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Obbligo scolastico: riorientare o emarginare?

L'istruzione obbligatoria prevista dalla Finanziaria non corrisponde al senso comune che si da alle parole "obbligo scolastico" e il tentativo di spiegarne meglio il senso rischia di fare più danni che rimedi.

26/10/2006
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L’assessorato provinciale alla all’istruzione e all’edilizia scolastica di Milano ha fatto un’interessante inchiesta sulle secondare superiori e sulla formazione professionale di cui dà brevemente notizia in una nota che termina con queste significative parole:
“Sulla questione dell’obbligo scolastico, prevale largamente tra gli studenti e gli insegnanti l’idea che l’obbligo debba essere esteso almeno fino ai 16 anni. Oltre il 40%, poi, si spinge fino a sostenere l’innalzamento dell’obbligo a 18 anni. Sono pochi, invece, coloro che ritengono giusto limitare l’obbligo a 14 anni (meno del 10%).”

Stiamo parlando di una inchiesta che cha coinvolto non solo gli insegnanti ma anche gli studenti, in un’area geografica, la provincia di Milano, che, avendo dato, tra le altre cose, i natali alla Lega Nord, non si può certo dire aliena dalle banalizzazioni e dove, date le condizioni di sviluppo economico, non mancano certo altre occasioni per chi esce dalla terza media.

Eppure vi “prevale largamente” l’idea della giustezza di un obbligo scolastico fino a 16 anni.

La stessa cosa che ha rivendicato negli ultimi cinque anni il movimento di lotta, formato da insegnanti genitori e studenti che si è opposto alle leggi scolastiche della Moratti.
La stessa cosa che ci si è ripetuta negli ultimi 30 anni in tutte le sedi dove si discuteva di pedagogia progressista e di riforma della scuola.
La stessa cosa che hanno la quasi totalità dei paesi europei, dei quali nessuno (nessuno, tranne l’Italia!!!) termina l’obbligo scolastico a 14 anni.
La stessa cosa che c’era nel programma elettorale dell’Unione.
A questo punto resta da chiedersi che cosa trattenga il Ministro Fioroni dal fare ciò che la stragrande maggioranza dei suoi elettori ritengono sia giusto fare: portare l’obbligo scolastico a 16 anni, senza se e senza ma!
Nella finanziaria infatti si parla di istruzione obbligatoria fino a 16 anni, ma i “se” ed i “ma” abbondano, dal momento che vi si prevede che questo obbligo possa essere assolto anche fuori dalla scuola in corsi istituiti dalle regioni (previo accordo col Ministero) con la scusa della loro istituzione fatta per combattere la dispersione.
Inutile dire che con questa scelta ben tre “trovate” della Moratti (doppio canale, diritto-dovere al posto dell’obbligo scolastico e corsi tappabuco triennali) cacciate a parole dalla porta, rientrano nei fatti dalla finestra. Anzi non rientrano neppure: non sono mai uscite, alla faccia della discontinuità!
Non a caso, proprio contro queste formulazioni come CGIL sono state inviate alle commissioni parlamentari non solo semplici richieste di modifica, ma anche emendamenti appositamente formulati.
Il ministro Fioroni si è pure inventato dei neologismi: i termini “unico” e “unitario” solitamente attribuiti al biennio per distinguerne l’articolazione disciplinare e il grado di distinzione tra discipline comuni e discipline d’indirizzo, sono stati attribuiti all’obbligo tout-court intendendo per obbligo unico quello scolastico e per obbligo unitario quello che in buona sostanza prevede anche la formazione professionale regionale o convenzionata E’ quest’ultimo che Fioroni preferisce!.

Come se non bastasse, recentemente il Ministro Fioroni, forse nell’intento di mettere le toppe a questo e ad altri “buchi”, si è lasciato andare a dire che le scuole secondarie superiori non dovranno limitarsi a bocciare gli alunni, ma dovranno riorientare chi non ce la fa verso questi corsi. E così la toppa è più vistosa del buco.
Insomma: tutto il carattere “differenziale” di questi percorsi, che era uno degli elementi negativi messi in risalto dai loro critici, viene ammesso con una chiarezza che neppure la Moratti si era mai azzardata ad esprimere fino in fondo.

Vengono in mente alcune scelte analoghe fatte da altri governi europei. Con una piccola differenza: che quei governi erano conservatori e di destra.

Viene in mente la scelta dei governi spagnoli di Aznar e Rajoy che pensarono di introdurre una canalizzazione a 14 anni mandando gli alunni “peggiori” in corsi di avviamento al lavoro. Gli spagnoli li soprannominarono “itinerarios basura”, percorsi spazzatura, e Zapatero appena al governo pensò bene di sbarazzarsene, mediando questa scelta, e non senza polemiche nelle file dei suoi sostenitori, con la possibilità di frequentarli per coloro che avessero superato anche senza successo (cioè senza la licenza media, che in Spagna di prende a 16 anni) il sedicesimo anno di età.

Ma viene in mente anche l’incomprensione di alcuni fenomeni massicci che pure caratterizzano la scuola italiana così come quella europea. Sembra che ai nostri sfugga la conseguenza sociale del fatto che sempre più famiglie sentano il bisogno di rinviare le scelte, che sempre più studenti scelgano i percorsi liceali. Essi in fondo pensano che il fatto che le persone che non continuano siano sempre meno riduca il problema ad un fenomeno marginale da affrontare con strumenti "marginali”. Ma gli strumenti marginali producono altra emarginazione.
Lo sanno bene tedeschi e francesi.

I tedeschi che nella loro scuola media lunga 5 anni (dai 10 ai 15) e divisa oggi in quattro percorsi (preliceale, pretecnica, preprofessionale e comprensivo) avevano nel 1953 il 75% degli alunni nel percorso preprofessionale (il che poteva avere un sapore classista ma era comunque funzionale ad una ricostruzione industriale in cui la Germania era evidentemente assai impegnata) , vi vedono oggi appena il 25%, in maggioranza costituito dai figli degli immigrati, mentre la maggioranza dell’utenza si colloca nei percorsi pretecnico e comprensivo. E per questa ragione, oltre ad avere un pezzo scolastico vissuto come una palla la piede (vedi i pessimi risultati tedeschi nell’inchiesta PISA), sono sotto l’asso di briscola delle sanzioni UNESCO che li accusa di ghettizzare scolasticamente gli immigrati.

I francesi che nel 1975 avevano nel biennio corrispondente all’età dei 14 e dei 15 anni il 50% di iscritti al percorso tecnologico e il 50% di iscritti al percorso generale, oggi, pur esistendo i due percorsi, hanno il 10% nel primo e il 90% nel secondo. Ma trovando insufficiente anche questo hanno dovuto istituire un ulteriore percorso di integrazione con i licei professionali per coloro che non hanno licenza media ( che in Francia si prende a 15 anni), a cui non vanno però più di 10.000 studenti, su coorti di età che, come le nostre, si aggirano sulle 500.000 unità. E dopo la rivolta delle banlieues di un anno fa, imputandone le colpe alla scuola, hanno pensato bene di fare un ulteriore percorso di “apprendistato junior”. Questo, però, non potendo aggirare l’ostacolo dell’età minima di 15 anni per lavorare si è ridotto ad un corso di avviamento al lavoro a 14 anni e, se si ha fortuna, ad un ipotetico contratto di apprendistato sottopagato rispetto persino all’apprendistato normale (a sua volta già sottopagato rispetto al normale rapporto di lavoro). Risultato: delle 5.000 iscrizioni previste ce ne sono state solo 3.000.

Insomma, a tutti coloro che sostengono simili strumenti sfugge che lo strumento più marginale è e più produce emarginazione e che più il fenomeno è marginale più è ghettizzante. E questo, ahinoi, sembra sfuggire anche al nostro Ministro Fioroni.

Roma, 26 ottobre 2006

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