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Università, ricercatori dimezzati in 10 anni, e solo 6 su 100 fanno carriera

La fotografia impietosa dell’Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani: -44,5% posti di dottorato in dieci anni, con un enorme gap Nord-Sud. E le speranze per il futuro sono poche: a fronte di 1800 pensionamenti annui, meno di 1000 inseriti in ruolo

07/10/2016
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Corriere della sera

Nell’assenza del dibattito pubblico, con la complicità della retorica del merito, favorito dai provvedimenti politici mascherati da interventi tecnici e spinto dall’assenza di un documento strategico, si sta consumando un «drastico e silenzioso ridimensionamento del Dottorato in Italia»: la denuncia arriva dall’Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani, che nella VI indagine presentata giovedì alla Camera dei deputati snocciola dati da déba^cle. In dieci anni i posti di dottorato si sono ridotti del 44,5%, passando dai 15733 del 2006 agli 8737 del 2016, con due crolli nel 2008, quando c’è stato un taglio per effetto dei tagli lineari al Fondo di funzionamento ordinario tra il 20 e il 40%, che comportò il -16% di Borse nel biennio 2008-2009, e nel 2014, quando le linee guida per l’accreditamento del Miur posero il vincolo del 75% di posti coperti da borsa, provocando un ulteriore taglio del 18%.

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Al Sud il crollo

Il sistema dell’offerta di dottorati in Italia ha subito un processo di «compressione selettiva», segnala l’Adi: la percentuale di posti banditi dagli Atenei del Sud è passata dal 27,7% al 21,7% sul totale. Dieci Atenei, di cui otto sono al Nord, garantiscono il 42% dei dottori di ricerca in tutta Italia: sotto Roma, c’è solamente Napoli (Federico II) nella classifica. E anche i ricercatori a tempo determinato sono presenti in misura molto minore al Sud che al Nord. Il 50,3% dei ricercatori con un contratto di tipo «A» è concentrato solo in 5 regioni: Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Toscana e Lazio.

Non sanno neanche dei fondi

Un altro problema è la mancanza di informazione sui fondi cui i dottorandi avrebbero diritto: a ciascun dottorando è assicurato infatti un budget per l’attività di ricerca in Italia e all’estero, comunque di importo non inferiore al 10% dell’importo della borsa medesima. Ma spesso non sono al corrente del 10% dei fondi o non sanno come vengono erogati il 56,4% dei dottorandi che hanno risposto all’indagine. Nella maggior parte dei casi gli Atenei mettono a disposizione dei fondi per la mobilità. Ma anche su questo aspetto il livello di disinformazione rimane significativo. Per non parlare dell’incompatibilità tra lavoro e dottorato: sono diversi i casi illegittimi segnalati.

Scenari futuri

Anche i contratti per i ricercatori a tempo determinato di tipo «B», quelli che dopo tre anni possono assicurare l’immissione in ruolo se si è ottenuta l’abilitazione nazionale e si riceve una chiamata diretta da un ateneo, non si sono rivelati utili. A fronte di 1.800 pensionamenti annui medi, meno di 1.000 ricercatori verranno inseriti in ruolo. «Puntiamo a far diventare strutturale la misura decisa nella legge di Stabilità lo scorso anno, con fondi per 862 posti per ricercatori di tipo B in tre anni», annuncia la deputata Pd Manuela Ghizzoni. Ma per ora è solo un proposito. Il dato secco rivela un altro scenario: solo il 6,5% di chi è oggi assegnista di ricerca riuscirà ad accedere ad un ruolo strutturato.