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“Sfruttati per anni e ora senza lavoro” Ricerca, la rabbia dei mille precari

Università, il caso degli assegnisti in scadenza: “Finiremo tutti a casa entro il 2018” Solidarietà dal web allo storico che ha lasciato l’ateneo per vendere autoricambi

13/07/2017
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la Repubblica

Ilaria Venturi

Chi rivede, con rammarico, la storia della propria vita e dei suoi amici di università. Chi reagisce con ironia («almeno ora guadagnerà più di un ricercatore»), chi con amarezza: «Ecco il nostro futuro: un’autofficina! ».

È una valanga di commenti quella che si è scatenata intorno alla lettera, pubblicata ieri su Repubblica, di Massimo Piermattei, storico dell’Integrazione europea che ha detto addio alla ricerca e per vivere si è messo a vendere ricambi d’auto. Un pezzo d’Italia si riconosce nel suo sfogo: sono i cervelli precari costretti a emigrare o a gettare la spugna. Una storia emblematica che scoperchia un’altra emergenza che le università italiane stanno vivendo: quella degli assegnisti di ricerca in scadenza. Almeno un migliaio, stima la rete dei ricercatori precari, di giovani tra i 35 e i 40 anni che lavorano da un decennio negli atenei su progetti nazionali ed europei e che rischiano di andare a casa nei prossimi due anni. L’inghippo sta nella legge Gelmini che li ha messi “a termine” nel 2011: contratti di ricerca solo per quattro anni, poi prorogati a sei nel 2015. E ora tanti stanno arrivando al capolinea: 440, su 13.623 assegnisti di ricerca, scadono entro dicembre, conta il Miur. Tra questi, 54 a Bologna, 48 al politecnico di Milano, una ventina a Firenze, Verona e alla Sapienza. E sono solo i primi. «Il peggio sarà nel 2018, se non si sblocca qualcosa», osserva Joselle Dagnes, sociologa che fa ricerca a Torino con borse di pochi mesi, dopo quattro anni di assegno. Pochi potranno aspirare all’ingresso in università come ricercatori a tempo determinato di tipo A o B. L’imbuto rimane stretto, nonostante il piano straordinario del 2016 da mille posti. E nella stessa situazione sono gli enti di ricerca. «Il 90% di noi non avrà speranza, siamo considerati vuoti a perdere mentre siamo quelli che teniamo in piedi il sistema della ricerca», sintetizza Mauro Roncarelli, 39 anni, astrofisico bolognese che lavora a due progetti dell’Agenzia spaziale europea per il lancio di due satelliti nel 2020 e 2028. Ma il suo contratto scade tra un anno. Da Bologna è partita la rivolta perché sono 200 gli assegnisti in scadenza da qui al 2018. Le università hanno le mani legate, i sindacati reclamano 20mila posti di ruolo in cinque anni. «Il reclutamento dei ricercatori è uno dei punti urgenti - dichiara il rettore di Bologna Francesco Ubertini - Noi abbiamo definito una programmazione triennale per i dipartimenti e assunto 93 ricercatori di tipo A e 100 di tipo B. Un risultato ottimo, ma non sufficiente in assenza di un piano nazionale. L’anno scorso c’è stato un reclutamento straordinario, ma perché gli effetti possano essere di una certa entità è necessario che tali interventi siano pluriennali. Un aiuto potrebbe arrivare dalla premialità dei dipartimenti eccellenti».