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Nuovo obbligo: che cosa cambia e che cosa dovrebbe cambiare? (Aggiornamento)

Report e interventi del Convegno sull’innalzamento dell’obbligo scolastico e il nuovo biennio svoltosi a Bologna il 18 febbraio 2008.

11/03/2008
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Di fronte a una platea che gremiva il salone Di Vittorio della Camera del Lavoro di Bologna si è svolto lunedì 18 febbraio 2008, il convegno su “Scuola secondaria: il nuovo obbligo di istruzione per il biennio che cosa cambia, che cosa dovrebbe cambiare?”, organizzato da FLC Cgil e da Proteo Fare Sapere dell’Emilia-Romagna. Per la rilevanza dei temi trattati e per la qualità delle relazioni e degli interventi riteniamo importante anche a distanza di una quindicina di giorni (tempo necessario per raccogliere e riordinare una adeguata messe di appunti e note) portare a conoscenza il contenuto di quel convegno, ripromettendoci di completare il tutto “in progress”.

Sotto il coordinamento di Isabella Filippi, Presidente regionale di Proteo Emilia-Romagna, il segretario Regionale della FLC Cgil, Paolo Tomasi, ha svolto la relazione introduttiva.
Tomasi ha iniziato la sua relazione ricordando il ritardo con cui il Ministero ha affrontato l’argomento la cui attuazione era prevista dal primo giorno di scuola di questo anno scolastico, ma anche la nuova situazione politica che si è creata con le dimissioni del governo Prodi. Non di meno, ha detto, il processo di innalzamento dell’obbligo e gli impegni assunti con l’intesa sulla conoscenza dovranno essere rispettati dal prossimo governo, qualunque esso sia.
Ha poi sottolineato come nei programmi della FLC ci sia l’impegno a portare l’obbligo a 18 anni, una misura all’ordine del giorno in tutta Europa, continente e entità politica che resta un punto di riferimento ineludibile. L’asse, ha detto, resta quello aperto dalla Costituzione repubblicana, ma ha riconosciuto che per attuarlo occorrono insieme a misure di obbligo scolastico e a di spostamento dell’avviamento al lavoro, anche una forte formazione e valorizzazione dei docenti. Ha criticato la scelta del Ministero, di non voler accedere all’istituzione di un biennio unitario che desse una base strutturale omogenea all’obbligo scolastico e di voler mantenere seppur in via provvisoria i percorsi sperimentali triennali.
Ha poi ricordato la situazione non buona della scuola italiana nelle indagini internazionali, ma anche la divaricazione tra le scuole del nord e le altre scuole, che vi si è registrata.
Ha poi proceduto ad una elencazione delle misure finora attivate e al senso che queste acquisiscono, in relazione all’obiettivo di incentivare con il biennio obbligatorio la prosecuzione degli studi e non sanzionare la loro conclusione. In questo contesto è stato sottolineato il ribaltamento dell’asse concettuale e politico su cui finora si è retta la secondaria superiore. Di conseguenza ha individuato nella formazione degli insegnanti, nella disponibilità di risorse, nell’organizzazione originale dei collegi docenti, nell’orientamento dei ragazzi, nella ricerca didattica e nella continuità con la scuola media gli elementi prioritari su cui appuntare l’attenzione per una attuazione reale dell’innalzamento dell’obbligo.

Vai alla relazione di Paolo Tomasi

Dopo la relazione introduttiva di Paolo Tomasi, ha svolto la sua relazione Cesare Scurati, docente di pedagogia generale all’Università Cattolica di Milano, il quale ha sostenuto l’importanza della scelta dell’obbligo di istruzione fino ai 16 anni, una scelta che ha implicitamente in prospettiva quella all’ordine del giorno in Europa dell’innalzamento a 18.
Ma, ha detto, bisogna stare attenti a due derive.
La prima consiste nel concepire il percorso 6-16 come una lunga scuola elementare.
La seconda nel concepire questi due anni come un puro orientamento o verso un percorso professionale o verso un percorso di eccellenza.
Occorre tenere presenti quattro caratteristiche dell’obbligo scolastico fino a questa età.
La prima: l’obbligo è un fattore di equità e di democrazia, vi è quindi come primo obiettivo il rispetto di un compito sociale.
La seconda: obbligo vuol dire più diritti per i ragazzini, non più doveri (è la lezione di Don Milani), l’alunno obbligato porta con sé una caterva di diritti.
La terza: l’età dei ragazzi è una età difficile, non sono più bambini, non sono ancora adolescenti maturi, occorre dunque rispetto per l’età.
La quarta: l’apprendimento necessita di contenuti, di scientificità, di approfondimento oggettivo.
Ma sarebbe, ha continuato Scurati, un errore rovesciare sulle spalle degli insegnanti tutto ciò. Bisogna selezionare le cose da fare, bisogna fare delle scelte e bisogna alzare il tiro.
Bisogna innanzi tutto lavorare sui nessi e sulle connessioni, ad esempio quella tra teoria e pratica. L’alunno in una età in cui vive una separazione tra ideale e reale. Occorre esercitare una vicinanza con gli alunni. Bisogna stare attenti al dominante: no quindi alle scelte troppo di indirizzo, no all’affermazione della propria cultura di docenti.
I ragazzi ragionano per problemi. Bisogna quindi usare il linguaggio della problematicità. L’apprendimento è una evoluzione da qualcosa.
E bisogna resistere alla tentazione dell’enciclopedismo. L’esaustività deve essere esaustività dell’essenziale. Bisogna porre attenzione agli strumenti, ai metodi, alle procedure finalizzate a qualcosa. Ciò che si fa deve avere un senso.
È questa una età in cui contano molto le occasioni. Le gite scolastiche erano molto importanti da questo punto di vista, è stato sbagliato abolirle o ridurle.
Poi bisogna farli, gli alunni, ricostruire, farli parlare, farli parlare di sé, fargli esprimere giudizi sul mondo. C’è una loro autonomia e un protagonismo da fare emergere. I ragazzi hanno un sogno di sé, una immagine di sé, un progetto di sé. Siamo negli anni del progetto di sé.
Bisogna usare meno libri (pur senza rinunciarvi) e più giornali, lavorare sulle fonti non formali, stimolare produzioni, non solo riproduzioni.
E bisogna far entrare la speranza nei ragazzi: la speranza o entra adesso o esce per sempre!
Gli insegnanti devono circolare tra biennio e triennio, non fossilizzarsi in un’area di età.
Infine Scurati ha concluso sottolineando l’importanza dell’immagine della scuola e del segnemto scolastico in questione. Esiste una estetica dell’insegnamento che va curata, ha detto . La scuola dell’infanzia per esempio ha vinto perché aveva e dava una buona immagine di sé. Lo stesso non può dirsi della scuola media unica, la cui estetica non è mai stata gestita.

Vai alla relazione del prof. Cesare Scurati

E’ stata poi la volta del professor Paolo Calidoni, docente dell’Università di Sassari, che ha preferito chiamare i docenti “prof”, come li chiamano i ragazzi, per identificarsi di più con essi, in coerenza con la convinzione che il processo di innalzamento dell’obbligo sarà un mix tra la dimensione calda dell’esperienza e la dimensione fredda dell’istituzione.
Ha ipotizzato di guardare nello zainetto di uno studente e trovarvi riviste di musica a costume, quaderni del tipo “7 in condotta”, redatti dal “famigerato” John Beer (è lo pseudonimo di chi scrive questa “fiera delle castronerie” scolastiche) ed altri, un diario sulla stessa falsariga (che ormai sta soppiantando i già noti diari di Smemoranda e Comix).
Tutto sta a dimostrare, questa la sua tesi, che i ragazzi esibiscono capacità di guardare e di guardarsi. E c’è un filone pedagogico che chiede proprio ai ragazzi di avere indicazioni. Ci sono già competenze nei ragazzi, i prof hanno invece competenze per lo più disciplinari. Uno di questi libri divide i prof in infami, indifferenti, polemici col sistema, di ginnastica, vittime della legge, orsi ma buoni, amici. E dice anche come comportarsi con loro. C’è comunque una immagine di professione, di competenze professionali costruite nel tempo.
Ha poi fatto notare che le competenze individuate dalla UE hanno la caratteristica che si possono acquisire anche senza andare a scuola, mentre lo schema italiano introducendo gli assi culturali disciplinari ne fa una cosa più scolastica. Lo schema europeo delle competenze e quello italiano (competenze + assi culturali) si possono sovrapporre, ma ne esce un punto critico, quello in cui gli assi disciplinari incrociano le competenze chiave. In passato questa cosa è stata risolta con un parallelismo tra discipline e educazioni.

Alcuni anni fa la OCSE previde tre scenari per il futuro della scuola: la neoscolarizzazione, la rescolarizzazione (autonomia scolastica, scuole di approfondimento, scuole di integrazione sociale ecc.), la descolarizzazione (mercato diffuso, buoni scuola, reti di apprendimento, ecc.).
Dati tutti questi elementi si potrebbe assistere a tre conseguenze-reazioni diverse:

  1. puntare ad un insegnamento di tipo difensivo (preparare all’esame, al PISA ecc.)

  2. giustapporre discipline e assi culturali

  3. giustapporre discipline ed educazioni (cosa già fatta nel passato).

Ma dice Calidoni, in ogni caso bisognerebbe avere dei percorsi aperti, un sapere che connette, una diversificazione didattica verticale. In altri termini i tre elementi costituiti dalla cultura delle giovani generazioni, dal contesto e dai saperi formativi non dovrebbero andare separati ma, almeno in parte, dovrebbero essere in grado di intrecciarsi.
E ha concluso dando alcuni consigli per il futuro:

  1. utilizzare modi diversi di insegnare

  2. fare attenzione agli studenti

  3. variare gli strumenti

  4. avere momenti di espressione libera

  5. avere momenti per scaricare tensione, noia e stanchezza

  6. fare attenzione a ciò che si sa, non solo a ciò che non si sa

  7. insegnare cose nuove.

( La relazione del prof. Paolo Calidoni verrà resa disponibile quanto prima)

In conclusione delle relazioni della mattinata ha svolto la sua relazione su “Governare i paradigmi sociali didattici e organizzativi nel nuovo obbligo scolastico: una sfida strategica per il DS”, il Dirigente Scolastico Nicola Casaburi, il quale, dopo una premessa in cui ha confessato che aver variato il tema alla luce della nuova situazione politica, ha cercato di stabilire i punti cardinali di un agire politico-pedagogico, individuandoli in uguaglianza, libertà, solidarietà e dignità.
Ha insistito sul fatto che uguaglianza significa uguaglianza di opportunità e non egualitarismo, una questione di qualità e non di quantità. Ha previsto una centralità delle competenze, parola quanto mai enigmatica: le competenze contemplano un’area dell’imprevisto, non danno tutto per scontato e sono formate non solo da conoscenze ma anche da elementi valoriali che guidano l’agire. Enfatizzano l’autonomia dell’agire, che però è cosa diversa dal permissivismo.
Eguaglianza/egualitarismo, autonomia/permissivismo: temi caldi nel quarantennale del 1968, ha sottolineato.
A suo avviso ci troviamo oggi di fronte a una rivoluzione copernicana, ma con insegnanti ancora tolemaici. Occorrerebbe una nuova formazione dei docenti, ma i contratti non prevedono l’obbligo della formazione per i docenti, ha detto. Di conseguenza per ora l’autonomia professionale dei docenti si limita alla propria esperienza professionale. Non esiste una valutazione del merito, anche se il tema del merito torna sempre di attualità. Andrebbe perciò ridisegnata la formazione dei docenti.

Vai alla relazione di Nicola Casaburi

Nella mattinata è intervenuta brevemente la professoressa Giancarla Codrignani, insegnante, in passato parlamentare della Repubblica, che ha insistito sulla centralità dei valori umani e sulla nuova realtà degli immigrati, per i quali finora si è fatto molto fino alla scuola media, ma ancora poco per il loro passaggio alla secondaria superiore.

Nel pomeriggio i lavori sono ripesi con i saluti dell’assessore provinciale alla cultura e all’istruzione Paolo Rebaudengo, il quale ha rilevato l’alto livello del convegno e ha sottolineato l’importanza del fatto che all’innalzamento dell’obbligo si sia accompagnato l’innalzamento della età minima lavorativa. Ha accennato al problema dell’apprendistato dopo i 16 anni e a come questo in altri paesi si intrecci con la scuola. Si è chiesto se il biennio obbligatorio sarà in grado di superare le due culture. Sul biennio integrato con la formazione professionale si è chiesto se sia il caso di continuare o di smettere, e in questo caso che cosa preservare di queste esperienze.
Ha poi accennato al problema dell’edilizia, di competenza provinciale, denunciando però la mancanza di risorse adeguate.
Ha concluso citando un brano dell’ultimo libro di Pennac che rimanda al contesto storico sociale in cui avviene l’educazione e in particolare agli aspetti più critici del nostro tempo attuale.

Intervento dell’assessore Paolo Rebaudengo

Il dott. Giovanni Sedioli, presidente della fondazione Aldini-Valeriani e membro della commissione ministeriale sull’innalzamento dell’obbligo scolastico e sull’istruzione tecnica e professionale, ha iniziato la sua relazione sottolineando l’equivoco sulla formazione professionale e sui percorsi integrati di fronte al quale si è trovata la commissione sull’obbligo scolastico, equivoco risolto con la transitorietà dell’esperienza. Ha sottolineato però che il modello emiliano, con solo una piccola parte di formazione professionale e con la titolarità che resta alla scuola, potrebbe costituire un’altrettanto valida soluzione.
Del documento tecnico sull’innalzamento dell’obbligo ha sottolineato il tentativo di andare oltre la classica interdisciplinarietà e la conseguente messa in crisi della gerarchia culturale grazie all’equivalenza formativa, ma anche elementi di debolezza, di lettura al ribasso, di imprecisione, di sovrapposizione e rigidità. Le linee guida avrebbero dovuto un po’ risolvere queste debolezze.
Ha sottolineato poi la necessità di rafforzare l’autonomia scolastica e la relazione col territorio e di costituire nuclei di docenti che riflettano sulla metodologia. Ha denunciato l’attuale mancanza di protagonismo dei docenti.
Ha insistito sulla necessità di fissare obiettivi, conformarvi i comportamenti e valutarli, suggerendo, ad esempio, di studiare i test PISA, non per aggirarli ma per capirli.

( La relazione del dott. Giovanni Sedioli verrà resa disponibile quanto prima)

A Sedioli ha fatto seguito la professoressa Cristiana Fioravanti, docente di Diritto dell’U.E. presso l’Università di Ferrara e di Organizzazione Internazionale presso quella di Padova, che ha svolto una relazione sul tema. “La raccomandazione europea sulle competenze chiave: Italia ed Europa a confronto”, affermando che, in quanto impossibilitata ad una armonizzazione ordinamentale dei sistemi scolastici, in quanto la scuola rimane competenza degli stati membri, l’Unione Europea non può che sviluppare una iniziativa di raccomandazioni per sviluppare un’armonica dimensione europea dell’istruzione. In particolare ha citato la Raccomandazione del 18 dicembre 2006 che per contribuire allo sviluppo di un’istruzione di qualità concepita in funzione delle esigenze della società europea orienta gli stati a concepire sistemi di istruzione che da un lato offrano ai giovani i mezzi per sviluppare competenze chiave che li preparino alla vita adulta, dall’altro diano agli adulti la possibilità di sviluppare una formazione permanente. E’ questa raccomandazione che contiene le otto competenze a cui si è ispirato il nostro ministero.
E questa stessa raccomandazione dà una particolare importanza alla questione delle lingue comunitarie per favorire l’integrazione con sensibilità e attenzione, specie con riferimento agli studenti migranti.

Relazione della prof. Cristiana Fioravanti (abstract)

Il dibattito pomeridiano ha visto la partecipazione di molti docenti e dirigenti scolastici, molti dei quali hanno raccontato la situazione della propria scuola e descritto le esperienze messe in atto per affrontare la questione. Tra queste ci hanno inviato il loro contributo per iscritto la dirigente scolastica Maria Pia Bariggi e la professoressa Elisabetta Imperato .

Il segretario generale della FLC Cgil, Enrico Panini, ha tirato le conclusioni della produttiva giornata.

( Le conclusioni di Enrico Panini verranno rese disponibili quanto prima)

Roma, 4 marzo 2008