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Università, Cgil all'attacco: "Servono 20 mila ricercatori assunti in quattro anni"

La proposta per fare fronte alla piaga del precariato accademico. Il premier Conte ha annunciato un piano straordinario da 10 mila posti. Il sindacato ribatte: "Non basta".

10/02/2020
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la Repubblica

Bastano tre numeri per capire: attualmente nelle università statali gli "strutturati", ovvero i docenti e ricercatori col posto fisso (o con la strada già tracciata per averlo) sono 51.013. I precari sono 14.702 in più, ovvero 65.715. Più professori e ricercatori instabili che posizioni a tempo indeterminato, è la piaga del precariato che affligge il mondo accademico. Un fenomeno che si trascina da tempo e che non migliora, nonostante piani straordinari - l'ultimo annunciato in Senato dal premier Giuseppe Conte - di assuzioni. Per questo la FLC CGIL, presentando oggi i dati, va all'attacco: 20 mila assunzioni in quattro anni, 5 mila all'anno; un incremento di 1,5 miliardi di euro del fondo di funzionamento ordinario fino a raggiungere la media europea delle risorse destinate all'università. "Inoltre chiediamo una revisione complessiva delle regole di ripartizione dei fondi alle università: basta quote premiali, ma finanziamenti basati sul fabbisogno reale di didattica e ricerca", spiega Tito Russo.

La partita è aperta. Meglio, si è riaperta dopo le dimissioni dell'ex capo del dicastero all'università Lorenzo Fioramonti a fronte di una vera e propria emergenza sul precariato accademico rimasta sul tavolo, al di là del cambio di ministri. "Il miliardo di euro chiesto dal mio predecessore è un riferimento giusto", aveva anticipato in una intervista a Repubblica l'attuale ministro Gaetano Manfredi. Sulle assunzioni, invece, già in sede di conversione del decreto-legge cosiddetto Milleproroghe il Governo ha presentato un piano straordinario per l'assunzione di 1.600 ricercatori e per la progressione di circa 1.000 aspiranti al ruolo di professore associato. Da subito arriverebbero 12 milioni nel 2020, per creare circa 220 posti (anche negli enti di ricerca), poi 96 milioni a decorrere dal 2021 che svilupperebbero le 1.600 nuove posizioni. Fondi ricavati da quelli messi per la nuova Agenzia nazionale della ricerca, una nuova struttura creata nell’ultima finanziaria e contestatissima perché di nomina politica.

Il premier Conte, rispondendo alcuni giorni fa in un question time al Senato sul tema sollevato da Francesco Verducci (Pd), ha poi annunciato un piano pluriennale di reclutamento da 10mila ricercatori: "Abbiamo avuto poco tempo in occasione della legge di bilancio ma c’è la consapevolezza che ricerca e istruzione sono priorità nella linea di sviluppo del Paese". In un post su Facebook, Nicola Zingaretti lo ha ribadito: "Rilanciamo la nostra proposta del Piano per l'Italia: l'aumento dei fondi per la ricerca e l'assunzione di 10.000 ricercatori". Concorda il M5S.

Per la FLC CGIL non basta. "I numeri vanno calibrati non solo per tornare ai valori pre-crisi del 2009 - ad oggi sono circa 30mila le unità di personale in meno - ma per adeguare il rapporto tra docenti e studenti al livello degli altri Paesi", incalza Russo. Il trend storico del rapporto tra strutturati e precari nelle università statali è negativo almeno dal 2010 in avanti. In dieci anni l'università italiana ha perso quasi 12mila docenti. "La leggera ripresa del reclutamento non porta a una riduzione del precariato" osserva Barbara Grüning, ricercatrice che ha curato il rapporto FLC CGIL presentato oggi. "Se aumentano gli studenti e i progetti di ricerca, ma non crescono proporzionalmente il numero di strutturati le università saranno sempre costrette a mettere delle toppe con docenti a contratto".

La sproporzione poi è tra atenei del Nord e del Sud, "dove registriamo un aumento del precariato informale: ci sono casi in cui si è arrivati a volontari di laboratorio, un assurdo".  Il Dossier ricorda che il rapporto docenti-studenti in Italia è di uno a 20 (considerando anche i docenti precari a contratto), mentre la media Ocse risulta 16. Non solo, rileva la FLC CGIL: l'emergenza è anche sul diritto allo studio. Nel 2017-18 solo il 34,5% degli studenti idonei ad ottenere un posto letto ne ha beneficiato. Il costo dell'alloggio incide per il 38% delle spese totali sostenute da oltre 570mila fuorisede. In Italia, poi, solo l'11% degli studenti iscritti beneficia di una borsa di studio contro il 25% in germania, il 30% in Spagna, il 40% in Francia e l'80% nei paesi scandinavi. Sono oltre 7.500 gli studenti rimasti esclusi dall'assegnazione di una borsa di studio nell'ultimo anno  pur avendone diritto.