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“Una Brexit preventiva”: in Italia il primo sciopero della storia del British Council

Diciannove dipendenti delle sedi di Milano, Roma e Napoli hanno ricevuto una lettera di licenziamento. Motivo: ristrutturazione aziendale e taglio dei costi. Ma c’è chi ci vede un ridimensionamento dovuto anche all’uscita del Regno Unito dall’Ue

20/03/2019
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Linkiesta

È il primo sciopero della storia del British Council, lo storico ente britannico che dal 1934 promuove l’insegnamento della lingua inglese in più di cento Paesi al mondo. Una «Brexit preventiva», accusano i sindacati, dopo che 19 dipendenti delle sedi di Milano, Roma e Napoli a fine febbraio hanno ricevuto una lettera di licenziamento. Motivo: ristrutturazione aziendale ed esuberi strutturali. Ma c’è chi ci vede anche un ridimensionamento del centro, legato al divorzio del Regno Unito dall’Ue. Così, mentre la trattativa con i sindacati è in corso – senza troppi passi in avanti – funzionari e insegnanti per il 20 marzo hanno proclamato la prima giornata di sciopero, che sarà seguita poi da altre due giornate di agitazione i prossimi 28 marzo e 6 aprile. Termine ultimo prima che, in caso di “no deal” con i sindacati, la crisi si sposti sul tavolo del ministero del Lavoro.

Diversi insegnanti prenderanno parte allo sciopero, e molte ore di lezione saranno saltate. L’ente, che in Italia impiega circa 173 dipendenti (di cui una cinquantina a termine, più altri 20 collaboratori) con una partecipazione di circa 10mila studenti l’anno, a novembre 2018 ha comunicato per la prima volta alle parti sociali una situazione di crisi. Con un calo degli iscritti ai corsi, soprattutto nella città di Roma. In un mercato come quello delle lezioni di inglese in cui l’offerta e la concorrenza sono sempre più ampie, dal 2015 a oggi il British Council ha perso circa 800mila euro di ricavi. Da qui la decisione di tagliare posti di lavoro in alcuni reparti delle sedi italiane, per assumere 11 nuove figure specializzate nel marketing e nella promozione dei corsi. La procedura di licenziamento collettivo è stata aperta per nove lavoratori a Milano, sei a Roma e tre a Napoli, tutti dirigenti e coordinatori degli insegnanti.

L’ente ha già avuto tre incontri con i sindacati, ma il percorso per un’intesa è ancora lungo. Il British Council ha fatto delle proposte economiche di incentivo all’esodo e accompagnamento alla pensione, che però le sigle hanno ritenuto non soddisfacenti. I sindacati (che con l’azienda stavano discutendo il rinnovo del contratto scaduto da diversi anni) dal canto loro puntano ai “licenziamenti zero” e a una soluzione interna. «L’obiettivo è che si possano trovare le nuove figure che l’ente cerca attraverso forme di recruiting interno, con una ricollocazione del personale in altre mansioni, come è previsto dal contratto aziendale», spiega Giusto Scozzaro, responsabile settori privati della conoscenza della Flc Cgil.

Ma, mentre si avvicina il 29 marzo, dietro i licenziamenti si agita anche lo spettro della Brexit. «Le azioni adottate finora sono tutte nell’ottica di un ridimensionamento delle attività e degli investimenti. Una “Brexit preventiva”», commenta Jessica Merli, della segreteria milanese Flc Cgil. «Nel piano di riorganizzazione aziendale, emerge soprattutto una dismissione del carattere di centro culturale, che ha sempre contraddistinto il British Council». Un luogo deputato non solo ai corsi di inglese, ma anche a dibattiti e seminari. Ad esempio, spiega la sindacalista, «nel nuovo piano industriale, sparisce il resource centre, la mediateca che contiene libri, cd, dvd e stampa da prendere in prestito (8mila i prestiti a Milano lo scorso anno, ndr), comprese le persone che lo gestiscono». La preoccupazione è che, «come già avvenuto in altre parti del mondo, anche in Italia l’ente finisca per diventare solo un centro di erogazione esami per le certificazioni linguistiche, facendo poi magari correggere i test in altri Paesi come l’India».

Dal British Council respingono ogni collegamento con la Brexit. E in occasione del primo sciopero, il 20 marzo i rappresentanti dell’ente britannico incontrano per la quarta volta le parti sociali alla ricerca di una soluzione. C’è tempo fino al 6 aprile, prima che il licenziamento collettivo passi nelle mani del ministero del Lavoro. Che a sua volta avrà poi altri 30 giorni di tempo prima che i licenziamenti diventeranno effettivi. Aprendo una crisi tra Roma e Londra, proprio mentre il Regno Unito farà le valigie dal Vecchio Continente.