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Statali in pensione a 62 anni, medici e prof a 65

Un altro traguardo raggiunto venerdì notte è quello dei «quota 96», l’intricata e spinosa vicenda dei circa 4 mila lavoratori della scuola — insegnanti, ma anche collaboratori tecnici e amministrativi — che due anni fa dovevano andare in pensione.

27/07/2014
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Corriere della sera

Pensionati d’ufficio sì, «per esigenze organizzative e senza recare pregiudizio ai servizi», ma non prima dei 62 anni: è una delle principali novità inserite nel testo della riforma sulla Publica amministrazione, licenziato nella notte tra venerdì e sabato dalla commissione Affari costituzionali e atteso in Aula per la prossima settimana. Anche grazie all’eliminazione della regola del cosiddetto «trattenimento in servizio», che consente di restare a lavoro per altri due anni, i dipendenti pubblici, compresi i dirigenti, potranno essere pensionati d’obbligo, ma mai prima dei 62 anni, che diventano 65 per i medici e i professori.
La norma non si applica ai magistrati: per loro la soglia resta i 70 anni. Ma i togati, salvaguardati da una parte, vengono sfavoriti dall’altra: quanti ricoprono incarichi in uffici di diretta collaborazione con la Pa, pure se solo di consulenza giuridica, non possono più godere dell’aspettativa, devono quindi per forza andare fuori ruolo (per un massimo di dieci anni). E la norma ha, per così dire, valore retroattivo: da settembre, quando entrerà in vigore il decreto, il beneficio dell’aspettativa cessa per tutti. E chi vuole andare volontariamente in pensione prima dei 62 anni? Potrà farlo senza penalizzazioni, grazie ad un emendamento di Maria Luisa Gnecchi, che cancella tutte le decurtazioni economiche previste dalla legge Fornero e soprattutto elimina la dizione di «prestazione effettiva di lavoro»: ovvero, per maturare i 41 anni e sei mesi di anzianità (per le donne) e 42 anni e sei mesi (per gli uomini), necessari per la pensione di anzianità, si potrà tenere conto di tutto l’arco di vita lavorativa, compresi i giorni di sciopero, congedo matrimoniale, maternità facoltativa, e così via.
Un altro traguardo raggiunto venerdì notte è quello dei «quota 96», l’intricata e spinosa vicenda dei circa 4 mila lavoratori della scuola — insegnanti, ma anche collaboratori tecnici e amministrativi — che due anni fa dovevano andare in pensione. Ma che, per quello che è stato riconosciuto come un errore nella norma, sono rimasti incastrati nelle maglie lavorative, bloccati nelle aule dalla riforma Fornero che cambiava in corsa i requisiti per la pensione. Adesso, dopo un passaggio che sembra scontato in commissione Bilancio e una veloce approvazione al Senato, non appena il decreto sulla Pa sarà diventato legge — si stima entro l’8, 9 agosto — potranno richiedere di andare in pensione dal primo settembre. Non avranno però subito diritto al Tfr, che arriverà solo tra due anni: la liquidazione sarà infatti rinviata al momento in cui avrebbero dovuto andare in pensione secondo i criteri Fornero. E la somma sarà ricevuta non per intero, ma a rate, scansionate in base al reddito. Ma non perderanno neanche un giorno di lavoro: come per gli altri lavoratori pubblici, il calcolo dell’ammontare dell’assegno avverrà con criteri misti. E cioè: per il lavoro svolto fino al 31-12-92 si terrà conto dell’ultima busta paga, quella di agosto 2014; per quello svolto fino al 31-12-2011 varrà la retribuzione media; per gli ultimi due anni e otto mesi di lavoro si terrà conto della contribuzione versata. «È stato un grande successo, a cui stiamo lavorando da 31 mesi — dice Manuela Ghizzoni, pd — viene risolta un’ingiustizia». Il provvedimento non varrà solo per i quota 96, ma anche per un centinaio di insegnanti che avevano deciso di usufruire dell’opzione «donna» per poter andare in pensione prima, ma utilizzando il calcolo contributivo della pensione, e quindi rinunciando al retributivo (più vantaggioso). Ora ci sarà una rivalutazione della loro pensione (circa il 30%, 2-300 euro) per evitare che siano penalizzate economicamente rispetto ai colleghi.
Valentina Santarpia