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Scuola, la variante “inglese” rischia di rovinare i piani di Draghi

In tutta Italia si moltiplicano le chiusure delle scuole dell’infanzia, delle primarie e delle medie. Per fronteggiare la situazione, le autorità sanitarie regionali stanno cambiando le regole di ingaggio. Si allunga la quarantena

23/02/2021
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il manifesto

Andrea Capocci

Dopo la sofferta riapertura delle scuole superiori a gennaio, molti esperti si aspettavano che i nuovi focolai sarebbero emersi in licei e istituti tecnici e professionali. A sorpresa, nelle ultime settimane le quarantene nelle scuole riguardano invece soprattutto gli alunni più piccoli, quelli che frequentano scuole dell’infanzia, primarie e medie rimaste aperte senza troppe interruzioni persino durante la seconda ondata.

In Puglia, un’ordinanza regionale ha chiuso tutte le scuole fino al 5 marzo. In Umbria, il Consiglio di Stato ha dato ragione alla presidente regionale Tesei confermando la chiusura delle scuole dell’infanzia e dei nidi della provincia di Perugia. Altrove, sono i singoli istituti a chiudere. Dopo quelli dell’hinterland milanese, dove sono già scattate le zone rosse, del Veneto e della Sardegna, ora tocca anche a Roma. Tra sabato e lunedì tre scuole primarie hanno chiuso i cancelli in punti diversi della capitale, a causa di focolai che si sono allargati nel giro di pochi giorni.

NON SI TRATTA DI EPISODI, spiegano gli esperti dell’Associazione Italiana di Epidemiologia. A livello nazionale, la classe di età 6-13 anni ha registrato la maggiore incidenza a livello nazionale. «L’incremento osservato nella classe di età 6-10 anni ha l’incidenza più elevata in almeno tre regioni, Umbria, Lazio e Campania», spiegano i ricercatori del Gruppo di lavoro che ha disaggregato i dati regionali. «Un’ipotesi in studio che potrebbe concorrere a spiegare questo andamento è la circolazione della variante inglese», o più correttamente B.1.1.7.

La variante, sempre lei. Gli indizi che qualcosa sia mutato nell’epidemia in effetti si accumulano. Il contagio da B.1.1.7 è più veloce del 35-40% rispetto al ceppo originale, secondo l’Iss. I casi positivi riguardano fasce di età più giovani, con un’età media degli infetti scesa a 45 anni, cinque in meno rispetto a dicembre. Salgono infine i casi asintomatici ritornati sopra il 50% del totale, una conseguenza della minore età dei nuovi casi positivi.

Per gli operatori sul campo, la conferma che i focolai siano legati alla B.1.1.7 arriva invece dall’analisi genetica dei tamponi. Ma i medici delle Asl hanno imparato a riconoscere i focolai della variante senza aspettare il sequenziamento. «Sono focolai che si espandono più velocemente, diversi da quelli che abbiamo visto all’inizio dell’anno scolastico», spiega la dottoressa di una Asl del centro Italia. «Tuttavia, non vediamo uno stato clinico peggiore nei casi positivi». Per la verità, i dati non mostrano nemmeno un particolare aumento dei casi. «I focolai dei ceppi tradizionali sono in ritirata, mentre quelli della variante B.1.1.7 sono in espansione», spiega la dottoressa. «Così i numeri si compensano e appaiono complessivamente stabili. Ma ci aspettiamo che siano i focolai della variante a prendere il sopravvento nei prossimi giorni». Occhio ai numeri.

PER FRONTEGGIARE la variante, le autorità sanitarie regionali stanno cambiando le regole di ingaggio, allungando i tempi per la sorveglianza sanitaria.

Secondo le nuove linee guida del Lazio, ad esempio, in caso di variante inglese la quarantena è prolungata obbligatoriamente fino al quattordicesimo giorno, e non più al decimo. Anche la ricerca dei contatti a rischio risalirà fino a 14 giorni prima dell’insorgenza dei sintomi e non solo alle 48 ore precedenti. Infine sarà sottoposto a test – rigorosamente molecolare per evitare falsi negativi – anche chi è stato in contatto con un caso per meno di 15 minuti, un contatto prima classificato “non a rischio”. Analoghe le nuove norme adottate dalla Regione Lombardia, dove anche in assenza di sintomi servirà un tampone negativo per uscire dalla quarantena dopo 21 giorni.

SE TUTTE LE REGIONI andranno nella stessa direzione, la variante potrebbe mettersi di traverso alla strategia anti-pandemica annunciata dal neo-premier Draghi. Il premier, infatti, aveva anticipato la fine dei ristori a pioggia e la riapertura di tutte le scuole, prolungando persino l’anno scolastico al 30 giugno. Invece, con le probabili chiusure di scuole dell’infanzia e primarie i giorni di didattica in presenza potrebbero diminuire, mentre aumenteranno i disagi per le famiglie con una conseguente crescita della necessità di sostegno al reddito. Il dossier è sul tavolo del governo grazie a un documento inviato al premier dai presidenti di regione. Nel testo, i governatori sottolineano la richiesta di «implementare le forme di congedo parentale, nonché prevedere ulteriori risorse economiche a sostegno dei genitori nel caso di chiusura delle scuole».