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Il Corriere della Sera: Questa universita' e' indifendibile. La polemica contro il ministro Zecchino

QUESTA UNIVERSITÀ è INDIFENDIBILE. La polemica contro il ministro Zecchino

08/12/1999
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QUESTA UNIVERSITÀ è INDIFENDIBILE. La polemica contro il ministro Zecchino (8/12/1999)

di Paolo Macry

Si prepara una nuova stagione di conflittualità universitaria? È probabile. Nel settore dei policlinici, la guerra è già cominciata. E gli sponsor sono di tutto rispetto, dal rettore della Federico II all'intero corpo accademico di Medicina. Tensioni altrettanto forti ha suscitato il progetto del ministro Zecchino sullo stato giuridico dei professori. Ne hanno scritto con competenza e con accenti molto critici Angelo Panebianco sulle colonne del Corriere della Sera e, su questo giornale Pietro Ciarlo.

Frattanto, com'è ovvio, sono in arrivo le truppe d'assalto degli studenti.

Un volantino del Collettivo della Facoltà di Lettere parla di attentato al diritto allo studio, prefigurando una "catastrofica metamorfosi dell'istruzione in merce tra le merci". Sta forse riemergendo, a fine millennio, un asse già noto (meglio, tristemente noto) tra docenti e studenti?

Non è possibile, in poche righe, entrare nel merito di una serie di provvedimenti destinati a modificare profondamente la durata e la qualità del curriculum universitario, i ruoli della docenza e, non ultimo, il rapporto tra funzione didattico-scientifica e funzione ospedaliera dei policlinici. Ma dovrebbe essere chiaro a tutti che, mai come in questo caso, il confine tra innovazione e conservatorismo può essere facilmente perso di vista tra le pieghe di un dibattito che, troppo spesso, usa concetti ad alto tasso simbolico.

Il corpo accademico rivendica l'autonomia dell'insegnamento e della ricerca. Gli studenti rivendicano il diritto allo studio. Ambedue sfidano il governo su altrettanti mostri sacri del discorso politico. Come negare libertà agli scienziati? Come disconoscere l'urgenza di una acculturazione piu' diffusa?

Tuttavia, prima di decidere chi siano i "nostri" e chi gli "indiani", sarà utile rispondere a qualche semplice domanda di attualità. L'università italiana è la migliore possibile e dunque va lasciata così com'è? Ha bisogno di un maquillage? È da riformare profondamente? E le università meridionali? Sono al passo con il resto del paese? E che dire del contributo degli studi universitari nella ricerca di lavoro dei laureati?

Diciamo la verità. Se gli studenti possono avere qaulche dubbio, nel rispondere al quiz, chi da anni lavora in università non dovrebbe avere la minima esitazione. L'università resta un ibrido a mezza strada tra centro di ricerca e di alta formazione e luogo di acculturazione di massa. Con il risultato che ambedue i target rischiano di andare in crisi. La ricerca non ha un luogo dedicato e protetto, nè gode di sufficienti risorse (e le poche vengono assegnate secondo criteri assai opinabili). La didattica resta un ambito usualmente poco valutato ai fini della carriera universitaria, poco a fuoco rispetto agli obiettivi di professionalizzazione, sottodimensionato rispetto allla massa degli studenti. La conseguenza è che, nell'università italiana solo un terzo degli iscritti termina gli studi. Che, di quel terzo, solo una sparuta minoranza si laurea nei canonici quattro-cinque anni. Che continua a sfilacciarsi un rapporto tra università e mondo del lavoro, del resto storicamente fragile in questo paese. Che la carriera scientifica, almeno in alcuni settori disciplinari, è pressochè preclusa ai giovani meritevoli, non esistendo, in pratica, canali d'accesso. Che esiste invece, e sempre piu', una sorta di carriera interna per anzianità , solo parzialmente legata a criteri di merito, secondo la qaule chie era ricercatore vent' anni fa è diventato professore associato dieci anni fa e diventa professore ordinario oggi.

Ebbene, è possibile strapparsi le vesti per un sistema simile? È delittuoso cercare di rendere l'istruzione una merce spendibile sul mercato?

È deplorevole pretendere dai corsi di laurea un maggiore coordinamento degli insegnamenti e una profonda revisione di programmi e modalità didattiche? È ingeneroso chiedere a docenti e studenti più ore di presenza nelle aule universitarie? Ed è così reazionario voler impedire, attraverso un filtro all'ingresso, l'attuale ipertrofia (rispetto alle capacità d'assorbimento del mercato) di molte facoltà?

Un dibattito franco e serrato sulle riforme in atto non può che partire dal giudizio della situazione odierna. Se docenti e studenti fossero sufficientemente concordi sui mali dell'università, allora si potrebbe discutere intorno ai modi per affrontarli. senza il pericolo che, dietro la fiera difesa della libertà universitaria, si nascondano anche interessi di corpo (o magari soltanto piccole comodità).

Non sempre bastano i colori patriottici del vessillo autonomistico a far nobile lo sbandieratore.

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