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Solo sei assegnisti su cento resteranno in università

La nona indagine dell'Adi mostra la faccia povera dei ricercatori italiani: il 27 per cento ha conosciuto la disoccupazione, il 63 per cento rimanda un progetto di famiglia, un terzo non ha accesso a un finanziamento e al mutuo. "Investire quanto il resto d'Europa"

17/10/2020
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la Repubblica

Corrado Zunino

C'è un mondo di ricercatori poveri, di assegnisti sfruttati. E l'Associazione dottorandi e dottori di ricercal'ha rappresentato nella sua IX indagine sul dottorato e i cosiddetti post-doc dell'università italiana, presentata ieri al Senato. Dice l'indagine che il 27 per cento dei ricercatori ha conosciuto un periodo di disoccupazione alla scadenza dell'assegno di ricerca o del dottorato. Questa percentuale supera il 33 per cento nelle aree  di Scienze matematiche e informatiche, nelle Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche, nelle Scienze giuridiche. L'aliquota dei "senza lavoro" a intermittenza è pari al 23 per cento nel Nord Italia, al 31 per cento al Centro ed è del 35 per cento al Sud e nelle Isole.

Nel 55 per cento dei casi, dice ancora il lavoro, i periodi di disoccupazione superano i sei mesi: "Le misure di welfare previste per la categoria", ovvero l'indennità di disoccupazione Dis-Coll, sono "fondamentali ma per nulla sufficienti dal momento che non prevedono alcun tipo di supporto oltre i sei mesi". Un assegno di ricerca dura in media 1,3 anni, il periodo in cui si resta senza lavoro - si è qui rilevato - spesso più di un anno. Un terzo degli assegnisti non può ottenere mutuo né aprire un finanziamento a rate: precario e malpagato, certificano banche e finanziarie.


I ritmi lavorativi dei ricercatori assegnisti sono sufficientemente elevati: il 53 per cento dichiara di avere un impegno per più di 40 ore settimanali e il 77 per cento aggiunge un'attività di docenza a titolo gratuito. Questi aspetti professionali influenzano profondamente le scelte di vita dei ricercatori: il 67 per cento tra coloro che si è detto intenzionato ad avere figli dichiara di aver sospeso il progetto in attesa di condizioni di vita più stabili. Il 25 per cento ha figli e più della metà un partner occupato in un lavoro dipendente. "Questa condizione è influenzata dalle scarse misure di welfare familiare previste dal datore di lavoro-Università", si legge. Solo il 14 per cento degli intervistati dichiara che il proprio ateneo offre servizi come l'asilo. Il congedo obbligatorio è ampiamente utilizzato, quello facoltativo in molti casi (38 per cento) non viene impiegato per ragioni economiche o per la paura di conseguenze sul posto di lavoro. Sei assegnisti su cento raccontano di subire pressioni per lavorare nel fine settimana, dieci su cento di avere le stesse pressioni per rinunciare alle ferie.
 
Dopo tutte queste difficoltà, una quota elevata di questi operai dello studio post-universitario è destinato a lasciare il mondo accademico. Negli ultimi quattro anni i ricercatori di tipo Rtd-B sono stati in media 860 ogni anno, e gli assegnisti al momento sono 13.600: solo il 6,3 per cento, si comprende, continuerà la carriera universitaria.  

Il questionario proposto da Adi ha avuto una copertura del 15 per cento degli assegnisti presenti in Italia: l'età media del campione è di 34 anni ed è composto per il 57 per cento da donne, per il 42 per cento da uomini e per l'1 per cento da chi ha indicato un altro genere o ha preferito non specificarlo.


"I nostri dati", è la conclusione dei dottorandi e dottori Adi, affidata al segretario nazionale Matteo Piolatto, "svelano un mondo sconosciuto ai più e, sicuramente, a molti politici. Se conosci questa realtà, traboccante di storie di povertà, di promesse non mantenute e di rinunce personali, non puoi tollerarne l'esistenza: l'assegno di ricerca va abolito e superato con una radicale riforma del preruolo". L'Adi propone un unico contratto di ricercatore e ingenti finanziamenti pubblici, "almeno pari a quelli concessi al mondo dell'università e della ricerca dai nostri partner europei".