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Disarticolare Il Sistema Universitario: nel Piano Colao riemerge un progetto pericoloso

Dalla bozza Valditara al Piano Colao, torna l’obbiettivo di rilanciare e cristallizzare le divergenze tra gli Atenei prodotte dalla Legge Gelmini nell’ultimo decennio, diversificandoli ancor più tra loro nel quadro di una nuova autonomia differenziata. Non è questo che serve di fronte alla crisi, ma invertire decisamente la rotta sulle risorse e sulla loro gestione, rimettendo in discussione proprio quell’impianto competitivo che ha eroso l’università italiana.

24/06/2020
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L’università italiana è entrata nell’emergenza sanitaria con evidenti fragilità, che in questi mesi si sono enfatizzate. Il significativo taglio delle risorse dell’ultimo decennio, la loro redistribuzione secondo una logica competitiva da “quasi mercato”, hanno contratto il sistema e aperto divergenze tra gli Atenei. Alla fine dello scorso anno non solo si è dimesso per questo sottofinanziamento l’allora titolare del MIUR, ma nelle loro prolusioni al nuovo anno accademico diversi Rettori (anche di grandi atenei del nord) hanno denunciato la difficile tenuta dei conti. In questi mesi il nuovo MUR ha però affrontato l’emergenza enfatizzando l’autonomia e così incentivando le logiche competitive tra gli Atenei, sia sulla sicurezza, sia sulle prossime fasi di riapertura. In questo quadro, non ha praticamente assunto nessun provvedimento di indirizzo ed ogni Ateneo ha autonomamente deciso come adattare le proprie attività all’epidemia, con provvedimenti diversi sia sui servizi universitari sia nella gestione del personale [vedi il documento FLC Oltre l’emergenza, contro la crisi, rilanciare Università e Ricerca].

In questo contesto, il Piano Colao interviene sull’università con un raro combinato di arroganza liberista, ignoranza dei diversi settori, assenza di ogni visione di lungo respiro. Un piano cioè che prende ideologicamente in carico alcuni interessi imprenditoriali, generalizzandoli come obbiettivi prioritari dell’intervento sulla crisi, senza alcuna comprensione della sua dimensione pubblica e del ruolo delle parti sociali nella sua definizione. Un piano cioè che ripropone la stessa ideologia neoliberale che ha eroso in questi decenni le politiche sociali, rendendo tra le altre cose così complesso affrontare la stessa pandemia. Altri, poi, hanno sottolineato la trascuratezza con cui sono riproposte indicazioni e ricette di qualche anno fa, persino con dati incompleti ed errati.

Il Piano Colao sull’università non è però solo un programma ideologico. Gli obbiettivi e gli interventi declinati, infatti, si fanno interpreti di alcuni limitati settori della comunità universitaria. In particolare, dei ripetuti tentativi di radicalizzare e cristallizzare quei processi competitivi implementati negli Atenei con la legge 240 del 2010 [la cosiddetta Gelmini] e le sue conseguenti applicazioni: la riduzione della quota base del FFO a quasi il 50%, la generalizzazione di parametri valutativi nella distribuzione delle risorse (dai ludi dipartimentali alla distribuzione dei punti organico con il DL 49 del 2012), la flessibilizzazione del lavoro docente e di ricerca (con la sua differenziazione attraverso i regolamenti ed una precarietà strutturale). L’ultimo tentativo era stato la cosiddetta bozza Valditara: l’ipotesi, lo scorso anno, dell’allora capo dipartimento MIUR di implementare l’articolo 1, comma 2 della Legge 240 del 2010, che avrebbe permesso attraverso un decreto ministeriale di sviluppare autonomie differenziate (solo per alcuni atenei), in particolare sulla didattica (forzatura dei lacci e lacciuoli delle classi di laurea), sull’organizzazione (governance, requisiti e valutazione sulle strutture), sul rapporto con il personale docente (chiamata diretta e negoziazione individuale dei compiti, praticamente una contrattualizzazione individuale e aziendale).

Il Piano Colao ricalca sostanzialmente l’impianto della bozza Valditara, anche se da un diverso punto di vista. Cinque ci sembrano infatti i nuclei sostanziali della proposta di quel gruppo di lavoro, tra loro concatenati e coerenti.

  1. La forzatura di classi di laurea e raggruppamenti disciplinari (intervenendo sulla didattica anche se formalmente con l’obbiettivo di modernizzare la ricerca): la proposta cioè di indebolire l’infrastruttura degli ordinamenti, che insieme ai requisiti minimi ed alle procedure di accreditamento garantisce oggi la permanenza di un sistema nazionale universitario relativamente uniforme [nei gradi come nei piccoli atenei, al sud come al nord, nelle istituzioni pubbliche come in quelle private]. In questo modo, invece, si otterrebbe il risultato di flessibilizzare e autonomizzare ulteriormente l’offerta formativa nei diversi Atenei.

  2. La gerarchizzazione funzionale delle università (più che la loro specializzazione): cioè la proposta di utilizzare la leva dei finanziamenti per forzare i piccoli e medi atenei (o i diversi dipartimenti di grandi e mega atenei) su singoli compiti. In pratica, si smantella uno dei punti di forza del sistema italiano [l’uniformità dell’offerta nel quadro di un modello che integra didattica e ricerca], puntando a sviluppare strutture monofunzionali [research university, teaching university, college, community college, ecc.], esplicitamente per concentrare le ricorse su alcuni [pochi] poli di eccellenza scientifica internazionale competitivi.

  3. La liberalizzazione della gestione dei fondi privati negli Atenei pubblici. Oggi larga parte del sistema universitario è pubblico (67 atenei statali più tre pubblici non statali, sul centinaio complessivo, con oltre 50mila docenti di ruolo sui circa 54mila complessivi). Questa proposta prevederebbe che alcuni di questi atenei, quelli in grado di conquistarsi fondi esterni competitivi (cioè in particolare quelli inseriti in territori e circuiti che gli permettono di accedere a questi fondi), di fatto possano gestire queste risorse oltre i lacci e lacciuoli della normativa pubblica [cioè con bilanci paralleli, in cui possano spendere ed assumere come se fossero enti privati].

  4. Lo sviluppo di lauree professionalizzanti. Il sistema universitario, con ordinamenti e inquadramenti nazionali, ha sinora mantenuto alti livelli di uniformità e qualità dell’offerta didattica. Rimane un basso numero di laureati (in particolare triennali), soprattutto per le difficoltà di accesso (numero chiuso, tasse, esiguità del diritto allo studio), oltre che per le distorsioni dei percorsi di ingresso nel mercato del lavoro. Si propone di non intervenire su questi aspetti, ma di focalizzare alcuni atenei [con punti organico aggiuntivi ed eliminando per loro i numeri chiusi] su lauree professionalizzanti cogestite con le imprese (anche nella definizione di curriculum di studio e di docenza).

  5. La flessibilizzazione del lavoro docente e di ricerca, attraverso una proposta di contrattualizzazione. In questa università gerarchizzata funzionalmente si propone infine di contrattualizzare il personale docente e di ricerca, apparentemente nel quadro di un unico contratto nazionale pubblico, ma diventa complesso capire come questo riuscirebbe a regolare i rapporti di lavoro in strutture tra loro estremamente diverse (research university con possibilità di uso pubblico ma anche privatistico delle risorse, teaching university con risorse prevalentemente pubbliche, community college in cui soggetti privati hanno piena voce in capitolo sui curriculum docenti, ecc). La cosa più probabile è che tale forma contrattuale, lungi da essere unica e nazionale, si articolerebbe rapidamente e inevitabilmente in contratti aziendali locali, se non individuali (vedi oltre, ma anche quanto ricordato prima a proposito della bozza Valditara).

Questo impianto disarticolerebbe il già logorato sistema universitario italiano. La logica di competizione da quasi mercato oggi imposta dalla Legge Gelmini, per concorrere alla conquista di risorse (FFO e fondi privati), docenti (distribuzione dei punti organico) e studenti (per le loro tasse e per migliori performance), si cristallizzerebbe in un sistema di autonomie di fatto rafforzate, in cui ogni singolo ateneo a seconda della sua funzione avrebbe a disposizione risorse e normative diversificate (sull’accesso, la gestione dei corsi di laurea e dei fondi, la selezione e la gestione del personale docente, ecc.). Lo sviluppo di eccellenze e campioni internazionali della ricerca, cioè, sarebbe perseguito a spese del declassamento complessivo del sistema universitario, imbrigliando alcuni atenei (o alcuni dipartimenti) nel perseguire specifici obbiettivi: costruendo così un sistema segmentato e di classe, su modello di quello anglosassone.

In questo quadro, questa tipologia di contrattualizzazione del lavoro docente e di ricerca è funzionale a diversificare strutturalmente il rapporto di lavoro tra queste realtà, smantellando definitivamente l’inquadramento nazionale dell’attuale statuto giuridico. Un processo in cui l’eventuale contratto nazionale si limiterebbe a definire una cornice generale ed astratta, lasciando la concreta definizione non solo dello specifico rapporto di lavoro, ma anche della relativa struttura salariale, ad eventuali contratti di secondo livello, locali e aziendali.

Qualche anno fa abbiamo riaperto un confronto sulla contrattualizzazione. La legge Gelmini del 2010 ha infatti già ampiamente differenziato lo stato giuridico della docenza, definendo 97 rapporti di lavoro di fatto diversificati nei suoi elementi essenziali: orario (con variazioni sugli obblighi e sulla presenza nelle strutture), progressioni stipendiali (con criteri differenti per la valutazione dei relativi scatti), procedure di assunzione (composizione delle commissioni per le valutazioni comparative e relativi criteri). Tutto ciò mentre avveniva una parallela e non casuale esplosione del precariato universitario, che ovviamente contribuiva all’ulteriore diversificazione delle condizioni lavorative (assegnisti, borsisti, RTD e altre figure spurie, con impegni diversi a seconda dei propri contratti individuali o dei diversi regolamenti). In questo contesto di progressivo degrado della condizione docente, ritenevamo necessario aprire una discussione, senza pensare che né lo stato giuridico né la contrattualizzazione fossero in sé una risposta, ma che fosse necessario sviluppare collettivamente gli strumenti più adeguati a difendere un sistema universitario nazionale, contro le logiche competitive di quasi mercato. Garantendo così diritti e salari a tutte le componenti dell’università. È evidente allora non solo la differenza, ma il netto contrasto tra quella riflessione (un vero contratto nazionale che difenda e rafforzi la condizione unica e nazionale della docenza, condizione che lo stato giuridico non riesce più a difendere) e l’attuale proposta Colao (che appoggiandosi su università diversificate per definizione nel loro ruolo e nelle loro funzioni non potrebbe non condurre a condizioni di lavoro e a progressioni di carriera diversificate a livello locale, se non individuale).

Come abbiamo recentemente definito, la priorità per noi è infatti quella di invertire, proprio nell’attuale emergenza, quelle politiche neoliberiste che hanno dominato nel sistema universitario negli ultimi anni [vedi il documento FLC Oltre l’emergenza, contro la crisi, rilanciare Università e Ricerca]: garantire nuove risorse, espandere il sistema universitario, stabilizzare il precariato, rinnovare il contratto nazionale di lavoro del personale per riconoscere i necessari aumenti salariali, ridurre le divergenze tra gli Atenei, investire nel diritto allo studio. In questo quadro, tra l’altro, ci pare assurdo ed inconcepibile (in un intervento complessivo che supera i 150 miliardi di euro), l’assenza di ogni riferimento alle risorse a disposizione per l’università (dopo dieci anni di sottofinanziamento) e la proposta di sopperire alle necessità dell’istruzione e della ricerca “attraverso la grande capacità di esprimere solidarietà nei momenti difficili da parte degli italiani” [cioè, in sostanza, accattonando risorse ad hoc per la buona volontà di privati e cittadini].

Per questo oggi per noi il punto non è semplicemente quello di contrastare un Piano Colao che, ad esser sinceri, non sembra esser stato preso sul serio nemmeno dal governo che ha dato vita a quel gruppo di lavoro. Il punto per noi è quello di riuscire ad invertire le attuali politiche universitarie, da una parte conquistando nuove risorse (per espandere l’università italiana), ma dall’altra costruendo una loro diversa gestione, per difendere e rilanciare un sistema universitario pubblico, democratico e di massa.