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Chi è risparmiato e perché dai tagli alla ricerca

Esiste un profilo ideologico anche in scelte apparentemente ragionieristiche e casuali.

23/07/2012
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L'incredibile scelta del governo Monti di tagliare direttamente i finanziamenti agli enti di ricerca è al centro di una grande iniziativa di mobilitazione. Come FLC insiema a Cisl e Uil abbiamo definito un calendario di iniziative che culminerà con l'assemblea pubblica del 24 Luglio al CNR . In molti nella comunità scientifica si sono espressi contro quella che, giustamente, viene percepita come una aberrazione.

Anche da parte di alcuni esponenti del governo e delle istituzioni si sono levati alti lai per denunciare questo ennesimo oltraggio alla ricerca scientifica. Infatti la parola sviluppo, mai tanto abusata quanto  negli ultimi mesi, difficilmente potrebbe coniugarsi con un taglio diretto alla spesa in R & S.  Anche la retorica ufficiale deve tenerne conto per quanto spesso ipocrita fino al midollo.

E' necessario però soffermarsi sulla trama ideologica che si cela dietro scelte che sembrano solo folli e arbitrarie.

Infatti non dobbiamo dimenticare che il Presidente del Consiglio, già rettore della Bocconi, il Ministro Grilli, e il neoconsigliere del Governo Giavazzi esprimono un pensiero politico molto preciso sull'università e la ricerca non facendone mistero. L'idea che i finanziamenti pubblici siano sostanzialmente sprecati e che meglio sarebbe un totale azzeramento di queste strutture per rifondare da zero il sistema è forte nel circuito intellettuale di stampo liberale (ultraliberale) di cui fanno parte i tre importanti esponenti del governo. Da questo punto di vista, quindi, nessuna sorpresa.

Il Ministro Profumo, dal canto suo, molto spinge per rafforzare la capacità del nostro sistema della ricerca di autofinanziarsi concorrendo su progetti. Non gli attribuiamo certo la volontà del taglio, anche a fronte delle sue prese di posizione pubbliche, e tuttavia non possiamo che rilevare la pericolosa combinazione tra l'ideologia Montiana ben espressa nella famigerata tabella 3 del decreto 95 e la spinta verso l'autofinanziamento “radicale”. Chiamiamo così questa modalità  per distinguerla da quella attuale che già vede i nostri enti e i nostri atenei fortemente impegnati nel reperire risorse attraverso la progettazione europea e i bandi per l'innovazione. 

Del resto smart city e  i finanziamenti alla ricerca delle piccole e medie imprese,  con una importante riserva alle Università e agli Enti di Ricerca, rappresentano una positiva novità che deve  essere colta, valorizzata e collocata in discorso di più ampio respiro per la costruzione di uno sviluppo territoriale sostenibile fondato sull'innovazione. Su questo faremo la nostra parte come sindacato.

Tuttavia vogliamo affermare con forza alcuni concetti elementari che nella vandea da stato d'emergenza dove tutto viene  rappresentato come  un lusso, dai diritti nel lavoro alla ricerca scientifica, rischiano di essere travolti.

La progettazione non può sostituirsi al finanziamento ordinario. Non avviene in nessun paese del mondo e non può accadere da noi.

Politiche di riduzione delle risorse sono poi insensate anche in questa ottica che comunque non condividiamo. Infatti, com'è ovvio, la capacità di autofinanziarsi sul grande “mercato europeo” delle risorse per R &S, sempre più orientato purtroppo alla ricerca applicativa, ha come presupposto una rete infrastrutturale di laboratori e personale che ulteriori riduzioni del contributo statale mineranno alle fondamenta.

Ma sopratutto si dimentica che la ricerca fondamentale, in  particolare alcuni campi, ad esempio quella sperimentale di base, rientra marginalmente nella messe di risorse a progetto provenienti dall'Europa.

Nei programmi UE sempre più, come dimostra Horizon 2020, si rischia di indebolire la ricerca di frontiera per puntare prevalentemente all’innovazione tecnologica in vista del trasferimento dei risultati alle imprese.

E' fuori discussione che, per un paese come il nostro in particolare, la despecializzazione produttiva e il gap di innovazione rispetto ai competitor diretti rappresentino una delle principali criticità nello sviluppo. Tuttavia, com'è noto, se non è lo stato (o gli stati della UE) a investire risorse per la ricerca pura questa non verrà portata avanti da nessuno: è risaputo che i grandi salti tecnologici sono avvenuti proprio grazie alla ricerca fondamentale in campi assolutamente sperimentali e sulla base di finanziamenti pubblici cospicui. E' per questa ragione che il Giappone dopo anni di investimenti nell'innovazione tecnologica a ripreso ad investire nella scienza di base, così come hanno deciso di fare la Cina, l'India e gli altri paesi asiatici protagonisti nella competizione mondiale come la Corea del Sud.

Vogliamo sottolineare anche un altro aspetto fino ad oggi trascurato nel dibattito pubblico. Rappresenta la cartina di torna sole della radice ideologica che si cela dietro le scelte del governo Monti anche nel campo della ricerca.

E' stato evidenziato, in più di una occasione, che per la prima volta tutti gli enti di ricerca vengono ricompresi in una unica tabella allegata ad un provvedimento normativo di carattere finanziario.  Fino ad oggi, la frammentazione della vigilanza in più ministeri costringeva a cercare il finanziamento (o meglio i tagli) in diversi capitoli di spesa.  Una novità straordinaria e beffarda allo stesso tempo nel  momento in cui il comparto è sotto attacco da molte parti e non solo interne al governo. Infatti è fortissima la spinta a trasformare in agenzie alcuni enti importanti motivando questa scelta con la solita retorica dell'efficienza, nel più totale disprezzo per il valore dell'autonomia e dell'autogoverno della ricerca assolutamente invisa al decisore politico a prescindere dal colore.

E tuttavia all'appello in quella tabella manca qualcuno... In particolare non figura l'IIT Istituto Italiano di Tecnologia.

Si tratta, per chi lo avesse dimenticato, di una creatura del Prof. Tremonti nata per sostenere quella ricerca anche in campo tecnologico di cui sente il bisogno in particolare nel nostro paese. L'IIT pensato da Giavazzi, affidato già nel 2005 alle cure del Ministero del Tesoro nella persona di Grilli riceve ogni anni 100 milioni dallo stato. Le ricadute sociali di questa struttura sul territorio genevose (dove ha sede) non sono chiare parimenti alla sua capacità di produrre innovazione e trasferimento tecnologico a favore delle imprese come emerso anche in occasione di un dibattito da noi organizzato.

All'appello dei tagli a ricerca e università (anche il blocco del turn over è un taglio come del resto l’intervento sulle dotazioni organiche)  manca anche una struttura come l'Anvur. L’Agenzia  sta sostenendo costi indiretti e diretti consistenti per lo svolgimento delle sue funzioni nella più totale autoreferenzialità (a prescindere dalla cortesia e disponibilità di chi la rappresenta) come dimostrano le scelte sulla vqr e sull'abilitazione scientifica.

Ovviamente non vogliamo affermare che si debba tagliare  per “par condicio” anche queste strutture. Mettiamo in guardia gli occhiuti commentatori delle nostre posizioni dall'attribuirci simili affermazioni.  Certamente le istituzioni citate andrebbero fortemente ripensate a partire dall'Anvur, come chiediamo in moltissimi da tempo. Lo stesso IIT ha una missione poco chiara e certamente  non può essere vigilato dal ministero del tesoro continuando a godere di privilegi immotivati rispetto agli altri enti e alle università . L'idea bislacca di inventarsi l'eccellenza da zero è smentita dai fatti.

Ribadiamo ostinatamente che le risorse destinate al sistema ricerca sono investimenti che andrebbero aumentati e non ridotti in una ottica di programmazione, autonomia e anche valutazione come si diceva un  tempo, forse con troppa ingenuità. Oggi restano invece i tagli coperti dalla valutazione utilizzata come clava per rese dei conti interne e operazioni di piccolo cabotaggio.

In questa sede si vuole piuttosto mettere in evidenza la natura profondamente politica delle scelte che vengono compiute e la necessità, pertanto, di una opposizione sociale e sindacale ancora più consapevole e determinata ma soprattutto un dibatto pubblico all’interno della comunità scientifica e accademica all’altezza della sfida.