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Scuola, si riparte nel caos

Soliti intoppi alla riapertura delle aule, aggravati dalla revisione della spesa pubblica: istituti accorpati fino a mille alunni, tagli al personale e ai dirigenti, precari penalizzati. Il 20 ottobre la Cgil in piazza

06/09/2012
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Rassegna.it

di Anna Maria Villari

Ha insegnato come maestra per tanti anni, ma per una malattia che l’ha costretta sulla sedia a rotelle è stata dichiarata inidonea all’insegnamento. La sua scuola, in una periferia romana, l’ha assegnata alla biblioteca, dove M. G. per vent’anni ha lavorato con grande passione e competenza, facendone un luogo di studio, di lettura e di incontro. La sua esperienza di docente l’ha aiutata in questo nuovo lavoro, ma lei, non contenta, ha frequentato, a proprie spese, corsi di formazione e master perché voleva interpretare al meglio i nuovi compiti a cui era stata chiamata. E ci è riuscita. Poi qualcuno ha fatto la spending review perché voleva colpire gli sprechi nella spesa pubblica. Ma ha colpito nel mucchio e M. G. lascerà la biblioteca per andare a svolgere un lavoro che non sa fare.

La legge sulla revisione della spesa pubblica ha stabilito infatti che tutti gli inidonei all’insegnamento siano adibiti a lavori di segreteria. Nelle segreterie delle scuole si svolgono attività molto complesse, anche di carattere amministrativo, si devono conoscere procedure e leggi, basti pensare alla materia pensionistica, ci si occupa di gestione del personale e degli alunni…Per questo lavoro sono richieste competenze e professionalità specifiche. Ora, al posto dei tanti assistenti amministrativi qualificati ma precari che in questi anni hanno coperto i posti vacanti andranno circa tremila ex docenti che, pur armati di tanta buona volontà e voglia di fare, saranno nel migliore dei casi un intralcio al lavoro, anche perché non è prevista per questi alcuna formazione o riconversione professionale.

All’insegna di questo caos organizzativo inizierà l’anno scolastico 2012-2013. Per non parlare dei tanti assistenti amministrativi che dopo anni di lavoro si troveranno disoccupati. Un’operazione del genere fa malissimo alla scuola, che si trova privata di personale competente, e non qualifica la spesa pubblica. A molti docenti inidonei per motivi di salute sarebbe stato opportuno offrire forme di prepensionamento che, però, la rigidità della “riforma” Fornero non consente.

Questa operazione di passaggio da un profilo professionale all’altro, che oltretutto creerà, almeno all’inizio, vistose sperequazioni retributive, riguarda anche gli insegnanti tecnico-pratici che diventeranno assistenti tecnici. È vero che entrambi lavorano nei laboratori, ma in campi e con funzioni totalmente diversi. Questo è un settore, soprattutto per gli aspetti tecnici e tecnologici, che andrebbe potenziato, visto che ormai si vorrebbe tutto on line (la “dematerializzazione”), persino le iscrizioni degli alunni, invece di fare operazioni tappabuchi che mascherano licenziamenti. Ancora una volta si fa cassa sulla scuola pubblica.

Spesso ci si chiede se chi fa le leggi conosce la realtà su cui interviene. Ecco un altro esempio. È un ottimo principio vietare la monetizzazione delle ferie. Il riposo è un diritto e una conquista civile e non deve essere barattato con i soldi. Ci sono dei casi però in cui monetizzare non è ledere un diritto. Un supplente che lavora una settimana, un mese o fino alla fine delle attività scolastiche non può usufruire delle ferie che matura, allora gli vengono pagate. È inevitabile, visto che conclude il rapporto di lavoro. Ma ora non si può più fare, con il risultato che o si danneggiano due volte questi lavoratori (niente ferie e niente soldi) o si colpisce la loro produttività, perché la scuola sarà costretta a imporre loro i giorni di ferie maturati e quindi a chiamare nuovi supplenti per coprire il vuoto e così all’infinito..., con un aggravio di spesa.

Saranno inevitabili, quindi, non solo le proteste, il sindacato ha già un calendario di mobilitazione, ma anche le vertenze legali. Non tutto è negativo nella legge di revisione della spesa pubblica, anche nelle misure che riguardano la scuola, come l’utilizzo dei fondi per l’autonomia scolastica o il passaggio a carico del Miur delle spese per i supplenti, ma complessivamente si tratta di una manovra sbagliata. La Flc Cgil aveva presentato una serie di emendamenti che avrebbero ridotto la spesa, razionalizzandola a vantaggio di una migliore resa organizzativa. Ma non è stata ascoltata.

Il caos, però, non finisce qui. Il governo non ha voluto accettare il suggerimento del sindacato di rinviare il dimensionamento delle istituzioni scolastiche. La misura, voluta dal precedente governo, è stata dichiarata incostituzionale, ma intanto molte regioni avevano già “tagliato” le piccole scuole. La questione si presenta ingarbugliata da tanti punti di vista. Ne citiamo solo due. L’accorpamento di scuole significa costituire “istituti comprensivi”, dalla materna alla media, con almeno mille alunni. Non dovrebbe trattarsi di una sommatoria di cicli scolastici, ma, come nelle più felici esperienze di “comprensivi”, della costruzione di un curricolo unitario che accompagni l’alunno da un grado all’altro di scuola in un grande spirito di collaborazione tra i docenti. Ma queste cose non si improvvisano in un mese. La scuola ha bisogno di tempi lunghi e di lentezza.

Il dimensionamento, per questo Tremonti lo ha voluto, taglia i posti di dirigente scolastico e direttore dei servizi, circa 2.200 unità in meno, e aggrava i carichi di lavoro di chi si trova a gestire e amministrare scuole ben più grandi e più complesse. La questione è ancora più evidente nella scuola superiore, perché istituti con meno di seicento alunni non avranno un dirigente e un direttore in pianta stabile e saranno gestiti da reggenti. Con buona pace di quella che, con termine modaiolo, viene definita “governance”.

L’anno scolastico che si sta aprendo farà i conti con queste novità difficili che si sommano ai problemi di sempre che, anno dopo anno, non trovano soluzione, si incancreniscono e si complicano. Prima fra tutte la questione del precariato. Si calcola che siano circa 200 mila i precari della scuola, tra docenti e personale Ata. La maggior parte di loro, diciamo due terzi, occupa posti vacanti, quindi svolge da decenni un’attività che serve. Si tratta di persone che hanno vinto un concorso, già abilitate e selezionate. L’altra parte è costituita dai supplenti, che vengono chiamati per coprire un’assenza provvisoria (ad esempio una malattia). Il governo aveva annunciato di voler costituire nelle scuole “l’organico funzionale”, definire cioè il fabbisogno di ogni scuola e coprirlo. Sarebbe un modo per eliminare gran parte del precariato “strutturale” e, allo stesso tempo, dare alle scuole (e agli alunni) la certezza di coprire i posti fin dall’inizio dell’anno. L’annuncio del concorso a cattedra, come spieghiamo nell’articolo qui accanto, è un’operazione che non risolve il problema, anzi ne crea qualcuno in più.

La scuola avrebbe bisogno di uscire dall’affanno di questi ultimi lunghi anni. La revisione degli ordinamenti voluta dall’ex ministro Gelmini l’ha impoverita nei contenuti e nei tempi: meno materie e meno tempo scuola, soprattutto meno laboratori. La furia ideologica dell’ex ministro Brunetta e la mano lunga dell’ex ministro Tremonti hanno deprezzato il suo lavoro, bloccando i contratti e le loro ricadute anche in termini di formazione e miglioramento professionale. Resta aperto anche un problema istituzionale di non poco conto: il governo della scuola autonoma, riconosciuta come tale dalla Costituzione, i suoi organi collegiali e il ruolo di chi nella scuola lavora, i suoi rapporti con le istituzioni del territorio e con il governo nazionale, il ruolo e la partecipazione dei cosiddetti stakeholder, che nella scuola sono soprattutto gli studenti e le loro famiglie, i cittadini, insomma.
Questioni aperte che si complicano di anno in anno e che neanche quest’anno verranno affrontate e risolte.


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