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«Viviamo in un clima surreale la scuola ricominci dal passato»

Il Preside del Liceo Tasso di Roma "I sacrifici di questi giorni dovrebbero darci più coesione"

21/09/2020
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Il Messaggero

Rinascere, si veda il Rinascimento, è un'idea italiana per eccellenza. Giriamo la considerazione a Paolo Pedullà, 58 anni, preside del liceo Tasso di Roma. Per chiedergli: quanto la scuola può contribuire, nella nuova fase che si apre per l'Italia dopo la crisi del Covid (non ancora superata in pieno)? 
«Per ora - dice Pedullà - vedo un clima surreale. Tante regole, importanti, che noi tutti dobbiamo sopportare. Ma è un sacrificio che vale la pena fare. Così mi sembra la pensino tutti: gli studenti, i professori, il personale di segreteria, gli assistenti scolastici che fanno avanti e indietro spostando banchi, pulendo di continuo e sistemando tutto. Con fatica e dedizione».
Una mobilitazione patriottica?
«Definiamola pure così. Questi sacrifici dovrebbero cementare uno spirito di coesione più forte». 
Può essere la cultura classica - di cui il suo liceo è un simbolo per tante generazioni - il lievito della rinascita oppure la cultura popolare di massa, di tipo digitale, spazza via ogni altra conoscenza?
«Io non vedo una cesura tra la cosiddetta cultura popolare e quella dei libri. La cultura classica fornisce gli strumenti per rapportarsi, senza supponenza, con il sapere internettiano, che non è da disprezzare. La cultura classica insegna a guardare all'antico senza schemi ideologici. Non con un'ottica giudicante». 
Ci faccia un esempio.
«Guardiamo al personaggio di Medea, cercando di comprenderne le ragioni e motivazioni. Anche nell'uccisione dei figli. La cultura classica ti insegna a confrontarsi con la complessità. E questo ti aiuta anche a comprendere la complessità del presente. Penso al lavoro di traduzione. E' ostico però ti insegna ad esercitare la pazienza, la capacità di analisi, il senso dell'intuito. Iniziare lenti per andare veloci. Questo c'è nel confronto diretto con un testo di latino o di greco. E questo, per affrontare la velocità del mondo contemporaneo, è un metodo ottimo».
Non si sente un po' anacronistico? 
«Per niente. E la scuola dev'essere anche un po' anacronistica».
Non bisogna inseguire i ragazzi sul loro terreno?
«E' bella l'idea dell'avanguardia, ma un po' di retroguardia ogni tanto non fa male». 
Sta difendendo la scuola conservatrice, proprio mentre ci vuole una scossa creatrice come mai c'è stata negli ultimi decenni? 
«In parte, sto difendendo quella lei chiama scuola conservatrice. Difendo per esempio la lezione frontale, ormai bistrattata. Tutti i capisaldi della teoria te li dà la lezione frontale, cioè il prof che illustra una teoria. Se uno spiega l'aoristo greco, ne illustra l'origine, le caratteristiche, i modi di traduzione. E poi si passa all'esercitazione in cui i ragazzi mettono in pratica le teorie e ne diventano i protagonisti. Arrivando a una conoscenza piena». 
Insomma il nuovo cittadino studente deve partire da lontano, per essere davvero moderno?
«Deve avere l'umiltà e la forza di essere complesso».
Qual è a suo avviso il problema da affrontare subito nella scuola?
«C'è per esempio, oltre al tema delle retribuzioni che sono troppo basse, la tragedia della dispersione scolastica. Negli istituti tecnici può arrivare anche al 40 per cento. Servono edifici migliori, con insegnanti che sappiano affrontare i cosiddetti ragazzi difficili. Ma io una ricetta precisa e di pronto impiego non ce l'ho purtroppo».
Lei considera il Tasso una scuola d'élite?
«La considero semplicemente una buona scuola. E le buone scuole non stanno soltanto nei centri delle città».
Ma funge ancora da ascensore sociale la scuola?
«L'ascensore serve a scalare gli edifici. E c'è da chiedersi: quanti piani ha l'Italia? Ha ancora i piani alti? Il problema è che ci sono poche opportunità dopo la scuola e l'università, e stiamo mettendo molti nostri ragazzi, formati qui e ben formati nelle nostre scuole, dentro l'ascensore sociale di altri Paesi».
C'è un'idea di scuola dietro ai banchi a rotelle?
«Io non li ho presi, però un'idea la vedo. S'immagina la classe come uno spazio non fisso, ma che si scompone e si ricompone. Proprio come la società di oggi. La scuola può essere mobile. E io la vedo come un Giano Bifronte: capace di vedere il passato e di immaginare il futuro». 
Mario Ajello