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Unità: Scuola: libri elettronici, perché no?

Solo fornendo le stesse garanzie del cartaceo l’e-book potrà avere possibilità di affiancalo come strumento culturale a tutti gli effetti

15/08/2008
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l'Unità

Marina Boscaino e

Marco Guastavigna *

La manovra finanziaria prevede, tra i provvedimenti destinati alla scuola, l’adozione di libri di testo su supporto digitale. Subito si è riaperta la tradizionale divaricazione tra "integrati" e "apocalittici": entusiasti sostenitori i primi; demonizzatori inflessibili ed ideologici gli altri. Entrambe le posizioni, è bene dirlo, non aiutano a comprendere il problema e individuare in maniera oggettiva limiti e possibilità dell’opzione. Intanto il mercato si è attivato per sondare le concrete opportunità presentate dall’innovazione; contemporaneamente, la società scientifica si interroga sugli aspetti più squisitamente filosofico-culturali del problema. A Rimini qualche giorno fa si è tenuto il primo BookCamp - "non convegno in progress" - in cui gruppi di lavoro differenti e in movimento si sono confrontati su e-book, editoria digitale e dintorni, inaugurando anche un BookCamp Social Network, finalizzato a proseguire ragionamenti ed elaborazione. Va detto che il limite principale dell’iniziativa è stata la presenza pressante di alcune case editrici orientate - con risultati non sempre convincenti - verso il mercato dell’editoria digitale, scolastica e non. Sono emerse però alcune riflessioni interessanti, sulle quali i docenti dovranno certamente interrogarsi.

Il vantaggio più evidente dell’e-book è la sua dinamicità, rispetto all’inerzia del libro cartaceo. Per definizione è facilmente aggiornabile: basterà che il lettore sostituisca il file meno recente con la nuova versione proposta dall’editore. Inoltre consente di gestire in modo ipertestuale eventuali rimandi culturali. Il limite è la riduzione delle pagine a flusso continuo di schermate: l’oggetto-libro non è visibile né sfogliabile, azioni con valenza cognitiva e orientativa essenziale, a cui siamo stati abituati dalla forma cartacea rilegata, materiale e dai confini fisici netti. Queste sommarie osservazioni rendebbero auspicabile l’affiancamento - in alcune condizioni e situazioni - della pubblicazione digitale a quella cartacea. Non quindi contrapposizione tra (presunti) diversi paradigmi di lettura e fruizione culturale; piuttosto integrazione tra "vecchio" e "nuovo": l’unico modello politico, culturale ed editoriale sensato e autenticamente democratico, perché non implica alcun tipo di rinuncia. Tale sinergia presupporrebbe un Lettore particolarmente competente, con piena coscienza e pieno controllo delle proprie esigenze di crescita culturale e abitudini di lettura, sul piano cognitivo ed ergonomico. Perché tanti condizionali? Innanzitutto la maggior parte dei prodotti dell’attuale mercato dell’editoria digitale non scioglie le riserve sulla piena credibilità culturale dell’operazione. In secondo luogo, gli insegnanti italiani - nel momento in cui adottano un libro di testo - esprimono sufficiente emancipazione e consapevolezza? Un libro - anche e soprattutto un libro di testo - rappresenta una "visione del mondo"; può significare (e per lo più significa, se scelto con consapevolezza) una procedura di approccio specifica alle discipline; un accordo sul modo di coadiuvare l’azione in classe con lo studio a casa, attraverso una matrice comune. Volontà di discutere e aggiornarsi, di mettere in crisi paradigmi di partenza da parte degli insegnanti e "deperibilità" di un libro di testo tradizionale sono elementi correlati: definiscono la non sempre diffusa necessità di discutere ed interpretare in maniera problematica e variata (anche negli strumenti) la funzione docente. Infine, un testo scolastico può significare anche una scelta politica: si pensi all’importanza che ebbe ai tempi della Moratti l’offerta di libri informati alle Indicazioni Nazionali (non prescrittive, ma comunque accolte dalla maggior parte delle case editrici), che mutavano la scansione dei programmi o espungevano - dal dibattito tra creazionismo ed evoluzionismo - Darwin.

C’è poi un altro problema, che investe il sistema-scuola nella sua interezza: nel momento in cui si imbatte con la più tradizionale delle istituzioni - la scuola, appunto - è l’intero universo della tecnologia a venire a contatto con una serie di pregiudizi. A cominciare dall’aggettivo "nuove", che si antepone ancora alla parola tecnologie, a dispetto dello scorrere dei decenni e della esponenziale crescita delle possibilità che le "nuove tecnologie" esprimono. Sarebbe dunque l’ora di abbandonare una visione antiquaria della realtà e collocarsi in una posizione più consona alla società globale e al flusso dinamico dei media ai tempi della rete. Anche nella scuola. Forse, soprattutto nella scuola. Senza, viceversa, diventare jihadisti acritici di un concetto di modernità che non sempre si connota di aspetti culturalmente validi. Ma mantenendo una posizione di consapevole e vigile osservazione dei fenomeni, selezionando senza dogmatismi e usufruendo senza coercizioni ideologiche di opportunità che rafforzano - è bene sottolinearlo - soprattutto l’ambito della democrazia e dell’inclusione. Il libro cartaceo viene tuttora percepito automaticamente come oggetto culturale, l’e-book come oggetto tecnologico. È altrettanto inutile ignorare che la tecnologia - nuova o vecchia che sia - viene considerata una sottodimensione della cultura, statutariamente, ontologicamente diversa e sottomessa a quella. Ragioni di carattere storico-culturale, economico, ma anche etico ostacolano una omologazione di fatto tra le due dimensioni: all’oggetto libro, alla tradizione-traduzione - immobilizzata nella scrittura, a sua volta immobilizzata nella pagina di carta - si affida un valore simbolico il cui portato è innegabile e di presa fortissima. L’oggetto-libro è contemporaneamente la concretizzazione simbolica della riproducibilità e dell’immobilità di un sistema di valori - la cultura - che di esso e della sua funzione simbolica hanno intrinsecamente bisogno per essere consacrati. La dimensione tecnologica (quale quella incorporata nell’oggetto-libro, validato dalla "tradizione" nella sua determinazione culturale) viene percepita come "tecnicale", e allontana ulteriormente la tecnologia dal proprio valore culturale. La "contaminazione" tra i due ambiti, paradossalmente, aumenta il gap tra ciò che è culturale (e dunque alto) e ciò che è tecnologico (dunque tecnico e basso). In un contesto così delicato e in una battaglia controcorrente, dunque, è necessario sollevare senza indulgere ad esigenze di mercato - né a istanze demagogiche, facendo riferimento all’annoso problema del caro-libri - la questione della credibilità culturale dell’operazione. Perché se il costo dei libri è una problematica urgente, altrettanto importante è non immolare ad una rozza logica di mercato la qualità, abbassando ancora livello e autorevolezza dei contenuti. Solo fornendo le stesse garanzie del cartaceo l’e-book potrà avere possibilità di affiancalo come strumento culturale a tutti gli effetti: l’opzione, per quelle che abbiamo cercato di individuare e per molte altre ragioni, è interessante. Al momento, però, non pare che le case editrici coinvolte stiano puntando in maniera prioritaria a vincere la sfida sul piano della autorevolezza culturale dei prodotti.

*docente di scuola superiore,

esperto di tecnologie nella didattica