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Università, «i professori in pensione a 70 anni»

per gli studenti del coordinamento Link il problema del baronato non è costituito tanto dall' età ma dalla gestione del potere e dal reclutamento.

09/11/2013
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l'Unità

Luciana Cimino

Contro la gerontocrazia universitaria. La ministra all'Istruzione pubblica, Maria Chiara Carrozza, ne aveva già parlato giovedì, a ridosso del voto al Senato del dl scuola. «Lavorerò fino all'ultimo minuto contro ogni blocco del turnover alla Ricerca». Ieri è tornata ancora sull'argomento con un attacco frontale alle “baronie universitarie”. «A 70 anni i professori, se fossero generosi e onesti, dovrebbero andare in pensione, e offrirsi di fare gratuitamente seminari, seguire laureandi, o offrire le proprie biblioteche all’università». Nel corso dell'intervista a Radio24 Carrozza non usa sfumature, «chi vuole rimanere in ruolo oltre i 70 anni offende la propria università e offende i giovani, non si può tenere il posto e pretendere di rimanere, solo perché è un diritto. In un momento di sacrifici per tutti, a maggior ragione li devono fare le persone che hanno 70 anni, e che hanno avuto tanto da questo mondo». E quanto al mancato avvicendamento nelle docenze, la ministra ribadisce: «abbiamo pensato di risparmiare bloccando il turnover per anni, il che significa la morte nell'università e nella ricerca. Significa chiudere le porte a ciò che è fondamentale per l'università: il ricambio generazionale». Solo qualche giorno fa alla Statale di Milano sono state bloccate le richieste dei professori decisi a lavorare dopo i 70 anni. Si chiama «prolungamento» e i criteri vengono stabili in autonomia dai singoli atenei. Alla Statale di Milano nel 2013 sono 31 i docenti nati nel 1943 e nel 1944 che potrebbero andare in pensione, ma quasi la metà ha chiesto di restare fino a 72 anni. Tra questi molti nomi di rilievo dell'ambiente medico o accademico. «Anche a Torino abbiamo bloccato i prolungamenti», spiega Alessandro Ferretti, ricercatore e membro di Università Bene Comune. «Il fenomeno di chi avrebbe l'età pensionabile ma non vuole lasciare è diffusissimo, sta ai singoli atenei intraprendere azioni al riguardo». Alla Sapienza di Roma, per esempio, illustri professori hanno ingaggiato una tenzone con il rettore Luigi Frati, deciso a pensionare. Alcuni si sono rivolti al Tar. Tra questi anche un decano dell'ateneo, in cattedra dal 69. Una vicenda simile anche Perugia dove il Tar è stato chiamato ad esprimersi sul pensionamento di un docente. Secondo i dati di Coldiretti i professori universitari italiani hanno una media di 63 anni ma oltre un quarto ha più di 60 anni contro il 10% in Francia e Spagna e l’8% in Gran Bretagna. «Siamo tutti d'accordo che serva un ricambio generazionale ma prima il Miur deve rimettere il turnover al 100% dicono i ricercatori di Università Bene Comune – altrimenti mandare in pensione i settantenni senza ricambio vuol dire che gli atenei saranno costretti a chiudere alcune facoltà o a mettere il numero chiuso. Prima occorre un piano di reclutamento». Anche l'Andu (Associazione nazionale docenti universitari), si dice d'accordo con le parole della Ministra ma aggiunge «il blocco del ricambio generazionale ha lo scopo di ridurre l'offerta formativa e la ricerca. Ma chi volesse realmente aumentare il numero e la qualità dei docenti dovrebbe stabilizzare i migliaia di docenti e ricercatori precari». Mentre per gli studenti del coordinamento Link il problema del baronato non è costituito tanto dall' età ma dalla gestione del potere e dal reclutamento. «Il sistema nepotistico/ feudale è causato dal super potere che hanno alcuni docenti – nota il portavoce nazionale Alberto Campailla questa cosa incide anche sul piano qualità e della libertà della ricerca. La gerontocrazia domina l'università attraverso gruppi di potere di modo che il reclutamento avvenga solo tramite cooptazione». «Molto positivo che il turnover torni a livelli fisiologici» anche per il presidentedella Crui (Conferenza dei Rettori), Stefano Paleari, «non possiamo continuare a lasciare i giovani al di fuori della prospettiva. Senza questo c'è solo un'altra via: fuggire». E la questione dei cervelli in fuga sembra essere un'altra priorità per la ministra che ha illustrato un progetto in te punti per far rientrare i ricercatori: «Turnover al 50% il prossimo anno; utilizzo delle poche risorse per la ricerca tutte su un programma per giovani ricercatori; premi agli atenei che hanno giovani ricercatori come responsabili dei progetti ricerca». «Nell’immediato futuro voglio far sì che per un’università costi meno chiamare una persona da fuori, favorendo così le carriere diagonali, rispetto a quelle interne».