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Scuola, la ripresa a settembre e quell’appalto surreale per i banchi

C'è un solo piano nell'agenda scolastica del governo: l'imperativo categorico è quello di dotare tutte le scuole di ogni ordine e grado di nuovi banchi individuali a rotelle. Il bando di gara suscita diverse perplessità

30/07/2020
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la Repubblica

Tito Boeri

Solo in Italia le scuole sono chiuse da fine febbraio e a tutt'oggi non si sa nulla su tempi e modalità della riapertura. Solo in Italia si è festeggiato l'ultimo giorno di scuola anziché il primo delle ore di recupero volte a permettere agli alunni delle famiglie disagiate di recuperare i gravi ritardi di apprendimento accumulati in questi mesi. L'incertezza sull'istruzione di milioni di bambini e ragazzi regna sovrana, come rimarcava  Chiara Saraceno su queste colonne.

C'è un solo piano che tiene banco, è il caso di dirlo, nell'agenda scolastica del governo: l'imperativo categorico è quello di dotare tutte le scuole di ogni ordine e grado di nuovi banchi individuali a rotelle. La ministra li ha testati in televisione sostenendo che permetteranno di mantenere il distanziamento fisico fra gli alunni, riducendo il rischio di contagio. Non sappiamo su quali basi scientifiche si regga questa ferrea convinzione che si scontra con ciò che osserviamo ogni giorno nei giardini pubblici: i bambini tendono a toccarsi e a stare vicini l'uno all'altro ogni volta che si ritrovano. Il sospetto è che le certezze della ministra siano figlie di una visione collodiana degli allievi: gli studenti come dei burattini, di plastica come i nuovi banchi, se non di legno. Né ci risulta che siano state prese in considerazione opzioni alternative per ridurre la congestione negli ingressi a scuola e nelle aule, come ad esempio tenere aperti gli edifici scolastici garantendo turni pomeridiani.

In attesa di chiarimenti, prendiamo per buona la scelta della ministra. Cosa è stato fatto per metterla in pratica? Sarebbe stato legittimo aspettarsi un lavoro minuzioso di preparazione di questa fornitura strategica. Abbiamo, invece, un bando di gara che suscita non una ma diverse perplessità, come sottolineato anche da un parere informale dell'economista Francesco Decarolis, esperto di contratti pubblici. Vediamo le principali lacune, per usare un eufemismo, della gara.

Primo, il lotto minimo previsto dalla gara è superiore all'intera capacità produttiva nazionale: 200 mila banchi e 70 mila sedie consegnate e montate in tre settimane.

Secondo, mettendo insieme i requisiti di partecipazione (avere prodotto 400 mila banchi nei tre anni precedenti e avere già fornito scuole italiane), si ottiene un insieme vuoto: nessuna azienda è in grado di soddisfarli.

Terzo, il bando non sa fornire alcuna indicazione su quali scuole vorranno quanti banchi, di che tipo e con quali servizi accessori. I banchi e le sedute per elementari, medie inferiori e superiori hanno, come ci pare ovvio, dimensioni diverse. Questo viene riconosciuto nel bando ma non nelle specifiche tecniche della fornitura.

Quarto, viene richiesta "flessibilità dimensionale" sul 20% dei prodotti offerti senza chiarire in cosa consista questa flessibilità.

Quinto lo smaltimento dei vecchi banchi entra nella gara, ma questo servizio non può concorrere alla formazione del prezzo.

Sesto, nonostante nelle condizioni attuali capiti spesso che le imprese promettono ma poi non consegnano quanto promesso, perché non richiedere nel bando delucidazioni su come l'offerente prevede di onorare il contratto (quanti banchi ha in magazzino, quanti ne può produrre al giorno, etc.) e indicare penali particolarmente severe che dissuadano da comportamenti opportunistici?

Settimo, i punteggi assegnano più peso alla quantità che alla qualità, il che potrebbe creare non piccoli problemi nel corso del tempo.

Ottavo, ma non per importanza, la commissione giudicatrice avrà 4 giorni per decidere quando gare di questo tipo richiedono normalmente 40 giorni. Il rischio di fare scelte sbagliate è altissimo.

Questi difetti del bando sono dovuti, crediamo, più a incompetenza che a convinzioni ideologiche o alla fretta. Ci si sofferma, infatti, su aspetti molto di dettaglio (come la "disponibilità dei banchi in più colori pastello"), ma si trascurano questioni fondamentali affinché la gara abbia successo. Perché ad esempio, imporre una fornitura minima di 200 mila pezzi? La scuola tipica avrà bisogno probabilmente di non più di 500 banchi, perché allora escludere a priori i piccoli fornitori locali? E perché, data la necessità di fare in fretta, impedire di partecipare alla gara a produttori che non abbiano in passato fornito arredi scolastici (banchi e sedute) a istituti scolastici italiani, ma magari a imprese italiane o straniere con soddisfazione di queste ultime?

Al di là dell'incompetenza c'è poi una visione imperante in ampie fette del governo italiano: conta solo sostenere la domanda. Se si mettono soldi sul piatto, la produzione si adeguerà. I vincoli di capacità produttiva, l'organizzazione delle nostre imprese, la concorrenza, l'innovazione sono aspetti marginali. Per far ripartire la nostra economia bisogna solo mettere in circuito tanti soldi. Ed è proprio in vista di nuovi scostamenti di bilancio che il governo ha chiesto la proroga dello stato d'emergenza. Dimenticando che la nostra vera emergenza oggi è nelle scuole e che il fallimento di chi è stato in questi mesi alla loro guida è sotto gli occhi di tutti.