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Scienza e democrazia

19/03/2019
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ROARS

“Occorre certamente fare scelte basate anche sulla razionalità scientifica, ma, se non si vogliono produrre esiti irrazionali su un piano più generale, l’uso di questo strumento culturale non può essere delegato a gruppi che alle competenze specialistiche associano interessi corporativi. Si può cercare di perseguire il difficile (ma irrinunciabile) obiettivo di far coesistere la razionalità scientifica con la democrazia solo diffondendo, da una parte, la cultura scientifica tra i cittadini mediante la scuola e, dall’altra, una maggiore cultura generale e coscienza democratica tra gli scienziati. Per fare scelte politiche razionali non è infatti necessario avere conoscenze specialistiche, ma serve una salda cultura scientifica di base che permetta di valutare criticamente le opzioni in gioco usando le competenze degli specialisti, senza confonderli con i ciarlatani. D’altra parte è anche essenziale avere ricercatori che, potendo guardare la propria specializzazione dall’esterno, siano in grado di fare un bilancio della loro reale attività, superando le tentazioni corporative e riallacciando un vero dialogo con la cultura condivisa.” 

Con un contributo pubblicato sul sito Anticitera, Stefano Isola e Lucio Russo intervengono nel dibattito sul rapporto tra democrazia e scienza, cui Francesco Coniglione ha dedicato una serie di riflessioni. Opportunamente Isola e Russo mettono in evidenza come la questione dirimente non sia quella della razionalità scientifica in quanto tale, ma i pericoli e le distorsioni a cui questa può andare incontro quando venga immessa in meccanismi e contesti legati a interessi corporativi ed economici talmente forti da intaccare la serenità e l’indipendenza dei ricercatori; e forse  l’ondata di antiscientismo che purtroppo sempre più si constata è motivata, oltre cha da una generale impreparazione culturale – e non solo scientifica – anche dal sospetto sempre più diffuso verso le influenze esogene (in forma di finanziamenti “interessati”) sull’autonomia degli scienziati.

Tra gli argomenti che negli ultimi anni dividono l’opinione pubblica in due tifoserie contrapposte, vi è l’atteggiamento verso la scienza e, in particolare, i suoi rapporti con la democrazia.

La tradizionale fiducia verso la scienza, sorretta da un diffuso atteggiamento positivistico e da un più generale apprezzamento del ruolo degli intellettuali, è stata sostituita in larga parte dell’opinione pubblica da un atteggiamento critico che contrappone alla scienza, spesso qualificata dispregiativamente con aggettivi come “ufficiale” o “occidentale”, visioni alternative di diversa origine, spesso esotica.

Solo in Italia, riferiscono alcune stime, negli ultimi anni gli operatori dell’occulto – maghi, guaritori, cartomanti, medium, astrologi – sarebbero quasi il doppio degli psicologi iscritti all’albo. Allo stesso tempo i confini del tradizionale sistema delle professioni liberali si sfrangiano grazie allo sdoganamento di sempre nuove competenze “alternative”: consulenti filosofici, kinesiologi, grafologi, armonizzatori familiari, etc. e un continuum di medici alternativi di vario tipo che occupano lo spazio tra medici e maghi guaritori.

È un fenomeno preoccupante, da molti punti di vista. Ma è altresì un fenomeno complesso, che ha molte facce, un fenomeno che a uno sguardo critico e non alimentato da ansia corporativa appare come un aspetto di una più generale crisi di civiltà. La crescente diffusione dell’analfabetismo scientifico, dovuta a una crisi generale della scuola e, più in particolare, al degrado della didattica scientifica – temi sui quali avremo più occasioni di tornare in questo sito – ne costituisce certamente un aspetto importante. La generale sfiducia negli esperti e nel ruolo degli intellettuali è alimentata anche da una campagna ideologica contro i “professoroni”, concomitante alla diffusione di strumenti, come i social network, che danno l’illusione di “democratizzare” il dibattito su qualsiasi argomento, offrendo a chiunque la possibilità di rivolgersi a una platea virtualmente immensa e nei fatti tanto più ampia quanto più banali sono le tesi esposte.

In questa situazione è sorta anche un’agguerrita reazione di “difesa della scienza”. È abbastanza nota la burla diffusasi in rete alcuni anni fa con il lancio di una campagna di raccolta di firme per la messa al bando dell’acqua, mascherata dietro il nome (scientificamente corretto) di “monossido di diidrogeno” e presentata, con un’oculata scelta terminologica, come l’ennesima porcheria chimica che ci viene propinata da gente senza scrupoli, elencandone i possibili danni sulle persone e sull’ambiente (sottolineando, ad esempio, il pericolo di morire inalandola e la sua presenza nelle piogge acide). Lo scopo della burla era quello di evidenziare la diffusione dell’analfabetismo scientifico e il suo collegamento con l’emotività, soprattutto se supportata da preoccupazioni ambientaliste. Non è chiaro quale sia stato l’effettivo successo dell’operazione in sé, ma i commenti che ne sono conseguiti sono stati invariabilmente orientati a trovarvi un’ennesima conferma dell’assunto che le paure dei cittadini circa le conseguenze di un nuovo prodotto tecnologico sarebbero sempre “irrazionali”. E che dunque, anche in presenza di contesti non costruiti artificialmente come questo, i timori e le apprensioni associati all’introduzione di qualche derivato della razionalità scientifica, come un’innovazione tecnologica o una sperimentazione con un impatto di qualche tipo sulla società, sul sistema produttivo, sull’ambiente naturale, etc., siano in ogni caso da rifiutare come “antiscientifici”.