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Scuola, marcia indietro Il prof può chiedere di tornare vicino a casa

L’intesa con i sindacati. La stima: effetti su 50 mila docenti

30/12/2016
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Corriere della sera

OMA Si torna al punto iniziale. C’era una volta la Buona scuola. Quella che doveva premiare il merito, assegnare i prof giusti alle scuole che ne avevano bisogno, dare un po’ di stabilità e cancellare la supplentite. Non è successo. Gli insegnanti che servivano non sono arrivati (non tutti almeno). I supplenti sono rimasti. Migliaia di persone hanno dovuto trasferirsi lontano pur di avere una cattedra. E in molti istituti il clima è diventato rovente.

Allora si ricomincia da capo. Con una nuova ministra dell’Istruzione, ex sindacalista, che come primo atto incontra quei sindacati per oltre mille giorni quasi ignorati dalla precedente titolare del Miur. E insieme firmano un «accordo politico» che «cancella» uno dei cardini della riforma, l’obbligo per ogni docente di restare al suo posto per tre anni per poi, in caso di trasferimento, finire negli «ambiti», bacini territoriali legati alle province, ed essere scelto da un preside in base a competenze e curriculum.

A partire dalla prossima primavera invece ogni insegnante di ruolo potrà subito chiedere di essere trasferito in un’altra scuola vicino a casa e indicare quale, fino a un massimo di 5 istituti: se non ci sarà posto per lui, avrà altre 4 possibilità. Inoltre potrà scegliere fino a 10 province (15 se non sceglie la scuola): se da Udine, ad esempio, non riuscirà a trovare una cattedra a Palermo, potrà indicare anche le province vicine. Questo significa che anche il prossimo anno scolastico, dopo quello in corso, vedrà un via vai di docenti su e giù per la Penisola. Il Miur ne prevede almeno 50 mila, per i sindacati saranno ben di più. E per la maggior parte c’è da aspettarsi che saranno viaggi dal Nord verso il Sud.

D’altronde, lo scorso settembre sono state 200 mila le persone che hanno usufruito della cosiddetta mobilità straordinaria, cioè la possibilità di chiedere un’assegnazione provvisoria di una cattedra per non doversi allontanare troppo da casa. Il che, il primo giorno di scuola, si è tradotto in un caos con cattedre occupate da un avente diritto che però non si è presentato potendo restare vicino a casa. In molte classi d’Italia, nel giro di pochi mesi, sullo stesso posto si sono susseguiti anche 4 supplenti.

«Non si smonta la legge 107 (la Buona scuola, ndr )» sottolinea però decisa la ministra Valeria Fedeli: «Quella siglata è un’intesa a favore della scuola, abbiamo avviato un percorso di responsabilità e serietà che mette al centro il funzionamento del nostro sistema di istruzione». L’obiettivo, spiega, «è il miglioramento delle condizioni della scuola, pensando a chi ci lavora e a chi la frequenta». E poi, «si tratta di una misura straordinaria, esclusivamente per la mobilità dell’anno scolastico 2017-2018: resta fermo infatti l’obiettivo prioritario, chiaramente indicato dalla 107, della continuità didattica».

Esultano i sindacati. L’accordo è stato firmato da Flc Cgil, Cisl scuola, Uil scuola, Snals-Confsal: «È frutto di un meticoloso lavoro di mediazione favorito anche dall’atteggiamento di attenzione e apertura al dialogo assunto dalla ministra Fedeli a partire dall’incontro del 22 dicembre». Per Pino Turi della Uil «nella 107 ci sono stati errori palesi, per fortuna il clima è cambiato e ora stiamo riavvicinando la teoria alla pratica». Nessuna intesa invece per la Gilda, che alla ministra ha chiesto un deciso passo indietro su tutta la Buona scuola, a partire dalla «chiamata diretta dei presidi»: un punto della riforma che la ministra non vuole toccare ma che per i sindacati invece è il prossimo passo. L’accordo firmato rimanda infatti a «un accordo separato e parallelo» le «procedure e modalità per l’assegnazione alle scuole dei docenti in un quadro di requisiti stabiliti a livello nazionale per assicurare imparzialità e trasparenza». Come dire: stop ai presidi che scelgono il prof che vogliono.

Claudia Voltattorni cvoltattorni@corriere.it