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Scuola, Renzi: «Fatti dei pasticci» Dubbi anche sul concorso in inglese

Il premier frena Giannini: «Una o due domande in lingua? Decideremo in settimana: non vogliamo discriminare bravi prof». Puglisi: a settembre in classe i 63mila migliori

09/02/2016
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Corriere della sera

Antonella De Gregorio

Abbiamo sbagliato». Un po’? Tanto? «Sulla scuola abbiamo fatto qualche pasticcio». Ammissione di premier. Un mea culpa, pronunciato dal presidente del Consiglio nel suo intervento, domenica 7 febbraio, alla scuola di formazione politica del Pd. Renzi ha parlato della riforma della Scuola e del bando di concorso atteso a giorni, che deve portare 63.712 nuovi insegnanti nelle classi dal prossimo settembre. «Un lavoro serio e serrato» è in corso, da parte del ministero, per rispettare le scadenze - dice Francesca Puglisi, responsabile nazionale Scuola del Pd -. Metà mese, o forse anche fine febbraio. «L’importante è che a settembre siano messi in ruolo i tanti bravi professori che oggi stanno lavorando come precari». Un obiettivo che rischia di slittare, dice però la parlamentare, per «le polemiche di alcune parti politiche e dei sindacati».

Un quesito o due?

L’attenzione nelle ultime ore si è concentrata sul contenuto dei bandi e, in particolare, su quei due quesiti in lingua inglese - a fronte di otto complessivi relativi alla prova scritta - che hanno creato scompiglio: «Uno dei temi in ballo è mettere o meno una o due domande di inglese e c’è una discussione vera e accesa - ha detto il premier -. Sembra una piccola cosa, ma andarla a cambiare potrebbe portare un prof di matematica a essere bocciato pur essendo molto in gamba», ha aggiunto. Renzi ha ammesso che «non è un tema semplice. Se lo aprissimo qui credo che saremmo divisi a metà: da un lato uno dice “A me insegnante precario per dieci anni lo Stato ha dato aspettative ma non ha insegnato a parlare inglese”; dall’altro c’è chi dice “Sì, ma fuori di qui il mondo chiede modifiche”».

«Cambiare»

Un chiaro segnale che la linea del ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, è meno granitica di quanto lei stessa faccia intendere. Ma il premier ha affermato: «La politica è anche cambiare e fare scelte». Quindi, l’agenda: «In settimana c’è una cosa che dobbiamo fare: dobbiamo scegliere con il ministro Giannini il modello di concorso» per la scuola. Alla finestra, i sindacati, che annunciano una pioggia di ricorsi («Finora la conoscenza dell’inglese non è mai stato richiesto per diventare insegnante, non si cambiano le carte in tavola», ha tuonato la Uil). Contestano la partita dell’inglese, ma anche i criteri che taglieranno fuori fette di potenziali candidati, che pure attualmente stanno insegnando. Sulle lingue straniere gli studenti - in tutte le classifiche in coda ai coetanei europei - vorrebbero più certezze circa la qualità dei loro insegnanti. L’organismo chiamato ad esprimere un parere sul concorso - il Consiglio superiore della Pubblica Istruzione - ha approvato la prova d’inglese, ma ha chiesto di ridurre l’incidenza del valore di tale prova, riducendo da 2 a uno i quesiti (in tutto otto). «Ed è su questa linea che il ministero sta lavorando - ammette Puglisi -. In queste ore si discute se lasciare due domande obbligatorie o una obbligatoria e una facoltativa, con un “premio” in termini di punteggio». Non è invece in dubbio la richiesta della conoscenza a livello B2. «Sulla questione dell’inglese, io personalmente penso che gli insegnanti debbano saperlo bene, anche se la materia che insegnano è il Latino, o il Greco. Altrimenti non si capisce perché dovremmo promuovere l’interdisciplinarietà tra le materie», prosegue.

I ritardi

In accordo con critiche provenienti dal mondo del precariato che parteciperà al concorso, il Cspi ha anche suggerito di rivedere l’allegato contenente i programmi di studio per il concorso: «emerge un prevalente aspetto nozionistico delle prove, anche scritte, che andrebbero riequilibrate a favore di competenze didattiche, metodologiche, relazionai richiesta a un docente», scrivono gli esperti. Inoltre, nel parere si definisce «eccessiva», nella prova orale, «l’insistenza sugli aspetti disciplinari». Secondo la parlamentare, il ministero sta limando il bando per sintonizzarsi sul parere del Cspi. Certo, in questo modo, si rischia di allungare ancora i tempi di una procedura che doveva essere fissata entro l’1 dicembre 2015 - in base alla legge 107 - mentre il sottosegratario, Davide Faraone, ha parlato di pubblicazione dei bandi “al massimo entro fine mese», confermando che la prova scritta del concorso si svolgerà a fine marzo. La Gilda degli insegnanti denuncia il ritardo che rischia di «arrecare un grave danno ai candidati che avranno ben poco tempo per prepararsi». E secondo il coordinatore dell’organizzazione sindacale, Rino Di Meglio, i pasticci evocati dal premier non riguardano soltanto il concorso, «ma tutta la riforma: un vero e proprio obbrobrio giuridico».


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