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Decreto omnibus: il Governo insiste nella sua logica elettorale

Si vuole riscrivere la legge di parità bypassando il confronto con il Parlamento

22/12/2005
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Sebbene il presidente del Consiglio e i suoi Ministri continuino a sbandierare ai quattro venti che la legge finanziaria e le iniziative di legge ad essa correlate sono pensate all’insegna del rigore e per il bene del Paese, i cittadini sanno benissimo che ci troviamo di fronte ad una manovra del Governo tutta elettorale e che poco ha a che vedere con il bene della “cosa pubblica”.

Le “ norme in materia di scuole non statali” e “l’inquadramento nei ruoli degli insegnanti di religione cattolica”, inserite con un emendamento al decreto omnibus di fine anno, confermano lo spirito elettorale dell’azione governativa tutta tesa a ritrovare credibilità presso quella parte del suo elettorato, delusa da una politica di promesse mai mantenute, e a rilanciarne il consenso.

Nel caso degli insegnanti di religione ci troviamo di fronte al tentativo da parte del Governo di intervenire su una materia di competenza della contrattazione collettiva per garantire una corsia preferenziale ad una platea di potenziali elettori. Mentre ed è il caso di sottolinearlo che, in materia di inquadramenti, la legge finanziaria 2006 è intervenuta pesantemente nei confronti del personale Ata, ex Enti locali passato allo Stato, impedendo loro di far valere quel diritto ampiamente riconosciuto in sede giudiziaria. Due pesi e due misure che la dicono lunga sulla “parzialità” degli interventi di questa compagne governativa.

Nell’altro caso ci troviamo, invece, di fronte all’esplicito tentativo di soddisfare le richieste di quella lobby elettorale rappresentata da quell’area di gestori e associazioni di scuole private che, in nome di un singolare principio liberale e di libertà, rivendicano i finanziamenti da parte dello Stato alla scuola privata.

Dopo aver triplicato le risorse per il buono scuola a favore delle famiglie che iscrivono i propri figli nelle scuole paritarie e dopo aver cancellato, con circolare, l’obbligo da parte dei gestori di scuole paritarie ad applicare i contratti collettivi nazionali di lavoro ai docenti, al personale Ata e direttivo, ora il Governo vuole definitivamente sbarazzarsi anche del vincolo legislativo - comma 7 art. 1 della Legge 62/2000 - che, nel giugno scorso, aveva impedito al Ministro Moratti di modificare, per decreto ministeriale, la legge di parità ricorrendo al regolamento di delegificazione “bypassando”, glissando, così, il giudizio del Parlamento.

Come si ricorderà il legislatore paritario aveva prefigurato che, dopo tre anni dall’entrata in vigore della legge, il Ministro avrebbe dovuto relazionare al Parlamento lo stato di applicazione della parità scolastica e, sulla base del dibattito, avanzare, poi, una proposta di superamento delle norme contemplate dal Testo Unico sulla scuola per armonizzare il sistema.

Il Consiglio di Stato, con proprio parere n. 2492/2005, aveva bocciato il decreto della Moratti escludendo la possibilità di utilizzare lo strumento della delegificazione - comma 2 dell’art. 17 della legge 400/88 – perché, nel nostro ordinamento, una norma di livello secondario non può intervenire a modifica di una norma legislativa primaria, ovvero di una legge, e perché quel decreto non aveva una copertura finanziaria.

Il Governo e il Ministro Moratti, scottati da quella bocciatura, oggi ci riprovano intervenendo all’interno di un decreto legge omnibus - concernente tra l’altro svariate materie tra loro non omogenee – e “sterilizzando”, appunto, quel comma della Legge 62, senza che sussistano le ragioni di urgenza che giustificherebbero il ricorso a questo particolare mezzo legislativo e senza tenere in alcuna considerazione le obiezione del Consiglio di Stato.

Il “superamento” di quella norma e l’esplicita previsione di uso della norma deregolamentativa darebbe “giuridicamente” il via libera all’approvazione della proposta Moratti a suo tempo bocciata dal Consiglio di Stato. Il testo risulta essere sostanzialmente identico!

La conseguenza dell’approvazione di tale norma sarebbe devastante in quanto affiderebbe nelle mani del solo Ministro dell’Istruzione il potere di riscrivere a suo piacimento la legge di parità scolastica.

L’obiettivo è semplice: il Governo vuole avere “mano libera”, senza interferenze sulla materia da parte del Parlamento, per poter apportare direttamente quelle modifiche alla legge avviando una pericolosa deregulation tutta a favore dei gestori. Viatico per un finanziamento più ampio delle risorse alle scuole paritarie, aggirando, così, il dettato costituzionale.

Non solo! A ben guardare c’è il pericolo fondato, una volta andata in porto definitivamente la devolution, di una balcanizzazione e feudalizzazione dell’ istruzione e della formazione che destabilizzerebbe di fatto l’attuale sistema pubblico.

Insomma la voglia di avere le mani libere traspare da tutto l’articolato, soprattutto in quelle parti volutamente non contemplate né normate per le quali si rinvia a un futuro regolamento senza la definizione delle modalità procedimentali. La logica è quella di avere una cornice di riferimento “iper flessibile” per poi poterla riempire con atti amministrativi successivi tesi a configurare un sistema dalle maglie larghe e in grado di soddisfare i soli bisogni degli enti gestori.

E’ emblematica in tal senso la nota del MIUR del 6 dicembre 2005, prot. n. 11477, con la quale l’applicazione dei contratti di lavoro al personale è diventato un optional in barba alla legge di parità.

A solo titolo esemplificativo, vogliamo, inoltr, evidenziare che mentre da un lato si afferma che il sistema delle scuole non statali è composto da scuole paritarie e scuole non paritarie e che quest’ultime non possono rilasciare titoli di studio, dall’altro si prevede che le scuole non paritarie possono assolvere il diritto-dovere all’istruzione e alla formazione contraddicendo la stessa legge 53/03.

Si tratta, quindi, di una proposta pericolosa per via delle sue molteplici implicazioni. Se questo disegno dovesse passare l’intero sistema pubblico di istruzione nazionale, fondato sui principi costituzionali, sarebbe drammaticamente compromesso perché verrebbe direttamente assoggettato al mercato ed alla sua logica.

Roma, 22 dicembre 2005

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