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Un modello ibrido per restituire la scuola ai ragazzi

Più nazioni che stanno pianificando la ripresa prevedono l’applicazione di schemi di insegnamento che alternano classi con un numero molto limitato di studenti, lezioni a distanza alternate e obbligo delle mascherine

23/08/2020
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la Repubblica

Maurizio Molinari

La pandemia di Covid 19 ha tenuto lontano dalla scuola dell’obbligo circa 1,5 miliardi di alunni in tutto il Pianeta, da giugno oltre 20 Paesi hanno iniziato a riaprire le classi e restano molti disaccordi su quali siano le modalità più efficaci per farlo. Ma per l’Italia che si accinge ad affrontare la stessa prova può essere interessante tenere conto che due metodi sembrano imporsi su tutti in più nazioni: suddividere gli studenti in ristretti gruppi di studio e obbligare l’uso della mascherina.

A causa della pandemia, tranne Taiwan, Nicaragua e Svezia, tutti i Paesi hanno sospeso le lezioni — con durate e modalità differenti — e il dato dell’Unesco su 1,5 miliardi di alunni lontani dalle classi descrive l’entità di un fenomeno che rischia di avere impatti globali negativi nel medio termine. Da qui l’urgenza di riaprire asili, elementari, medie e licei perché, come afferma un documento del Royal College britannico per la Pediatria, “stiamo mettendo in pericolo le possibilità di crescita e vita di una generazione di giovani”. C’è la necessità di riaprire, affrontando una sfida difficile perché non esistono precedenti a cui richiamarsi nè dati a sufficienza su cui basarsi.

Come l’attacco della pandemia di Covid 19 è stata un evento a sorpresa che ha obbligato i governi a ripensare difese e strutture sanitarie così la riapertura delle scuole in assenza di un vaccino espone il sistema dell’istruzione ad affrontare uno scenario inimmaginabile fino a sei mesi fa. Non a caso l’Organizzazione mondiale della sanità suggerisce agli Stati africani — con le strutture sanitarie più deboli del Pianeta — di “ponderare bene l’equilibrio fra sicurezza ed istruzione prima di decidere la riapertura delle classi”. È una prudenza che nasce da un dato di fatto. “Non esiste un’opzione sicura per riaprire le scuole” taglia corto Danielle Dooley, portavoce dell’Associazione americana dei pediatri. Basti pensare che la Vanderbilt University School of Medicine, che assiste la città di Nashville in Tennessee per un totale di 86 mila alunni, ha ammesso di aver cercato senza esito, impiegando una task force per 30 ore consecutive, “dati certi” sulla trasmissibilità del virus fra i più giovani.

Questo spiega l’importanza dei test in corso da parte dei Paesi che hanno riaperto le classi, a cominciare da Danimarca, Finlandia, Israele, Francia e Germania, per comprendere quali lezioni è possibile trarre. “I focolai di virus nelle scuole sono inevitabili — osserva Otto Helve, specialista dell’Istituto della Sanità di Helsinki — ma la buona notizia è che con alcune modifiche alla routine scolastica i benefici superano i rischi”. Per capire di cosa si tratta bisogna guardare alla Danimarca, il primo Paese europeo a riaprire, dove le scuole hanno diviso ogni singola classe in piccoli gruppi che possono riunirsi altrove in caso di emergenza. Ciò garantisce mobilità di spostamento, coesione fra gli alunni e agilità di gestione da parte degli insegnanti oltre alla possibilità di continuare comunque le lezioni. Altre modifiche possibili sono far riunire le classi il più possibile all’aperto (Danimarca), nei luoghi di preghiera (Belgio) oppure tenerle fisicamente ben separate dentro le singole scuole, senza più ricreazioni, ginnastica o momenti collettivi (Finlandia).

In Estremo Oriente invece sono le mascherine obbligatorie per gli alunni ad aver accompagnato la ripresa degli studi in Cina, Sud Corea, Giappone e Vietnam mentre in Germania ed Austria vengono imposte — per ora — solo nei corridoi e durante le ricreazioni. Ma ciò non è bastato a Berlino a scongiurare focolai di contagi in 41 scuole su 825 dentro la cinta urbana. In Francia il “modello asiatico” viene seguito con attenzione e dunque l’obbligo della mascherina scatterà alla ripresa per tutti gli alunni con più di 11 anni: anche dentro le classi. Ad avvalorare tale scelta di Parigi è anche l’esame dell’errore commesso in maggio da Israele nella riapertura delle scuole perché, non prevedendo le mascherine, ha innescato una seconda ondata di focolai nelle famiglie che ha portato il governo ad adottare nuove restrizioni a livello nazionale. “Abbiamo sbagliato a riaprire senza prevedere l’obbligo delle mascherine e senza organizzare bene la suddivisione degli alunni in piccoli gruppi” ammette Rebecca Nussbaum, insegnante di liceo a Gerusalemme, ora impegnata ad organizzare in settembre la nuova apertura.

Tali e tanti precedenti spiegano perché più nazioni impegnate a pianificare la ripresa in autunno — dagli Stati Uniti al Messico all’Afghanistan alla Gran Bretagna — prevedono l’applicazione di “modelli ibridi” di insegnamento che alternano classi con un numero di alunni molto limitato, fino a definirle “bolle”, lezioni a distanza alternate e obbligo delle mascherine. Lo Stato di New York, ad esempio, ha annunciato con il governatore Andrew Cuomo che il proprio “modello ibrido” prevederà per 1,1 milioni di alunni in circa 1800 scuole di svolgere lezioni in classe solo per tre giorni a settimana con il resto del tempo destinato ad “insegnamento a distanza” o in altri luoghi.

È una strada che diversi Stati Usa si accingono a seguire, adoperando il termine “pods” per indicare gruppi ristrettì di alunni appartenenti ad un’unica classe ma gestiti praticamente come monadi. Anche in Gran Bretagna l’intenzione è di minimizzare al massimo il contatto fra classi durante l’intero anno, separando gli alunni in “bolle protettive” che vengono considerate assai più efficaci rispetto all’obbligo di distanza sociale fra tutti gli alunni: ovvero si studierà in piccoli gruppi, suddividendo le classi più numerose.

Al termine di un dettagliato esame di quanto sta avvenendo in dozzine di Paesi in più Continenti il “Council on Foreign Relations” di New York ha pubblicato nei giorni scorsi un rapporto che elenca le misure di prevenzione applicate più frequentemente, anche se con modalità diverse: obbligo delle mascherine, controllo della temperatura, riduzione delle classi, distanza sociale fra piccoli gruppi o fra singoli, lezioni all’aperto, priorità per gli alunni disabili o disagiati.

È una fotografia imperfetta di quanto sta avvenendo attorno all’Italia sul fronte della scuola ma ci suggerisce come Paesi distanti, di culture diverse, si muovono in realtà all’interno di una cornice composta di tasselli convergenti: affidandosi ad un modello di insegnamento ibrido accomunato dalla necessità di dividere gli alunni in piccoli gruppi capaci di continuare ad operare anche in situazioni di difficoltà, senza togliersi la mascherina.


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