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Sempre meno iscritti, questa università più piccola e povera

Cresce il divario tra atenei che possono e che non possono. Ma anche tra studenti in condizione di frequentarli e quelli tagliati fuori. In questo modo è a rischio l’Italia del futuro

30/09/2011
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l'Unità

Fausto Raciti - Federico Nastasi

L’università è una delle vittime designate della politica di risanamento e del dibattito che attorno ad essa si è aperto. Dibattito in cui tutte le vacche rischiano di essere nere. Non significa che l’università di oggi sia all’altezza del compito, ma nessuno ci venga a raccontare che una politica di costante e implacabile riduzione delle risorse servirà a eliminare gli sprechi e a renderla più equa ed efficiente. Al contrario, stiamo misurando l’allargarsi del divario tra università che possono e che non possono e, soprattutto, tra studenti in condizione di frequentarla e studenti tagliati fuori dai percorsi formativi. Secondo i dati Almalaurea dal 2006 a oggi sono crollate le matricole (-9,2%) con un record al Sud dove il calo ha toccato il 19,6%. La foto di una generazione che, rinunciando agli studi, priva il Paese di risorse sui cui costruire l’Italia che verrà. A questo quesito la risposta del Fondo per il merito risulta inutile, quale merito se alla gara non tutti possono partecipare? La riduzione del FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario), finalmente denunciata anche dalla CRUI, ripropone la questione delle spese di funzionamento degli atenei e distanzia ulteriormente il nord dal centrosud. Le misure sui dottorati di ricerca, con i tagli profondi (L.133/2008) e i nuovi indirizzi (L.240), mettono a rischio la mobilità territoriale, una delle misure che ha permesso la libera diffusione delle idee e della ricerca in un Paese sempre a rischio di spezzarsi. Il drammapiù pesante riguarda forse la compressione dell’autonomia degli atenei, ben evidente nelle riforme dell’offerta formativa, col Ministro che sembra quel comandante della nave che anziché dare la rotta legge il menù di bordo: i corsi di laurea e le scuole per esistere devono solo rispondere a ferrei criteri, caselle da riempire, docenti titolari di cattedra per la natura del loro contratto e non per le loro capacità, corsi di studio accorpati per far tornare i conti. Un’università più piccola, più povera e svilita da una pesantissima burocrazia. A questo contesto vanno sommati gli anni e i soldi da destinare a master, tirocini e praticantati per accedere a un mondo del lavoro tutt’altro che ospitale. Il risultato è l’apartheid non solo generazionale, ma fondata su puri criteri di reddito. Sta ribollendo rabbia nei luoghi di vita della nostra generazione. Il difficile è che per ottenere qualche cambiamento ci servirà molta politica. La tenaglia da rompere è quella tra due alternative secche e indigeribili: una è quella offerta dal governo e dauna parte dei circuiti culturali forti e conformisti, che prevede tagli indiscriminati nel tentativo di assecondare «nel nome dei giovani» i diktat della BCE , organismo dalle passioni epistolari non assoggettate ad alcun controllo democratico; l’altra è l’offerta pericolosa di una valvola di sfogo ribellistica limitata all’espressione dello scontento. La nostra generazione, se vuole un welfare in futuro e un vivibile presente, non ha bisogno né dell’una né dell’altra,ma di riscoprire la dimensione europea sia in termini di lotta sia in termini di proposta politica. L’Europa non come vincolo esterno,ma come possibilità di curare il male provocato dalla finanziarizzazione dell’economia e non solo i suoi sintomi. L’Europa non come difesa dell’esistente ma come spazio da ripensare. Ci vorrà tempo, lo sappiamo bene. Nel frattempo ci accontenteremmo che i contribuenti più ricchi del Paese, insieme ai tanti ricchi che contribuenti non sono perché evadono, si mettessero una mano sulla coscienza e l’altra nel portafogli e, attraverso una doverosa riforma del fisco, mettessero una parte dei loro redditi a disposizione del salvataggio dell’università e della ricerca e quindi del nostro Paese. * Segretario naz. Giovani Democratici ** Coordinatore Rete Universit. Naz 


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