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Se dà senso alla vita la scuola non è finita

Roberto Vecchioni

20/11/2010
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Attenzione, questo non è il solito pezzo, pezzetto o ciuffo, ciuffetto e ciuffettino sui ragazzi e quanto son belli quando sfilano in centro e chiedono quel che non hanno e a volte nemmeno sanno cos’è; questa non è la ripetizione ciclica e infinita di uno scontento né, come asserisce qualche ministro, di una finzione scenica, di una buffonata isterica, di un trovar colpe perché non si hanno ragioni. Questa è rabbia, indignazione, voglia di piangere, questa è smettila di giocare a nasconderti e far finta di niente, signora Italia che non hai saputo e non sai insegnare ai tuoi figli cos’è la cultura, cos’è il futuro.
E allora oggi mi guardo indietro: ho vissuto (sprecato) quarant’anni d’insegnamento per farmi irridere, sbeffeggiare, abbattere su valori che contano l’attimo di una cicala accecata nel meriggio?
Non c’è, non esiste, non ci sarà mai in una civiltà che voglia chiamarsi tale, niente di più grande, alto, invalicabile dell’educazione.
Gli uomini possono morire e la sanità è una gran bella cosa. Ma più di tanto non si può. Gli uomini possono invecchiare. E la pensione è una grande cosa. Ma più di tanto non si può. E devono, possono lavorare: ma non si parte da zero; è la cultura che dà diritto e un senso al lavoro.
Cos’è la cultura? Santo Iddio è quel che dà un senso a quel che facciamo.
Il primo grande fondamento che ci dobbiamo mettere in testa noi insegnanti, noi educatori, noi genitori è quello di dare un senso, non immagini, grafici, guadagni, interessi, poteri, successi ma senso, significato ascritto del dolore che proviamo, della felicità che ci viene a meno e del perché.
In questa baraonda infinita che è la scuola italiana (e chi non l’ha vissuta non sa quanto) mischiamo programmi inutili e professori tristi, regole invalicabili e terrori professionali, menefreghismi difensivi e fughe, compromessi, spaventi. Ma soprattutto tensioni al giudizio, al poter essere per un attimo nella vita, noi insegnanti, gli uomini del destino, perché nella vita e nella famiglia non lo siamo, perché la legge è legge, e poi, come nel bellissimo film di Jalongo, c’è la partita e non possiamo perdere tempo.
Ho visto La scuola è finita. L’ho trovato vero, arido, tremendo, ma vero.
La scuola è finita è uno dei più bei film che siano usciti in questi anni. Scrivo con rabbia, dispiacere e orgoglio, perché so che sarà ritirato da quasi tutte le parti, perché non fa cassetta, perché fa male, perché non è in linea.
Da quel che ho letto sulle recensioni, io che a scuola ci sono da quarant’anni, mi par d’aver capito che come al solito quel che fa male va escluso. Fa male La scuola è finita?, non credo. È La scuola è finita un’immagine della scuola d’oggi? Non credo nemmeno a questo. Non tutte le scuole sono così, è ovvio, ma il segnale, il segno, il dramma, sono evidenti ed è vero.
Perché?
Perché la colpa è larga, lontana, alta, fuori dalla gente, fuori da noi; perché la colpa è dello Stato, dell’educazione politica, dell’insicurezza sociale e personale dove l’amore comunque sia e in qualsiasi forma, dalla dolcezza di una insegnante al sogno musicale di un’insegnante perde. C’è in questo splendido film non tanto l’accusa per quel che succede nelle scuole (pasticche e altro sono metafore di un’incontentabilità), ma la mancanza di un padre (che il protagonista non ha): di un padre vero, di una regola, di un senso di vivere, straordinaria positività del tenersi sul terrazzo della scuola senza buttarsi giù. Forse i soloni che han voluto giudicare Jalongo come un distruttore non han capito un emerito c... di questo bisogno d’amore del protagonista e della sua diversità così attinente a un sogno che non ha nemmeno il coraggio di esprimere a se stesso. Ringrazio Jalongo, che conosco poco, per questa violenza della verità. Questo volevo dire e l’ho detto