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Vita da prof., non pensione d'oro

di Alberto Asor Rosa

14/08/2018
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la Repubblica

Caro direttore, mi sono laureato in letteratura italiana presso l’Università di Roma ( allora unica e sola), a pieni voti e la lode, relatori Natalino Sapegno e Giuseppe Ungaretti. Negli anni immediatamente successivi, ho cominciato subito a insegnare, come supplente o incaricato, nelle scuole medie superiori di Roma e provincia. Di lì a qualche anno ho vinto il concorso relativo, e ho insegnato ancora per sei anni nei licei classici e scientifici come insegnante di ruolo. A metà degli anni ‘ 60 ( circa) ho vinto un concorso per accedere al grado minimo della carriera universitaria, allora l’assistente di ruolo, e ho preso servizio presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Roma.

All’inizio del decennio successivo sono risultato vincitore anche di un concorso per professore ordinario di letteratura italiana ( di prima fascia, come si dice oggi) e, dopo qualche peregrinazione, sono stato chiamato anche in questo caso a insegnare presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Roma. Mi sono messo volontariamente in pensione nel 2003 (a termini del regolamento di allora avrei potuto restare ancora qualche anno a insegnare, aumentando ovviamente la mia pensione). Poiché in base a una legge supergiusta ( come si potrebbe “ lavorare” e “ formare”, se uno non fosse stato a sua volta “ lavorato” e “ formato” nei luoghi e nei tempi a ciò delegati?), ai fini pensionistici si potevano “ riscattare” gli anni dello studentato universitario, che per me cominciavano ovviamente con l’iscrizione all’Università di Roma — 1951 —, ho trascorso studiando e lavorando, lavorando e studiando, cinquantadue anni nella scuola e nell’Università italiana.

Provenendo da una famiglia modesta, difficile pensare che questo percorso sia dovuto a un privilegio di ceto o a un favore interessato ( ti do qualcosa, così poi tu mi ricambi) dei miei superiori.

Dal giorno in cui sono andato in pensione sono passati altri quindici anni. Oggi, sull’orlo di un’altra più impegnativa pensione, proprio in questi giorni vengo ad apprendere che io, come ovviamente molti altri che si trovano nella mia situazione, continuo a sopravvivere solo perché usufruisco niente di meno che di una “ pensione d’oro”. Limite invalicabile della “ pensione d’oro” sono infatti, secondo i nostri governanti, i quattromila euro. Io li supero, di poco, ma li supero: poco più di quattromiladuecento euro; anzi più esattamente, per trascrivere la cifra dell’ultimo rendiconto bancario: 4.240.03 ( importante lo 0.3). Su questa classificazione governativa, che corrisponde ormai a una vera e propria cultura di regime, vorrei fare qualche considerazione.

Il problema, ovviamente, non consiste nell’eventuale cancellazione di quei 240,03 euro, che trascendono il termine fissato. Del resto, mi si dice che, nella mia condizione di lavoratore andato regolarmente in pensione a settant’anni, con tutti i contributi pagati, potrei anche non essere sottoposto a tali detrazioni. Ma il punto è un altro. Quello che io trovo intollerabile è essere incasellato nella categoria dei “ pensionati d’oro”, chiaramente dispregiativa e offensiva. Il “ pensionato d’oro” è chiaramente uno che ha acquisito privilegi che non meritava, a scapito ovviamente di qualcun altro. Io, come ricordavo, mi sono formato con grande impegno e applicazione e in ragione di ciò ho contribuito a formare — insieme con tanti altri, s’intende — intere generazioni di studenti, migliaia d’insegnanti della scuola italiana, altri professori universitari, storici, giornalisti, politici, uomini e donne di teatro.

La cosa, tuttavia, per quanto offensiva e dispregiativa, potrebbe persino esser confinata nell’ambito di una protesta categoriale a senso unico, se non fosse invece esemplarmente rappresentativa ( ancora una volta!) di una fenomenologia, anzi patologia, più generale, sulla quale l’allarme dovrebbe esser più esteso e convinto. Questi autentici e irrimediabili analfabeti che ci governano, — parole poche e sommarie, sintassi intollerabile, anfanare d’insulti e proterve battute — hanno in mente qualcosa di ben preciso, che è la cancellazione di tutta la storia italiana precedente, con le sue categorie, le sue culture, le sue tradizioni, i suoi protagonisti, la sua memoria. Offendere e umiliare fino in fondo chi ne è stato, bene o male, protagonista, significa favorire l’avvento di una nuova stagione, in cui tutte le élite, di ogni natura, verranno fatte fuori una dietro l’altra. Hanno cominciato con professori universitari, magistrati, continueranno con i giornalisti, gli uomini della televisione, i liberi professionisti, i tecnici dell’industria, ecc. ecc. Se potessero ora, dopo l’attacco alle “ pensioni d’oro”, abolirebbero d’un tratto le Università: come mai non è venuto ancora in mente al duo Grillo- Casaleggio che anche la ricerca e l’istruzione di livello superiore si potrebbero fare, estraendone a sorte i protagonisti? Si eviterebbe il rischio, da parte loro, di superstiti voci di elaborazione e di protesta.

Anche questa per me è una conferma. Esiste un verbo ispirato alla piatta omogeneità della massa, che verrà applicato fino in fondo, se non si troverà il modo di fermarli.