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Se prof e studenti si ritrovano davanti a scuola

La protesta congiunta contro la DAD

18/11/2020
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La Stampa

Michela Marzano

«Insegnando imparavo molte cose. Per esempio, ho imparato che degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l'avarizia». Era il 1967 quando don Milani pubblicò "Lettera a una professoressa" pochi mesi prima che il priore di Barbiana morisse circondato dall'amore di quegli studenti che, come lui stesso ammetterà nel testamento, amò forse più di Dio, «ma ho la speranza che Lui non stia attento a queste sottigliezze». Da allora sono passati più di cinquant'anni, e l'esperienza educativa di don Milani ha senz'altro avuto un impatto fortissimo sull'innovazione della didattica. Mai come oggi, però, c'è bisogno di ricordare e meditare queste parole così autentiche, così giuste, così vere. Perché la scuola non è solo lo strumento attraverso il quale si possono (e si devono) trasmettere sapere e competenze.

La scuola è anche, e forse soprattutto, uno spazio di inclusione e di vita: il luogo in cui nascono legami e affetti, in cui si sviluppa la fantasia e in cui le emozioni si incarnano, in cui l'"io" incontra davvero il "tu" e si capisce, forse per la prima volta, il significato di una parola piccola piccola, ma essenziale: "con". È "con" gli altri che ci si costruisce, si progetta, si sogna, si impara, si sbaglia, si cade, ci si rialza. È "con" gli altri che si ama, se non si vuole scivolare nella trappola dell'«io ti amo e quindi tu mi appartieni», perché è sempre grazie all'«io amo con te» che si diventa grandi e si capisce il significato che hanno concetti solo apparentemente contraddittori come l'autonomia e la dipendenza. Visto che non c'è autonomia possibile se non si accetta anche la necessaria dipendenza in cui ci getta inesorabilmente ogni legame – che senso avrebbe d'altronde una relazione se non si dipendesse almeno in parte dai gesti, dagli sguardi, dalle parole e dai sorrisi della persona che si ama? Anche se poi questa dipendenza non è totale – e non è quindi pericolosa – solo a partire dal momento in cui si è consapevoli della propria dignità e si costruisce quel 

nocciolo duro di autonomia personale che ci aiuterà poi a progettare la nostra vita sulla base dei nostri valori fondamentali.

La scuola è un luogo fisico di incontro, di trasformazione umana, di grandi e piccole esperienze quotidiane di cui nessuno può fare a meno. Ce lo stanno mostrando tanti ragazzi e tante ragazze che hanno seguito l'esempio di Anita e che hanno portato i banchi sui marciapiedi o in piazza davanti alle scuole. Ma lo stanno anche segnalando e spiegando tutti quei professori e quelle professoresse che hanno cominciato a fare lezione all'aperto, consapevoli anche loro che la didattica, per essere efficace, deve per forza essere incarnata, e che è solamente grazie all'essere insieme che i ragazzi e le ragazze rispondono agli stimoli, e imparano non soltanto a dialogare e interagire, ma anche ad ascoltarsi, vivendo la scuola come un momento di socialità oltre che di apprendimento. Questa volta, studenti e insegnanti sono solidali: nessuna frattura, nessuna contrapposizione, nessuna querelle. Anche per evitare, come ha mostrato una recentissima inchiesta di Save the Children, che si approfondisca sempre di più il divario tra femmine e maschi e che, entro la fine dell'anno, ci si ritrovi con un milione e 140.000 ragazze tra i 15 e 29 anni in condizione di non studiare, non lavorare e non essere inserite in nessun percorso formativo.

In queste ultime settimane, la scuola è diventata un luogo di intesa tra docenti e giovani; rappresenta la loro battaglia comune. Uno spazio che non si può cancellare, senza cancellare al tempo stesso il senso stesso della scuola. «I care», «mi sta a cuore», come diceva sempre don Milani. Lasciando il «me ne frego» fascista a chi, dei legami e delle relazioni importa poco, anche se è a causa dell'avarizia del «sortirne da soli» che prosperano la violenza, l'indifferenza e l'assenza di solidarietà. —