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Università, per risollevarla servono più risorse e regole

non tutte le discipline sono “uguali”; le risorse sono drammaticamente scarse; e la deontologia professionale non è eccelsa.

01/10/2017
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la Repubblica

PIERO IGNAZI

PER cercare di districarsi tra le tante informazioni piovute a catinelle sull’Università in questi giorni è bene chiarire alcuni passaggi, altrimenti si parla solo agli addetti ai lavori.

Primo punto, i concorsi. Fino al 2012 i concorsi erano indetti dalle singole sedi universitarie che avevano un posto da ricoprire e “naturalmente” — come scriveva su questo giornale Cacciari — quel posto andava al cocco di casa. Viste le nefandezze compiute con quel sistema, il ministro Gelmini introdusse — l’unica cosa buona fatta in 5 anni — un sistema di valutazione nazionale. Vennero eliminati gli pseudo-concorsi locali, e introdotta invece una valutazione nazionale effettuata da una unica commissione nominata per sorteggio (niente più scambi e compravendite di voti, quindi). La commissione si limitava a stabilire, sulla base dei lavori presentati, chi era idoneo per una posizione (associato o ordinario), senza stilare alcuna graduatoria. Questo sistema ha avuto tre grandi meriti, riassumibili in omogeneità, trasparenza e apertura. Omogeneità: che una sola commissione valutasse tutti i candidati garantiva uno standard comune: stessi criteri esplicitati ancor prima dell’inizio del concorso, e stesse interpretazioni del profilo dei candidati. Trasparenza: tutti i giudizi formulati da ciascun commissario venivano pubblicati sul sito del Ministero ed erano quindi verificabili da chiunque. Apertura: passando dal livello locale al livello nazionale i candidati erano più liberi da pressioni localiste come l’invito a non presentarsi per non disturbare i giochi, prassi corrente nei concorsi locali. Tutto bene quindi? Nemmeno per sogno perché entrano in gioco almeno tre altri fattori che possono spiegare i recenti casi di cronaca (sempre che vengano comprovati): non tutte le discipline sono “uguali”; le risorse sono drammaticamente scarse; e la deontologia professionale non è eccelsa.

Perché, e dove sta, questa differenza tra le discipline? Prendiamo due materie a caso, paleografia medievale e diritto amministrativo. In linea di principio, esse condividono le stesse logiche di potere, con i rispettivi baroni che vogliono imporre i propri protetti; ma in pratica si differenziano enormemente sul piano “finanziario”: in paleografia non circola un centesimo fuori dal normale, modesto, salario, mentre in diritto amministrativo il valore commerciale del titolo di professore è ben monetizzabile. Per esteso, laddove circola denaro — medicina, legge e ingegneria — le tentazioni di usare i titoli universitari per aumentare i propri onorari nella professione, al di fuori dell’Università, sono quasi irresistibili. Per questo, in quegli ambienti, le lotte tribali sono così feroci: perché c’è molto da guadagnare, o da perdere. Detto ciò, le discipline si differenziano enormemente — e qui sta un’altra fonte di potenziali scorrettezze — anche nella possibilità di organizzare concorsi. Più una disciplina è spezzettata in tante materie, minore sarà il numero dei concorrenti per quella materia e maggiore la possibilità di controllare persino l’idoneità (come sembra essere il caso denunciato in questi giorni). Se invece i raggruppamenti fossero più ampi, il controllo sui concorsi a livello nazionale sarebbe impossibile.

Ma c’è dell’altro. La competizione diventa feroce quando le risorse sono scarse, cioè quando i posti nelle università escono con il contagocce. Non per nulla siamo il paese europeo con il minor numero di docenti per studente oltre che con il bilancio più modesto, costantemente tagliato da più di un decennio. In queste condizioni, quando finalmente ci sono i finanziamenti per reclutare qualcuno è ovvio che parta l’assalto alla diligenza, con tutte le conseguenze del caso. Infine la deontologia. E su questo, come diceva il Manzoni, se uno non ce l’ha. Giusto quindi sanzionare comportamenti scorretti e al limite delittuosi, ma attenzione a non confondere le valutazioni off the record con gli atti pubblici. E soprattutto, ricordiamo che, nonostante tutto, la qualità dell’insegnamento universitario è tale che i nostri laureati, laddove ci sono risorse, e cioè all’estero, ottengono subito una posizione. Risorse più abbondanti e deontologia più rigorosa sono le chiavi per risollevare l’Università italiana.