleggerimento del ruolo ministeriale, che dovrebbe limitarsi a porre paletti vincolanti al sistema e al controllo dei risultati. Vista la scelta sulle Fondazioni, bisogna capirne la traduzione concreta.

Molto preoccupante invece la parte sul reclutamento e sul rapporto di lavoro di docenti e ricercatori. Di nuovo, condivisibili le premesse (pochi ricercatori, mal pagati, favorire i giovani, proseguire con il reclutamento per usare i finanziamenti previsti dal precedente governo), preoccupanti le soluzioni. In primo luogo, al di là di dichiarazioni generali di intenti sulla necessità di portare i giovani nel sistema, non vi è traccia di ipotesi di piano di reclutamento a medio termine, oltre ai 20+40+80 milioni di euro già stanziati dalle Finanziarie passate. In secondo luogo, si propone, per il reclutamento, di tornare alla legge Moratti: idoneità nazionale con la formazione di un listone di idonei, dal quale le Università attingono secondo la propria scelta. Non torniamo sulle argomentazioni già spese in passato per contrastare quest'ipotesi: conviene solo ricordare che la scelta dell'idoneità nazionale è strutturalmente connessa con la formazione di un serbatoio di attese, alle quali, prima o poi, si dà risposta con una sanatoria. E, ancora, la relazione dice che “Il contratto nazionale fisserà solo la retribuzione di base, il resto sarà il frutto di una trattativa tra Atenei, docenti e ricercatori fondata su criteri meritocratici”. Questa dichiarazione si presta a molteplici letture; poiché il Ministro certo non ignora che i docenti sono regolati per legge, e non per contratto, si può ritenere che si intenda avviare la contrattualizzazione della docenza, scelta che non potremmo che condividere, poiché l'abbiamo sempre sostenuta. Occorre naturalmente capire come. (Quale retribuzione base? Quella di oggi? E gli scatti?) Desta invece preoccupazione l'idea che una parte della retribuzione, legata al merito, sia oggetto di una trattativa privata individuale tra docente ed Ateneo. Chiunque conosca la natura delle Università e delle relazioni interne alla docenza non può che preoccuparsi degli enormi spazi di discrezionalità, e delle relative potenziali conseguenze retributive, che si possono determinare.

In conclusione, siamo di fronte ad alcune buone intenzioni dichiarate (ma bisognerà vederne la traduzione), ma ad un pessimo inizio; resta poi da verificare se il Ministro, stretto tra l'Economia e la Funzione Pubblica, disporrà, all'interno del Governo, di spazi di manovra finanziaria e normativa utili a corrispondere al programma presentato. L'impressione per ora è negativa: in queste ore circolano anticipazioni sulla programmazione triennale di Tremonti, che verrà resa nota in giornata, rispetto alla quale l'Università sembra uscire di nuovo malconcia, con forti tagli al FFO ed un nuovo blocco del turn-over. La Conferenza dei Rettori ha già annunciato la propria ostilità ad una simile ipotesi, qualora si realizzasse; e da parte nostra non possiamo che aggiungere la nostra forte opposizione. Opposizione che si tradurrebbe in scelte di contrasto ad una nuova stagione di digiuno per l'Università, smentendo subito con i fatti ciò che viene detto a parole.

Roma, 20 giugno 2008

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