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CRA: il presidente presenta ai sindacati la bozza del piano di riorganizzazione e razionalizzazione

Valutazione negativa della FLC rispetto alle modalità e al merito stesso della proposta che prefigura un ritorno al passato.

09/06/2014
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Dopo l'incontro del 4 giugno con le organizzazioni sindacali queste le valutazioni della FLC sul documento proposto che sarà approvato definitivamente il 10 giugno dal CdA CRA e presentato il giorno 11 al Ministro Martina, prima della riunione del Consiglio dei Ministri del 13 giugno  che dovrà decidere sul futuro assetto degli EPR.

Ancora una volta constatiamo che, al di là delle reciproche sollecitazioni a consolidare, nell’interesse generale, un clima di relazioni sindacali costruttivo, soprattutto rispetto ai processi decisionali, nei fatti il coinvolgimento anche solo sul piano informativo delle organizzazioni sindacali è considerato occasionale e marginale.

Ci riferiamo alla nota inviata dalla Direzione Generale e sottoscritta dal Presidente, Membri del CdA e Direttore scientifico rivolta a tutto il personale CRA, nonché alla successiva risposta del Presidente Prof. Alonzo, maturata dopo la richiesta unitaria di un incontro urgente.

Non si tratta di una “formale” rivendicazione di ruoli, ma della semplice constatazione che l’importanza strategica di un processo di riorganizzazione richiede condivisione, ascolto, ma soprattutto la consapevolezza che nel caso specifico il sistema CRA è di fatto sotto “riorganizzazione” da almeno 8 anni e che rischia di collassare sotto il peso di un perdurante stato di incertezza, confusione e fibrillazione continua per il personale, soprattutto precario.

Non dobbiamo essere certo noi a ricordare che la riduzione della spesa imposta dagli obiettivi di finanza pubblica, i processi di accorpamento e taglio delle strutture prima IRSA, poi INCA, ENSE e INRAN, il blocco del turn-over, dello sviluppo professionale e del rinnovo dei CCNL, la progressiva espulsione del personale precario, durano ormai da troppi anni per non immaginare che ulteriori interventi possano porre in discussione la stessa natura dell’ente e la sua funzionalità.

Così, arrivano i tempi ristretti imposti dal Ministro Martina e accettati dal CRA, senza alcuna rivendicazione della propria autonomia, che nell’arco di poche settimane intendono non già ottimizzare l’attuale impianto, ma addirittura mutarne radicalmente la natura.

Questa in estrema sintesi la cornice entro la quale Governo e vertici del CRA puntano a riorganizzare per l’ennesima volta la Rete scientifica del CRA che rappresenta, è bene ricordarlo, una parte importante, se non centrale, della Ricerca pubblica nel settore agro-alimentare, forestale e nutrizionale.

Un metodo caratterizzato da tempi stretti, scarso o nullo confronto, ma soprattutto mancanza di obiettivi strategici che sulla base di alcuni pronunciamenti in sede di dibattito parlamentare nonché di documenti informali, anche dello stesso Ministro Martina, sembrano ridurre il tutto, ancora una volta, ad una mera operazione “ragionieristica” che punta alla drastica riduzione delle strutture solo sulla base di criteri dimensionali.

Un approccio che oltretutto appare totalmente sganciato sia dal dibattito istituzionale già avviato, vedi ipotesi di accorpamento dell’INEA, ma anche dagli stessi orientamenti espressi dal Governo con i Ministri Renzi e Madia, evidentemente in contrasto con il Ministro Martina, che annunciano la “riorganizzazione strategica della ricerca pubblica, aggregando 20 enti che svolgono funzioni simili”.

Insomma, un metodo non accettabile che rischia oltretutto di apparire inutile e fuorviante dove tra l’altro, la presunta riservatezza dell’attività del gruppo di lavoro incaricato di formulare la proposta, è stata più volte violata, anche da comunicati di altre OS che ne anticipavano i contenuti, secondo il misero schema frequente nel CRA, di dimostrare una presunta “contiguità” con i vertici gestionali.

In ogni caso, prendiamo atto che per precisa scelta del Ministro, poi dei vertici CRA, il contingentamento dei tempi, il mancato confronto con l’intera comunità scientifica, la scelta di affidare solo ad alcuni Direttori l’attività del gruppo di lavoro, in evidente “contrasto di interesse”, sono elementi che caratterizzano questa proposta e la qualificano sul piano della scelta “politica” di gestione del CRA.

In termini generali associare il tema del rilancio del CRA anche ad una riduzione delle strutture è certamente condivisibile, ma se questo processo prescinde da una obiettiva analisi rispetto alle scelte operate in questi anni e alle disfunzioni che hanno determinato, non per responsabilità del personale e tanto meno delle OOSS, risultati largamente inadeguati alle esigenze del settore, l’obiettivo rischia di non essere raggiunto.

Lo stesso Ministro e la struttura oggi da lui diretta, chiedono decisioni rapide. Bene, per ora è però vero che proprio l’autorità vigilante è ancora inadempiente, per esempio, rispetto alla definitiva approvazione dello Statuto, alla nomina di tutti i membri del Consiglio dei Dipartimenti, benché la componente elettiva della comunità scientifica CRA sia stata già individuata da oltre 6 mesi, dopo un lungo periodo che questo organo, previsto dalla Statuto è stato del tutto disattivato.

Un approccio verticistico, che tra l’altro condiziona la stessa autonomia del CRA e che non promette nulla di buono.

Allo stesso tempo abbiamo ragione di ritenere che nella discussione stessa sul piano di riorganizzazione, i vertici CRA, nonostante siano stati più volte sollecitati da tutte le OOSS ancora una volta hanno accuratamente omesso di affrontare i veri nodi strutturali che negli anni hanno impedito la piena operatività di tutte le strutture.

Oggi, con la presentazione della bozza del Piano di Riorganizzazione, molte di queste valutazioni e timori, trovano conferma.

La stessa analisi introduttiva del documento è nei fatti, prima che una proposta di riorganizzazione, la certificazione del fallimento, non già di un modello organizzativo, ma della sua gestione, ormai decennale, che nei fatti non ha centrato gli obiettivi che la 454/99 aveva affidato al CRA e alla vigilanza stessa del Ministero di Via XX Settembre.

La corretta individuazione delle criticità richiamata al punto 3 del documento, riferibile a:

  1. sovrapposizione di competenze e carenza di coordinamento;
  2. strutture di ridotto organico;
  3. inefficacia dell’afferenza amministrativa su basi geografiche;
    non è dovuta infatti al modello organizzativo, ma alle scelte gestionali che negli anni sono state assunte a livello centrale.

1. Dipartimenti e le relative Direzioni, ad esempio, che molte risorse umane e finanziarie hanno assorbito, quasi mai hanno garantito il necessario coordinamento delle strutture di ricerca, solo occasionalmente e non in modo sistematico è stata promossa, nell’ambito di grandi progetti nazionali e internazionali, una presenza del CRA in linea con il suo potenziale. Un grande patrimonio di aziende, tecnici specializzati e personale scientifico con elevate professionalità multidisciplinari che rappresenta ancora oggi nonostante un unicum nazionale, mai messo pienamente in gioco.

2. Medesimo ragionamento può valere in tema di organico. Non è un mistero che l’attuale pianta organica frutto di scelte avallate dal Ministero di Via XX Settembre, ha visto progressivamente il consolidamento complessivo solo dell’area amministrativa nei profili apicali in sede centrale, marginalizzando l’area scientifica bel al di sotto degli standard espressi da altri enti di ricerca. Certamente con implicazioni collegate al quadro normativo generale che ha visto nella PA un progressivo blocco del turn-over, ma dentro il quale il CRA ha operato scelte ben precise che hanno determinato una gestione fortemente centralizzata e inefficace riproponendo con lo stesso Ministero vigilante inutili quanto onerose sovrapposizioni.

3. Infine, sulla criticità espressa circa l’inefficacia dell’afferenza amministrativa su basi geografiche c’è da aprire un piccolo inciso. Premesso che ovviamente nessun meccanismo è perfetto è pur vero che nei processi di questa natura, al di là della complessità dei ragionamenti esposti e della oggettiva difficoltà di fare sintesi su questi temi, la evidenziazione di questa criticità disvela più di ogni altra valutazione l’approccio “ideologico” di questa proposta. Ricordiamo infatti che questo tipo di approccio aveva come obiettivo quello di avvicinare i livelli amministrativi periferici favorendo una razionalizzazione dei servizi comuni al fine di sostenere con efficacia e efficienza l’autonomia delle strutture e del personale scientifico, a cui, allora, come oggi, continua ad essere richiesto di interagire a livello territoriale con tutti i soggetti che operano nel settore. In realtà ciò non è avvenuto, perché le stesse scelte operate  a livello centrale amministrativo-scientifico, come lo stesso documento rileva, hanno determinato nel tempo una distribuzione delle risorse umane amministrative, alquanto discutibile, (assegnazione sedi del personale neo assunto, trasferimenti, distacchi presso altre PA) fino a determinare in molti casi l’esigenza inevitabile di utilizzare risorse, come avviene ancora oggi, per il sistematico ricorso a contratti a termine di varia natura, anche interinali come da almeno due anni.

Del resto le anomalie dell’attuale modello organizzativo, rappresentate dal Laboratorio di Treviglio, dalla Cantina  Sperimentale di Barletta, dalla sede scientifica di CRA OLI di Città S. Angelo e dalla sede distaccata di Roma dell’Unità PLF di Casal Monferrato, dimostrano chiaramente che tanto più è ampio il distacco territoriale tra sede amministrativa e struttura di ricerca, tanto più è tangibile la difficoltà operativa della stessa, soprattutto in assenza di un referente in grado di esprimere le necessarie azioni di coordinamento.

Per questo già ora è palese che il modello proposto, proprio sulla base di un nuovo modello amministrativo, articolato per Centri tematici e Centri di filiera determinerà nell’immediato la configurazione di un CRA su 3 livelli distinti, 2 formali e 1 informale.

Un primo livello (6 Centri vedi punto 5.1.1) che potenzialmente può ambire a definirsi di eccellenza e che per il forte carattere multidisciplinare ha certamente maggiori possibilità di accesso ai grandi progetti.

Un secondo livello di filiera, (11 Centri vedi punto 5.1.2) molto più tematico tarato per una maggiore integrazione con le istituzioni locali e le associazioni di categoria che deve necessariamente avvalersi anche del primo.

Infine un terzo livello, non dichiarato, ma nei fatti, cui saranno iscritte tutte le strutture collegate a uno dei primi due livelli, costituito da strutture private di funzione di guida e coordinamento e che non potranno per ovvii motivi esercitare alcuna forma di autonomia scientifica e gestionale perché integralmente affidate al Centro di riferimento sia per la programmazione che per l’azione amministrativa.

Nel complesso quindi un sistema articolato su tre livelli fortemente gerarchizzati, che condizioneranno sia le politiche di reclutamento e finanziamento, le opportunità e i processi di sviluppo professionale, come anche gli aspetti motivazionali che saranno estremamente diversificati per il personale scientifico che non potrà efficacemente sviluppare la sua piena autonomia.

Un sistema che inoltre, conoscendo l’analoga struttura del sistema già IRSA, ma che si sosteneva sulla base di un flusso finanziario ordinario, oggi inimmaginabile, rischia di riprodurre nuovi “steccati”, tanto più che rispetto al ruolo e funzione dei Dipartimenti il testo non avanza, al momento alcuna proposta, probabilmente, perché non è semplice immaginare il Coordinamento di Centri disciplinari che per alcuni versi si caratterizzano, vedi l’ipotesi di missione del “Centro per le tecnologie agroindustriali” di Bologna, come piccoli EPR la cui gestione coordinata con il resto del sistema potrebbe dimostrarsi molto complessa.

Infatti, il tema della multidisciplinarietà così declinato a livello nazionale e non territoriale come era in origine previsto dalla stessa proposta formulata nel 2006 dalla FLC CGIL rappresenta il vero punto critico dell’attuale bozza.

Non è infatti difficoltoso, considerata la inefficacia dei Dipartimenti, prevedere che i Centri disciplinari, così definiti, potrebbero in breve tempo risultare “impermeabili” alle logiche di indirizzo del CRA per essere facilmente “estraibili” dal sistema, nell’ipotesi, ad esempio mai abbandonata per l’ex-ENSE oggi “Centro di sperimentazione e certificazione delle sementi”, di integrazione in altri futuri processi, forse già chiari ad alcuni, ma non esplicitati.

Questo scenario, che come è evidente non pone solo il tema della riorganizzazione dal punto di vista della riduzione delle strutture, è al tempo stesso riduttivo e pericoloso per un ente che ha per vocazione, nel rapporto con il territorio, il suo punto di forza.

Non siamo certo noi infatti a doverlo ricordare, ma è proprio il livello regionale che, non da oggi, si configura come la dimensione istituzionale a livello della quale si realizza una quota significativa delle attività di ricerca nel settore anche con fondi comunitari.

Un livello che deve essere intercettato assolutamente in modo sistematico e non occasionale consolidando una presenza stabile nel rapporto con gli altri soggetti attivi sui diversi territori, che non trova nel testo proposto alcuna risposta, tantomeno la sua individuazione.

Questo ruolo, che poteva essere assunto dai Dipartimenti, ma così non è stato, impone anche sotto questo punto di vista una approfondita valutazione oltre all’esigenze di promuovere proprio a questo livello la necessaria integrazione trasversale e multidisciplinare tra le strutture.

Un percorso che si è realizzato in modo significativo solo in occasione dell’unico bando CRA su risorse ordinarie interne.

C’è poi un aspetto tutt’altro che secondario e mai abbastanza affrontato, anzi spesso sottovalutato; il reclutamento e lo sviluppo professionale del personale scientifico.

E’ noto infatti che, rispetto ad altri EPR e nel caso specifico CNR, la presenza complessiva di ricercatori e tecnologi è largamente sottostimata, nonché fortemente appiattita ai livelli di ingresso.

Una situazione determinata sia da cause esterne (blocco turn-over, processi di accorpamento stabilizzazione), ma anche da scelte interne che negli anni hanno rafforzato nel corso dei processi di reclutamento, l’area amministrativa, anche a livello dirigenziale, dove la saturazione è massima. Un approccio che oggettivamente ha indebolito proprio l’area scientifica nonostante le evidenti sovrapposizioni per funzioni già svolte dalla stessa autorità vigilante.

In tutto questo, nonostante un costante e continuo prelievo di risorse dai progetti, a titolo di contributo per spese generali, solo in una occasione, come abbiamo detto, è stata attivata una procedura interna di “finanziamento ordinario intramurale” in grado di garantire la piena agibilità di tutte le aree scientifiche e quindi del sistema stesso. Certamente non è secondaria la scelta del Governo di accorpare l‘ex INRAN, scaricando solo sul CRA il peso non indifferente di una gestione fallimentare e debitoria, ma benché sul piano scientifico questa integrazione con le competenze scientifiche di ex-INRAN e ex-ENSE avrebbe potuto determinare significative sinergie, al momento queste non sembrano adeguatamente intercettate dalla attuale proposta dallo stesso documento.

Infatti, a conferma di una approccio quanto meno superficiale la definizione della missione di CRA-NUT che ricordiamolo, eredita per legge le competenze già INRAN, viene ancora una volta modificata con l’inserimento addirittura di competenze agronomiche e fitosanitarie, marginalizzando la specifica competenza in materia nutrizionale che continua ad essere sottovaluta.  

In prospettiva lo stesso documento evidenzia come il disegno proposto dovrà necessariamente prevedere la riprogettazione dei processi e quindi la riformulazione del RAC e ROF che nei primi anni della su attuazione assorbirà quota significativa dei risparmi previsti per i necessari investimenti, anche in ambito informatico, per far fronte alle nuove esigenze. Nel merito specifico il documento non propone nessun puntuale piano finanziario di investimenti.

Nel documento, a supporto della proposta di riordino un ruolo non secondario assume l’analisi delle risultanze delle valutazione delle strutture nel periodo 2008-2012.

Enfaticamente si dichiara che il CRA è l’unico EPR che applica questa procedura, leggendo il testo se ne comprende la ragione.

Infatti, ribaltando il punto di vista, senza procedere all’analisi delle singole strutture, il dato complessivo evidenzia che la stragrande maggioranza delle strutture è caratterizzato da una appena sufficiente produzione scientifica associata a scarsa autonomia finanziaria e marginale accesso a finanziamenti internazionali.

Un fatto che non può solo essere attribuito alle singole strutture e al modello organizzativo, ma che invece ha delle fortissime implicazioni gestionali che richiamano altre responsabilità. I Dipartimenti in primo luogo che non possono essere considerati estranei, per esempio, allo scarso accesso ai finanziamenti internazionali, così come la qualità della produzione scientifica e la scarsa autonomia finanziaria dovrebbe chiamare in causa in primo luogo i Direttori delle strutture e le scelte operate dai vertici CRA nell’affidamento di tali incarichi che evidentemente non hanno consentito di centrare per oltre 5 anni, tale è il periodo considerato, obiettivi qualificanti.

Una situazione ancor più critica oggi in presenza di una forte contrazione del trasferimento per progetti dal MIPAF che evidenzia tutti i limiti gestionali di molti Centri e Unità, che nessuno ha mai pensato di correggere e/o rimuovere.

Il paradosso è poi che agli stessi Direttori, presumibilmente parte del problema in molti casi, si è chiesta l’analisi dei punti di forza e dei punti critici cercando anche di segnalare eventuali opportunità secondo il roboante approccio SWOT.

Non c’è dubbio che molti degli elementi evidenziati sono condivisibili, ma è altrettanto vero che questa analisi arriva a valle di un percorso, mentre sarebbe stato certamente più utile che la stessa fosse stata utilizzata per individuare nel tempo alcuni obiettivi da monitorare in continuo e di conseguenza attivare le necessarie azioni correttive e preventive. Così non è stato, ma per giustificare questa omissione indirettamente e in modo strisciante e del tutto incomprensibile, si individua nei comportamenti dei ricercatori “contrari alle esigenze di coordinamento” la ragione dei limiti espressi da alcuni Direttori nei processi di coordinamento.

Un atteggiamento che tradisce la volontà di trovare nella eccessiva autonomia dei ricercatori e tecnologi un alibi, per nascondere i limiti complessivi nel fornire e sostenere le linee di indirizzo generali, ma sufficiente però per giustificare a livello centrale ulteriori sovrastrutture come la “Struttura per l’innovazione”.

In buona sostanza il nostro giudizio è largamente negativo soprattutto perché siamo convinti che un processo riorganizzativo di questa natura non è di fatto sostenibile e rischierebbe oltre le criticità già note di immobilizzare definitivamente il CRA in attesa di un presunto “modello perfetto”   

Siamo convinti che oggi, alla domanda di razionalizzazione del sistema, è necessario rispondere con la manutenzione dell’attuale impianto, anche profonda, ma che ne mantenga la piena operatività soprattutto sul piano amministrativo e non esponga l’organizzazione CRA ad una nuova fase di incertezza più di quanto i recenti processi di accorpamento non abbiano già determinato.

Per questo siamo convinti che azioni correttive applicabili in tempi brevi, con ordinari atti di gestione, potrebbero rivelarsi certamente più efficaci e sostenibili anche sul piano finanziario.

Nel dettaglio riteniamo che ora sia possibile:

  • mantenere la separazione tra Gestione Amministrativa e Gestione Scientifica secondo l’attuale modello che territorialmente con il sistema delle afferenze integra la gestione amministrativa e a livello di Dipartimento determina il coordinamento scientifico. Un’impostazione che favorisce la razionalizzazione delle risorse amministrative e rende concreta l’autonomia delle strutture, come del resto sempre espressamente richiesto anche dalle Regioni
  • Ridurre del 50% il numero delle posizioni Dirigenziali in sede centrale e incrementare il personale scientifico con la nuova Pianta Organica
  • Affidando al Direttore di una delle strutture afferenti, le funzioni di coordinamento per promuovere l’interazione disciplinare tra le strutture (Centri e Unità) dello stesso Dipartimento definendo Tavoli di Filiera, Tavoli di Scopo (qualità alimenti, ambiente, biomassa), Tavoli per l’avanzamento della conoscenza, Tavoli disciplinari
  • Promuovere la costituzione progressiva di almeno tre Poli multidisciplinari CRA con denominazione territoriale (Nord LODI, Centro ROMA, Sud FOGGIA) su aree caratterizzate da elevata presenza del CRA, senza l’ulteriore costituzione di nuovi Centri, ma con la definitiva affermazione di raggruppamenti territoriali di carattere amministrativo-gestionale e non disciplinare
  • Modificare le missioni di alcune strutture e ridurne le sovrapposizioni (molti sono gli esempi)
  • Modificare in modo più coerente le collocazioni regionali delle attuali afferenze di Unità e Gruppi ai Centri di riferimento territoriale (molti sono gli esempi), non escludendo da subito l’accorpamento di Centri in Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio
  • Mantenere e consolidare la presenza CRA sul territorio nazionale attraverso percorsi di integrazione con le strutture Regionali di ricerca e sperimentazione, le Università, altri EPR e Enti di ricerca privati sulla base dei protocolli di intesa già sottoscritti, verso la convergenza operativa per un modello inter-istituzionale stabile
  • Affidare gli incarichi di direzione delle strutture sulla base dei meccanismi previsti dal CCNL
  • Definire compiti e funzioni della rete dell’aziende agrarie a carattere sperimentale anche a supporto di altri soggetti pubblici/privati che operano nel settore.
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