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Sinopoli (FLC CGIL): tutti i bonus della legge 107/15 nello stipendio (INTERVISTA)

Basta con la scuola selettiva e competitiva; rilanciare l’opera del sindacato, anche grazie alle prossime elezioni Rsu.

09/11/2017
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La Tecnica della Scuola

Alessandro Giuliani

Collocare sul tabellare dello stipendio del personale scolastico tutti i soldi mal spesi con i vari bonus della Legge 107/15; basta con la scuola selettiva e competitiva; rilanciare l’opera del sindacato, anche grazie alle prossime elezioni Rsu.

A rivelare alla Tecnica della Scuola il programma di lavoro dei prossimi mesi della FLC CGIL è Francesco Sinopoli, 42 anni, calabrese, laurea e dottorato in Giurisprudenza a Bologna, esperto di lavoro precario-atipico: da 11 mesi è a capo, contro i pronostici, del primo sindacato scolastico italiano.

Sinopoli, partiamo dall’argomento di questi giorni: il rinnovo del contratto. Tra poche ore siete finalmente convocati dalla parte pubblica per il primo incontro, poi il 13 novembre la trattativa entrerà nel vivo. Cosa chiederete?

Prima di tutto che le prerogative contrattuali tornino ad avere il peso specifico che meritano. Senza più interventi autoritari e invasisi dall’alto, come è accaduto negli ultimi anni, prima con la Legge Gelmini 133 del 2008, poi la Brunetta, il decreto legislativo 150 dell’anno successivo, fino all’incredibile approvazione della 107 del 2015, contro cui pochi mesi prima aveva scioperato l’80% del personale.

Per sugli aumenti stipendiali non sembrano esserci buone nuove. Siamo fermi agli 85 euro di un anno fa. Ritiene che ci sia un modo per aumentare quella cifra, peraltro pure lorda e forse nemmeno assegnabile a tutto il personale?

Innanzitutto gli 85 euro vanno messi tutti sul tabellare, perché ha ripercussioni dirette sull’assegno pensionistico. Vogliamo poi riportare nel cedolino dello stipendio, ovviamente sempre nella parte tabellare, i tanti finanziamenti inutili inclusi della Legge 107/15, ad iniziare dal bonus merito e da quello da 500 euro annui della formazione. Se il ministro dice che bisogna valorizzare la figura dell’insegnante, si riparta dalla Legge di Bilancio con risorse aggiuntive.

Perché il Governo dovrebbe investire più soldi nella scuola?

Perché è suo dovere fare in modo che chi ogni giorno si cura della crescita culturale dei giovani italiani venga ricompensato con stipendi adeguati all’estrema importanza del suo lavoro. Ma non bastano più le parole.

Quest’anno cade il 50enario della morte di don Milani: perché è ancora attuale il suo insegnamento?

Perché mai come oggi la scuola è chiamata di nuovo a colmare i divari. Perchè siamo tornati a vivere le differenze del post-guerra. Perché i nostri giovani hanno estremo bisogno di figure di riferimento di alto spessore.

E i governanti?

Anche loro. Purtroppo abbiamo ancora un estabilment economico che pensa che la scuola debba formare cittadini funzionali al lavoro: la competizione tra le strutture lavorative è sbagliata. Si cerca di inculcare l’idea che la presunta selezione delle eccellenze porterebbe al superamento delle disuguaglianze. Si deve ripartire, invece, dalla missione della scuola: è quella che deve tornare a svolgere.

Come si può fare per uscire dal tunnel?

Per la scuola ci vuole un progetto nazionale, riconquistando una vera autonomia. Non, di certo, con i Collegi dei docenti da 200 persone.

E il sindacato può avere un ruolo importante in questo mutamento?

Certamente. Perché rappresenta un punto fermo, non solo a tutela dei lavoratori ma di un intero sistema sociale.

Qual è il suo modello ideale di sindacalista?

Rimango fedele alla lezione di Bruno Trentin, che ha operato per costruire un progetto di rappresentanza dei lavoratori e creare nuovi assetti. Ma non si tratta di sostituirsi alla politica.

In tanti pensano che lo sciopero sia un’arma sempre ormai spuntata, perché molti sindacati, tra cui quello da lei guidato, spesso confondono l’azione pro-lavoratori con quella politica. È d’accordo?

Certamente, lo sciopero generale ha sempre una valenza politica. Ma quando è necessario si deve fare quel tipo di battaglia, a costo di sconfinare. Perché il sindacato si occupa di problemi nel suo complesso, nel mondo del lavoro. Ma non si sostituisce ai partiti, ma ha un suo punto di vista.

Nel prossimo mese di marzo, forse aprile, si tornerà a votare nelle scuole per eleggere le Rsu: nella scuola l’ultima volta, tre anni fa, ha votato circa il 90% del personale. Che significato ha questa percentuale altissima?

Significa che le Rsu costituiscono, tra i lavoratori, un momento di rappresenta straordinario. Se abbiamo difeso la contrattazione, se vogliamo davvero rilanciarla, servono dei rappresentanti da eleggere che rispondano ai bisogni della scuola e di chi vi opera. Il sindacato si costruisce giorno per giorno sul posto di lavoro, nasce dal basso: per questo credo nelle Rsu.

Non tutti la pensano in questo modo: di recente, il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, ha detto che se il M5S andrà al governo, spazzerà via la parte nera del sindacato, a meno che questo non si autoriformi.

Io dico solo che il sindacato ha un ruolo fondamentale nella società. Se non altro perché occorre riaprire una discussione pubblica da riaprire sul valore del lavoro e sui salari. Proprio perché il lavoro deve essere stabile e consentire uno spazio di realizzazione delle persone. Ma negli ultimi lustri siamo andati nella situazione opposta. Ecco, perché c’è bisogno del sindacato.

Però c’è una certa disaffezione nei vostri confronti…

Quando si tolgono gli strumenti per contrattare, diventa dura. Per questo motivo bisogna intervenire e ridare ai rappresentanti dei lavoratori la dignità di espressione e di manovra, indispensabile, per lavorare al meglio in loro difesa.