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Dalla lettura di parte dei dati Invalsi emerge l’attacco alla scuola pubblica

Articolo di Francesco Sinopoli, segretario generale della FLC CGIL

16/07/2021
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È ancora possibile sopportare di anno in anno l’attacco contro le scuole pubbliche, di chi ci lavora e di chi ci va per imparare ed educarsi, per effetto delle indagini Invalsi? È ancora possibile sopportare che una eventuale – ma davvero solo eventuale - fotografia dell’esistente prodotta attraverso indagini assai opinabili dell’Invalsi faccia notizia sui mass media proprio perché la scuola pubblica italiana sarebbe messa sotto scacco? È ancora possibile sostenere la disciplina dei test Invalsi mentre quasi in tutta Europa e negli Stati Uniti le valutazioni via test sono messe a dura prova e ormai non vengono più adottate? E infine, è ancora possibile sopportare che il senso delle indagini Invalsi non garantisce ai singoli istituti di assumere ogni eventuale iniziativa, didattica, pedagogica, educativa per intervenire sulle anomalie, ma si perda nella più bieca interpretazione mediatica lesiva della dignità e della professionalità di coloro che lavorano nella scuola pubblica? Basta dare uno sguardo ai titoli dei quotidiani per scoprire parole che pesano come macigni, come “disastro”, “flop”, “la scuola da curare”. Se fosse andato tutto bene non vi sarebbe stata la “notizia”. Certo, non mancano autorevoli voci fuori dal coro, come quelle di Daniele Novara e di Lino Patruno, ad esempio, che si schierano contro il “sistema delle crocette”.

Siamo stati tra coloro che hanno sempre manifestato critiche e dubbi sulla didattica a distanza e ne abbiamo spesso denunciato i limiti. Come sindacato, abbiamo più volte invitato le autorità politiche a scegliere la scuola in presenza, evitando chiusure arbitrarie, inutili e spesso controproducenti. E abbiamo anche sostenuto che in tante zone d’Italia i pericoli non erano dentro le scuole, ma in ciò che le circonda, a cominciare dal sistema dei trasporti urbani. Infine, abbiamo anche detto che sulla gestione della pandemia l’errore più grave è stato quello di frazionare l’Italia in venti diverse autonomie regionali, così che davvero si è manifestata una penosa anarchia istituzionale, che ha fatto molto male alla scuola pubblica. Va infine ricordato che la scuola primaria ha dato ottimi risultati proprio perché ha conosciuto meno delle secondarie la scuola a distanza.

Insomma, noi sappiamo che nonostante le enormi difficoltà di questi mesi di pandemia la scuola pubblica ha retto, proprio grazie alla tenacia professionale di centinaia di migliaia di docenti, dirigenti scolastici, di decine di migliaia di tecnici, amministrativi collaboratori scolastici, dsga, delle famiglie e naturalmente degli studenti. E invece ecco che i risultati dell’Invalsi hanno dato fiato alle trombe di chi pregiudizialmente intende stabilire un nesso causale tra perdite di competenze degli studenti (nozioni), peggioramento della qualità della didattica (quella “frontale”, ovvio, ma senza indicazioni sulle eventuali alternative) e, ineludibilmente, inadeguatezza di un corpo docente irresponsabile, tecnologicamente impreparato e concentrato solo sulla difesa dei propri diritti (o privilegi) corporativi.

Si tratta di una lettura dei dati che cede alla superficialità della “notizia” ed è strumentale perché non approfondisce le vere ragioni della disomogeneità dei risultati tra ordini di scuola, contesti socio-economici, ambiti disciplinari. Non tiene conto del fatto che le somministrazioni avvenute in situazioni stravolte dalla pandemia offrono risultati difficilmente comparabili con il passato e che le prove Invalsi descrivono uno “spaccato” parziale, privo di interconnessioni con la qualità della didattica e insufficiente a cogliere le complessità dei processi e delle variabili costitutive di un sapere autentico e significativo. Non per questo ci sfugge la necessità, andando oltre le semplificazioni e i luoghi comuni, di un’analisi assai più serrata della condizione della scuola pubblica e di ragionare su quali interventi riformatori occorra mettere in campo per garantire pari opportunità formative per tutti e a tutte le latitudini del nostro Paese, offrendo risposte concrete al fine di non ritrovarci ogni anno a recriminare sterilmente di fronte alla replica degli stessi risultati.

Le rivendicazioni sindacali di organici ampliati, stabili e rinforzati, di sicurezza e continuità didattica, di ampliamento del tempo scuola e qualità degli ambienti di apprendimento, a partire dall’ edilizia scolastica e dalla riduzione del numero di alunni per classe e per sezione, vanno tutti in questa direzione. Siamo tanto convinti che la priorità siano le ragazze e i ragazzi quanto consapevoli che il miglioramento del sistema non possa prescindere da investimenti strutturali e dal riconoscimento della dignità professionale di chi nella scuola opera. Dal riconoscimento del diritto ad una formazione adeguata alla straordinarietà del tempo presente e ai bisogni di apprendimento delle studentesse e degli studenti di oggi. Noi abbiamo un’idea di scuola a cui si collega, naturalmente, un’idea di formazione. Perché anche la formazione tanto invocata da alcuni editorialisti non è neutra. La formazione non può essere più lasciata a meccanismi di mercato, peraltro spesso di scarsissima qualità, e deve evitare il rischio di indottrinamento, preservando il carattere nazionale, la garanzia di un impianto pubblico e la regìa del Ministero. Non sfugge a nessuno, infatti, che sulla scuola si giochi una partita politica e ideologica – oltre che finanziaria – che va avanti da almeno 20 anni. Alla luce dei profondi cambiamenti in atto – che stanno implicando modifiche senza precedenti nei processi di insegnamento/apprendimento correlati alle trasformazioni che sta vivendo la nostra società e all'aggravarsi delle diseguaglianze ereditate dal passato – la formazione, può, anzi, deve diventare una delle “leve” principali per il cambiamento della scuola riaffermandone, oggi, nel XXI secolo, la sua funzione costituzionale.

Siamo convinti che sia necessario ripensare i processi d'insegnamento/apprendimento alla luce dei bisogni cognitivi delle nuove generazioni, affrontare la complessità di questa fase storica, segnata da crisi e fratture, a partire dal rapporto con il salto digitale, l’ecologia integrale e l’inclusione. La scuola democratica richiede oggi una formazione che deve basarsi su un impianto culturale solido che consenta una visione complessiva del mondo e delle sue fratture, insieme ad una visione pedagogica democratica orientata all’affermazione della missione costituzionale della nostra scuola. Invece la compressione delle tutele e la pretestuosa contrapposizione tra diritti dei lavoratori e degli studenti non può che generare delegittimazione e impoverimento dell’intero sistema scolastico pubblico, con inevitabile danno per tutti i soggetti coinvolti e per il futuro del Paese.

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